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In una vecchia intervista David Gilmour parlando del suo amico Syd Barrett definisce la sua condizione con queste parole:

“Era come guardare qualcuno che annega e cercare di tirarlo su, ma lui continua a scivolare. La mano scivolava via ogni volta. Era come cercare di farlo tornare. – Torna Syd, torna – Ed è davvero terribile pensare che non c’è mai stata alcuna possibilità che tornasse in sè.”

Questa è una storia di una grande e profonda amicizia, quella che ha legato a filo doppio Barrett con il destino dei Pink Floyd. Il grande affetto che li univa ha cambiato per sempre il loro modo di suonare e di scrivere brani dopo il suo allontanamento. Ogni parola, ogni assolo ricorda la grande assenza ed il vuoto che Syd ha lasciato nella band ma soprattutto nella vita di tutti gli altri.

E’ così che nascono brani di una bellezza struggente che rimangono in assoluto delle pitre miliari nella storia del rock. “Shine on you crazy diamond” non parla di tutti i diamanti pazzi, parla di Syd (come ricorda R. Waters in un’intervista) oltre all’enorme tristezza per la perdita dell’amico, esprime l’ammirazione ed il rimpianto per il talento di un artista che ha segnato la storia della band con il suo distacco.

Era il 5 Giugno del 1975, racconta Gilmour, presso gli studi di Abbey Road. Syd fa la sua apparizione improvvisa, in modo quasi magico, etereo, una presenza inaspettata che si aggirava tra loro. La band sta ultimando il mixaggio di “Shine on you crazy diamonds” quando un uomo grasso, con pochi capelli, senza sopracciglia ed uno sguardo perso nel vuoto li scruta facendo persino dei commenti sul brano definendolo vecchio ed obsoleto. Erano tutti incredibilmente scioccati. Ci volle un bel pò prima che qualcuno lo riconoscesse e fù così commovente che quell’episodio influenzò la versione definitiva del brano. La vena malinconica trionfa nella versione strumentale conclusiva composta da Rick Wright che riesce ad imprimere tutta la solennità in quel personale omaggio all’amico perduto. L’intera discografia della band diventa poi un personale tributo a quell’uomo con lo sguardo perso nel vuoto, un amico mai dimenticato. Il tema dell’assenza ritorna sempre toccando la sua apoteosi nel brano “Wish you were here” interamente pensato, scritto e suonato per Syd. Come del resto l’intero album capolavoro di maggior successo dei Pink Floyd: “The wall“. Chi non lo ha mai ascoltato?! È forse il loro disco più aggressivo che non può lasciare indifferente nessuno; a tratti claustrofobico, oscuro e spigoloso come l’immensa solitudine che si prova sull’orlo del precipizio. Il disco racconta la storia di Pink ispirata totalmente a quella di Syd Barrett. La storia si snoda attorno all’onda emotiva generata da avvenimenti tragici che caratterizzano la vita del protagonista: la morte del padre quando era in tenera età, una madre iperprotettiva, una scuola disumanizzante, il divorzio e gli eccessi da rockstar. Pink (Syd) si chiude dietro ad un muro, il “Wall” del titolo che lo isola dal mondo esterno facendolo rimanere completamente solo accompagnandolo verso la follia. Tutto questo sfocia nella rabbia compressa e violenta di “The thin ice” e “One of my turns” e in ballate strazianti come “Nobody home“.
L’impronta totalmente differente del disco si avverte sin dai primi brani che richiamano un suono più heavy ispirato a sonorità belliche in cui la batteria di Mason richiama il suono delle mitragliatrici, così come l’elicottero di “Another Brick in the wall” brano ripreso in tre parti, così come le tre fasi della vita di Pink; la prima più moderata con il basso pulsante di Waters, la terza più pesante nel suo rock pieno, ma è la parte centrale con il suo coro di bambini ad essere forse la canzone più famosa in assoluto. Tutto il primo disco è caratterizzato da profonda inquietudine tranne che per alcuni momenti di leggerezza portati da “Mother“, malfermo ed inquieto come le speranze adolescenziali di Pink. È la seconda parte dell’album quella più coinvolgente ed emotivamente più forte, quella in cui Pink deve fare i conti con la sua vita da rockstar fino a che anche il rapporto con la moglie si spezza, così l’ultimo mattone chiude il muro dentro al quale si rifugia per non subire il dolore. Tenta di vincere l’isolamento ma inutilmente (“Is there anybody out there?“) Mentre è in balia dei suoi produttori che lo salvano da un’overdose solo per sbatterlo di nuovo sul palco a proprio uso e consumo: “Comfortably numb” uno degli assoli più belli e strazianti della storia del rock eseguito da Gilmour. L’esito di questo processo é una condanna, forse dolorosa ma liberatoria, ad abbattere il muro ed esporsi davanti a tutti senza difese. Il brano più emblematico di questo intero lavoro è un brano graffiante, sospeso tra chitarre distorte e drammatiche, un brano scritto interamente pensando a Barrett, “Hey You“.

 

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