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Abbiamo raggiunto Lorenzo Testa degli Uncle Bard & The Dirty Bastards in attesa di goderci un pò di Irlanda con il loro celebre Wall of Folk sul palco del Fuck You we Rock Festival giunto alla sua quattordicesima edizione. Quest’anno il festival si terrà nello storico Exenzia Der Club di Prato il prossimo 27 Gennaio, dove ci aspetta il party più irriverente, selvaggio e pericoloso della Toscana!

1 – Salve ragazzi, benvenuti su Rock My Life. Presto vi vedremo sul palco del Fuck You We rock Festival con la vostra carica esplosiva e il vostro stile così irlandese, cosa dobbiamo aspettarci dal vostro show?

Ciao a tutti e per grazie per il supporto! Non vediamo l’ora di esserci, prima di tutto perché sarà la prima data dell’anno, quella che darà ufficialmente il via al tour del 2018, e poi perché saremo in un contesto che apprezziamo particolarmente, vale a dire il mondo dei festival hard & heavy dal quale molti di noi arrivano! Proprio per questo avremo una scaletta un po’ più serrata del solito, dato che con questo pubblico non ci sarà la necessità di tenere il freno tirato…

2- Siete stati definiti la prima principale band Irish/folk-rock di origine italiana e sappiamo che avete anche una profonda conoscenza non solo della musica nord europea ma anche della cultura e delle tradizioni irlandesi, com’è nata questa passione e come vi siete incontrati? E’ nata prima la band o prima l’amore per questa cultura?

E’ nata prima la passione per l’Irlanda, dal punto di vista culturale, sociale e poi musicale. Gli amici sia Italiani che Irlandesi che vivevano a Dublino e dintorni… i tanti weekend passati nella città o girovagando per l’Ovest… la possibilità di entrare in contatto con i ragazzi dell’Ardoyne di Belfast e realizzare una serie di scambi culturali e sensibilizzazioni sul tema del settarismo e del conflitto anglo-irlandese… Tutte esperienze che a vent’anni ti plasmano inevitabilmente e che hanno portato poi ad una naturale evoluzione anche nell’ambito musicale. Suonavamo già tutti in altre band della scena Altomilanese, una scena rock che è sempre stata particolarmente florida negli anni, per cui quando ho provato a mettere in piedi un progetto folk rock è stato facile trovare amici che avessero voglia di mettersi in gioco per una nuova esperienza, a partire da Rob (basso) e Silvano (chitarra), con cui abbiamo gettato le fondamenta. Da lì in poi ci sono state svariate formazioni, fino ad arrivare a questa line-up ormai ben rodata e stabile! L’unico che arriva da ambiti differenti è Luca Crespi (flauto irlandese, Uileann Pipes) che vanta un background puro di musica tradizionale irlandese ed una esperienza non indifferente nel settore.

3 –  La vostra band è attiva da oltre dieci anni, avete portato su moltissimi palchi il folklore e la tradizione, coinvolgendo sempre più fans alla scoperta di strumenti tipici come il banjo e le cornamuse che siete riusciti a miscelare ed integrare perfettamente con chitarra elettrica e tutto il resto. Una scelta coraggiosa, vi aspettavate tutto questo successo?

No assolutamente, anche perché come accennavo prima eravamo già tutti attivi con altre band con risultati anche discreti; non erano nemmeno gli anni del boom del genere, per cui non si poteva davvero prevedere che sviluppi avrebbe avuto una proposta di questo tipo. Gli Uncle Bard & The Dirty Bastards cominciarono quindi semplicemente per divertimento senza pretese o aspettative particolari;  lo stesso nome della band è nato in maniera molto ironica, perché Rob, lo zio Bardo, non ama particolarmente essere al centro dell’attenzione e così come mio “dispetto” si è trovato logo e locandina stampati, con il suo bel faccione a troneggiare al centro. Ci siamo poi tenuti il nome, la nostra vena goliardica, la voglia di divertirci e di divertire, cercando però anche di dire qualcosa di sensato e di far conoscere la vera musica popolare e gli strumenti della tradizione, pur integrandoli a modo nostro in quella che è a tutti gli effetti una base ritmica rock.

4- il vostro ultimo album “Handmade” ci fa pensare a qualcosa di molto genuino, vero, di qualità, infatti ci colpisce molto la cura dei dettagli sia dal punto di vista musicale che grafico, sappiamo che ne avete curato personalmente ogni singolo particolare ed ogni passaggio per la realizzazione dell’intero lavoro, quanto ne siete orgogliosi?

Orgogliosi da un lato, mai soddisfatti dall’altro haha! Lavorare in autonomia su tutto è sicuramente appagante e stimolante, ma dall’altro punto di vista si finisce in un loop senza fine soprattutto per quanto la parte tecnica e di produzione, come scelta suoni, mix etc etc… di questo ambito ci occupiamo io e Guido (cantante) e puntualmente ci riduciamo all’insonnia per tutto il periodo delle registrazioni. Scherzi a parte, è stata sicuramente una bella sfida per noi, anche se spesso devo dire che si tratta di necessità più che scelta: abbiamo le idee chiare su come deve suonare il disco e soprattutto su come NON deve suonare, e affidarci a degli esterni è sempre molto difficile. Questo avviene puntualmente anche per i video ad esempio, perché la prima proposta che ci fanno è “ok, allora… pensavamo al pub come ambientazione e ai cappelloni verdi della Guinness”… cioè esattamente tutti gli stereotipi da cui vogliamo ben tenerci alla larga!

5 – adesso una domanda particolare che noi facciamo spesso alle bands e agli artisti che incontriamo, qual è la cosa più particolare o starvagante o divertente che vi sia capitata durante i vostri live on the road? Quella che per voi passerà alla storia della band?

Le cadute sul palco sono sempre ricordate con piacere, e Silvano è un campione in questo. Io ho abbattuto aste e panoramici della batteria proprio nel momento in cui ero inquadrato dai maxi schermi dell’Oranjerock in Olanda davanti a circa diecimila persone. Ma devo dire che la migliore è stata la distorsione al ginocchio di Rob mentre faceva un inchino durante la presentazione della band. Si è piegato su se stesso ed è finito a terra sulla schiena, facendoci temere di molto peggio!
Una esperienza indubbiamente memorabile l’abbiamo vissuta al Montelago Festival di quest’anno, dove abbiamo suonato alle 4:30 del mattino; nella seconda metà del concerto incominciava ad albeggiare ed uno degli organizzatori è salito sul palco mentre suonavamo, inondandoci con una bottiglia di Jameson da 2 litri!
Devo dire che il nostro genere, soprattutto nei primi anni quando suonavamo davvero dappertutto, ci ha portato a esibirci in situazioni davvero assurde e paradossali, dai rifugi in alta montagna ai megafestival rock & folk, passando per il concerto natalizio a Madesimo sotto l’albero di Natale (a -10°!!) o le esperienze di busking in Irlanda, Galles e Inghilterra. Tutte esperienze che sarebbero state impossibili con altri generi musicali!

6- Un’ultima domanda prima di salutarvi e ringraziarvi nuovamente in attesa di incontrarci on stage il 27 Gennaio all’Exenzia Club di Prato. Avete ancora un grande sogno da realizzare? Quali progetti avete per gli Uncle Bard and the Dirty Bastards?

Devo dire che tanti dei nostri sogni si sono già avverati, primo fra tutti la possibilità di essere qui ancora a far musica e girare l’Europa facendo quello che ci piace ed avendo un pubblico che ci ascolta. Sin da ragazzini siamo sempre stati appassionati di musica, e l’idea di poter calcare certi palchi ci sembrava un sogno irraggiungibile; a Marzo di quest’anno ci toglieremo forse l’ultimo sfizio, almeno per quanto riguarda me e Silvano, arrivando a suonare allo Z7 di Pratteln (CH) uno dei locali migliori d’Europa, in cui andavamo spesso a vedere concerti chiedendoci se un giorno saremmo mai arrivati a suonarci.
I progetti per il futuro però sono tanti, sicuramente raggiungere certi Paesi dove ancora non siamo stati, così come scrivere il nuovo disco e cercare di mettere un tassello ulteriore all’evoluzione del nostro sound; il folk rock è un genere musicale che spesso, e purtroppo, viene interpretato sempre seguendo e sfruttando i soliti cliché, ma crediamo invece che consenta una libertà espressiva davvero senza limiti.

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