Valerio Bruner, la nostra intervista al giovane cantautore italiano

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Valerio Bruner è un giovane e talentuoso cantautore italiano. Abbiamo già avuto modo di apprezzare il suo lavoro anche recentemente con l’uscita del singolo “Rivergirl”. Oggi lo abbiamo raggiunto con questa intervista per scoprire da dove partono le sue passioni e la sua musica.

Bentrovato Valerio, è bello poterti ospitare sulle nostre pagine. Il primo singolo del tuo nuovo lavoro è appena uscito, ma prima di parlare del disco e di “Rivergirl” vogliamo conoscerti un po’ meglio. Mi ha molto colpito una tua affermazione: “La musica e il teatro mi hanno salvato la vita”. Ti va di raccontare la tua esperienza?

Ciao Rock My Life, grazie per la meravigliosa accoglienza che mi avete riservato. È vero, la musica e il teatro mi hanno salvato la vita perché hanno fatto in modo che non la sprecassi. Ero un ragazzo timido, estremamente insicuro.

Sentivo che avevo qualcosa da dire, ma non sapevo come farlo e soprattutto avevo paura di farlo. La prima volta che sono salito su un palco è stata una tragedia. Un amico mi aveva chiesto di cantare una canzone di Springsteen, Racing in the Street, lo ricordo come se fosse ieri.

Non azzeccai una nota, stonai peggio di una campana stonata in una domenica di pioggia. Eppure la cantai fino alla fine. Una parte di me voleva scappare, gettare via la chitarra e fuggire nel silenzio generale. Un’altra parte voleva invece rimanere lì perché, nonostante la tragedia che si stava consumando dentro e davanti a me, quella dannata parte aveva sentito il sangue scorrere caldo nelle vene.

Era l’adrenalina di sentirsi per la prima volta al posto giusto. Il momento era sbagliato, ma il posto era giusto. Ho seguito quella parte di me fino in fondo negli anni. Non sapevo dove mi avrebbe portato, ma sapevo che navigare lungo la sua rotta era la cosa giusta da fare.

Il teatro mi ha aiutato a disciplinarmi, a canalizzare e prendere consapevolezza delle mie energie e del mio talento. Il teatro è stato ed è tuttora un grande maestro di vita. Mi ha insegnato come “stare” su un palco, come creare la giusta tensione e poi rilasciarla al momento giusto.

La musica ha poi amplificato il tutto, come quando dopo il temporale i raggi del sole si riflettono nelle pozzanghere e la luce ti investe l’anima. Una rivelazione e un segreto che ancora oggi non so spiegarmi. Fatto sta che il palco è diventato il mio terreno di prova, il mio campo di battaglia, la mia casa. E Racing in the Street è oggi uno dei miei cavalli di battaglia.

Con le parole ci sai davvero fare Valerio, riesci a raccontare storie di vita in modo realistico, diretto. Ma anche viscerale ed intenso, accarezzi alcune ferite dell’animo umano e le difficoltà della vita con la musica. Sembra quasi che le storie che hai raccolto durante i tuoi viaggi ti siano rimaste dentro in qualche modo. Hai mai versato qualche lacrima per una di queste storie?

Mi chiedi di andare a fondo. Credo che tutte le storie che abbia vissuto siano andate a formare un amalgama di sensazioni ed emozioni che sono legate l’una all’altra in modo inscindibile.

Ti posso dire ad esempio che il primo album, Down the River, è uscito nel 2017, le canzoni le avevo scritte tra il 2015 e il 2016. Ma le sensazioni, le esperienze e i sentimenti che avevano portato alla loro nascita erano condensate negli anni che ho vissuto a Londra, tra il 2009 e il 2011.

È difficile quindi isolare una storia o un momento che abbia vissuto. Però voglio scavare ancora più a fondo perché voglio rispondere alla tua domanda. C’è una canzone che non ho ancora pubblicato, una di quelle che finirà negli album a venire, che mi ricorda gli ultimi giorni di mia nonna.

È stata per me una figura molto importante, c’è molto di lei ne La Belle Dame. Scrissi la canzone agli inizi di agosto di tre anni fa, erano giorni molto duri. Di quelli che ti devi strappare la forza dalle viscere per poter andare avanti e non spezzarti, sapendo che a pochi passi da te c’è l’abisso.

La canzone era una riflessione su quel momento che stavo vivendo, un dolore nuovo, che non avevo mai provato prima. L’ho messa nel cassetto per farla uscire quando sarà il suo momento. Questa è una storia per cui ho ancora una lacrima da versare.

Come dicevo all’inizio, è appena uscito “Rivergirl”. Questo brano parla di una donna capace di affronatre le difficoltà trovando la forza di andare avanti malgrado tutto. Un tema molto profondo e delicato, soprattutto se a parlarne è un uomo. Valerio raccontami questa storia.

In una delle mie ultime toccate e fuga a Londra, era il 2018, scoprii un quartiere che non conoscevo ancora, Little Venice. Era un mattina fresca, senza pioggia e con il sole che filtrava dalle nuvole.

Passeggiando lungo il canale rimasi affascinato da diversi battelli che punteggiavano il fiume. C’era un’insegna che diceva: “Little Venice, where the rivermen live”. Devi sapere che il fiume è da sempre una grandissima fonte d’ispirazione per me, Down the River ruota tutt’intorno ad esso.

Nella mia mente cominciarono a prendere forma le parole “Rivergirl, it won’t be too late”. Per che cosa non era troppo tardi? Allora non lo sapevo, scrissi questi versi sul taccuino che mi portavo dietro e lo misi via.

Qualche tempo dopo, mentre lavoravo a delle nuove melodie, mi ritornarono in mente quelle parole, quell’incitazione, “Rivergirl, it won’t be too late”. Da lì immaginai una donna che si muoveva in uno scenario apocalittico: sola, tradita e persa lungo una strada deserta, lontana da casa, senza saper dove andare.

E mentre arrivavo al ritornello mi resi conto che per lei non era troppo tardi. Troppo tardi per rimboccarsi le maniche e strappare migliori condizioni alla vita. Perché è proprio nelle difficoltà, quando ci sentiamo bloccati in una vita che non è quella che avevamo immaginato, è proprio quello il momento di levare l’ancora e fare vela verso nuovi orizzonti. Lasciarci guidare dalla corrente. Ti confesso che mi affascina e mi spaventa quasi come questa canzone sia oggi così attuale, mentre viviamo qualcosa che finora pensavamo esistesse solo nei libri di fantascienza.

Tutto l’album “La belle Dame” ruota intorno all’universo femminile. Che siano madri, mogli, amanti, tutto ruota intorno alla difficoltà di essere donna in un mondo di uomini. Sembrano più storie che racconti, come se fosse la narrazione di un romanzo. Quanto c’è di reale in queste storie? Sono storie che hai realmente incontrato?

Sono sempre stato attento alle battaglie delle donne per affermare la propria individualità in un mondo che ancora oggi è prettamente maschilista, diciamoci la verità.

Non poteva essere altrimenti per me, avendo avuto gli esempi viventi di mia nonna e mia madre sul coraggio e la forza delle donne. Durante i concerti che accompagnarono la promozione di Down the River non ho mai smesso di scrivere, anzi.

Fu un periodo molto produttivo. Ripercorrendo le nuove canzoni che stavo scrivendo, mi resi conto che erano tutte narrate dal punto di vista di una donna. Non “parlavano di” una donna, erano le loro parole.

Unite tra di loro davano vita a una narrazione, come dici giustamente tu. Pensai allora che questa narrazione valesse un nuovo album, interamente incentrato sulla figura femminile, senza retorica. Senza voler strizzare l’occhio per voler apparire accattivante e impegnato.

Le storie contenute nel disco sono tutte esperienze più o meno dirette, alcune autobiografiche, altre che ho ascoltato da persone che conosco e che la mia mente ha poi elaborato.

C’è una canzone in particolare, She, che scrissi dopo aver ascoltato la storia di una cara amica, un’attrice e regista con una forza d’animo fuori dal comune. Mi raccontò di come ebbe il coraggio di lasciare il proprio compagno dopo un lungo periodo di fidanzamento e convivenza perché lui non credeva in lei. Cercava di distoglierla in tutti i modi dal voler seguire la sua strada nel mondo del teatro.

Una mattina lei fece le valigie e non si è più guardata indietro e oggi, a teatro, ha da dire la sua. Quanta forza ha dimostrato e quanta ammirazione provo per lei.

Valerio, tu hai un modo di interpretare ciò che canti molto malinconico, realistico, a tratti graffiante. Parli delle cose della vita in modo nudo e crudo come chi ne ha viste tante o chi ne ha vissute tante. Quanti viaggi hai portato nella tua musica e quanta musica nei tuoi viaggi?

Viaggiare per me è una celebrazione della vita, una passione, un’esigenza che ho la benedizione di vivere e condividere con la mia compagna.

Abbiamo sempre viaggiato immergendoci a fondo nelle culture e le persone che abbiamo incrociato nel nostro girovagare tra Europa e Italia. Ogni viaggio è un tassello nella mia musica: Londra, la Scozia, l’Irlanda, la Spagna gitana, la Berlino punk e multietnica.

Ma anche l’Italia dei piccoli borghi e delle grandi piazze, Bologna su tutte. Che sia un viaggio di piacere o una trasferta per un concerto è tutto condensato nelle mie canzoni, nelle mie storie.

I miei viaggi sono sempre pieni di musica: parto sempre con la benedizione della mia santissima trinità, Bruce Springsteen, Johnny Cash e Jim Morrison. Innaffiata da un whisky liscio in compagnia di Tom Waits, Lucio Dalla e Vasco.

Mentre i Counting Crows mi accecano come il sole ad agosto mentre mi tuffo a far l’amore fra le onde del mare e i Clash mi ricordano che Londra sta annegando. Ma ci sarà sempre qualche Kurt Cobain, Eddie Vedder o Lenny Kravitz ad allungarle un salvagente. Pensa che parto ogni volta con la valigia vuota per poterla riempire di vinili e cd, comprati tutti rigorosamente in qualche mercatino delle pulci dimenticato da Dio.

Tu sei un giovane cantautore italiano che arriva da una terra bellissima ricca di storia e cultura, ma anche ricca di arte, soprattutto teatrale. Continui ad essere legato alla meravigliosa Campania anche dopo aver viaggiato a lungo ed aver vissuto per un po’ a Londra?

Napoli, la Campania, il Sud sono la mia terra e le mie radici. E come tali le custodisco gelosamente, avendone rispetto e consapevolezza. Ma le radici sono importanti fintanto che non ci ingabbiano e non ci tolgono libertà di movimento.

Dobbiamo arricchirci facendo esperienze della vita, allargare i nostri orizzonti e aprire il cuore a quello che c’è oltre la siepe, ma non dobbiamo dimenticare da dove veniamo. Qual è la nostra identità storica e culturale, chi è venuto prima di noi, chi siamo noi e cosa lasceremo a chi verrà dopo di noi. Una volta che abbiamo chiaro tutto questo possiamo intrecciare le nostre radici con il mondo che ci aspetta fuori.

Ed arriviamo all’ultima domanda. Queste sono settimane molto difficili per la musica, per gli spettacoli e in generale per la situazione che stiamo vivendo. In attesa di poter tirare un sospiro di sollievo, immaginiamo un live… Se chiudi gli occhi ed ascolti il cuore come vorresti che fosse il tuo primo live quando tutto ricomincerà? Pensaci bene perchè Rock My Life farà in modo di essere presente!!!

Talmente rock da farmi uscire il sangue dal naso.

ALTRO SU Valerio Bruner: http://www.rockmylife.it/2020/03/11/rivergirl-valerio-bruner/

Valerio Bruner PAGINA FACEBOOK: https://www.facebook.com/brunervalerio/

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By |2020-03-18T10:02:58+00:00Marzo 16th, 2020|Brand New Rock, Musica, Rock News|