Branco racconta il suo EP di debutto: 2050

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Filippo Alessio, in arte Branco, è un giovane cantautore e musicista cresciuto a Milano. Dopo una lunga stagione di militanza nell’alternative rock band Breaking Larsen Theory decide di intraprendere un percorso da solista. Branco Parte così per un viaggio che lo porterà a registrare fino agli Steakhouse Studios di Los Angeles.

Il frutto di questa esperienza viene pubblicato in 2050, EP molto difficile da catalogare, in quanto risultato di molte influenze musicali. Incentrato sulla percezione della realtà e delle interazioni umane. Abbiamo contattato l’artista per conoscerlo meglio e approfondire alcune tematiche:

Ciao Filippo, 2050 è un EP denso di emozioni, testi introspettivi, arrangiamenti e melodie bene amalgamati tra loro, il tutto incorniciato da un’ottima produzione. Raccontaci la sua storia.

Beh, diciamo che un po’ del racconto già lo si evince dalla vostra introduzione. Con i B.L.T. le cose erano giunte ad un punto fermo. La fase di scrittura era ingolfata da tensioni personali esterne alla band che ne condizionavano però negativamente il lavoro in gruppo.

Decidemmo dunque di separarci augurandoci buona fortuna l’un l’altro ed io scelsi di partire con la Volcano Records & Promotion per la California. Mi sono reinventato così in un nuovo progetto in tempi davvero record se pensiamo che l’idea di Branco nasce ad ottobre/novembre 2019.

Le canzoni vengono scritte e pre prodotte a dicembre dello stesso anno nel piccolo studio della scuola di musica che frequento, assieme al producer Fabio Brignone, nonché bassista di Ghemon.  Lui  mi ha aiutato in questa prima esperienza di autoproduzione. Dopo aver registrato il live in studio in California ho poi deciso di lavorare sulle mie pre produzioni.

L’ho fatto insieme a Matteo Magni nel suo Magnitude Studios dando vita ad un Ep che lanciasse il mio progetto nonostante la crisi sanitaria. Infatti questa mi ha precluso di poter tornare a lavorare alla mia carriera oltre oceano in primavera 2020 come era previsto prima che chiudessero tutto.

Quando ho iniziato, nonostante la fretta di produrre del materiale inedito in tempo per partire preparato, per fortuna non mi è mancato alla mente qualcosa da voler comunicare attraverso la musica. Essendo per me a prescindere un mezzo per aggregare e coinvolgere il prossimo.

Quindi ho iniziato a riflettere sull’emergenza climatica in relazione all’economia mondiale e ai fenomeni migratori. Discorsi allora molto in voga sui media, ben presto soppiantati dai prodotti monouso a norma di Covid. Ma anche dalla paura diffusa da testate mediatiche in modo a dir poco criminale.

Facendo ricerca spesso ha spiccato la data 2050 come momento risolutivo per la nostra società, una sorta di deadline che ci impegna tutti. Perciò ho provato ad esprimere attraverso questo Ep un concetto semplice per iniziare ad invitare il pubblico a convergere verso l’aggregazione necessaria a farsi trovare pronti dinnanzi al futuro che ci attende.

Ossia di puntare sull’autocritica, sull’ascolto reciproco e sulla cura per il concetto di comunità le nostre riflessioni personali e di confronto con il prossimo. E’ anche per questo che nonostante io sia un solista ho scelto di chiamarmi “Branco”. Mi piace l’idea che un giorno il mio nome d’arte rappresenti la community del mio pubblico. Una volta sviluppato il concept la musica è venuta da se come fosse già pronta e mi sono chiuso in studio giorno e notte per un mese.

L’atmosfera della titletrack sembra ispirata a ciò che stiamo vivendo da un anno a questa parte. Nonostante sia stata scritta qualche mese prima del 2020, quando ancora parlare di Pandemia sembrava fantascienza. Sembra che Branco abbia anticipato i tempi, da cosa hai tratto ispirazione nello scrivere il brano?

Era almeno dal 2017 che una grossa fetta della musica nei miei ascolti raccontava di un qualcosa di oscuro all’orizzonte per tutti noi, dai Nothing More agli Alter Bridge passando per i Muse e via scorrendo.

Dal mio punto di vista perciò è forse più il 2020 che ha anticipato i tempi sulle profezie degli artisti, come se le avesse avvalorate invece di compirle, siamo alla punta dell’iceberg.

Diventa perciò fondamentale, dopo questo assaggio leggero di ciò che potrebbe riservarci il prossimo futuro, ritrovare una connessione fra di noi. Il distanziamento di sicurezza ha reso le cose ancor più complesse di quanto non lo fossero un paio d’anni fa ma non bisogna comunque demordere.

Io non immaginavo in alcun modo mentre scrivevo i testi, che potesse arrivare un evento così simile al futuro distopico che si proietta nelle mie riflessioni in merito al 2050. E soprattutto di vederlo dunque riproiettato nella realtà in modo tanto concreto nel 2020. E’ stato allora che nello sconforto di essere rimasto bloccato a Milano e di non poter tornare a Los Angeles ebbi l’esigenza di creare una strumentale per completare l’Ep.

Ho creato una sorta di intro che riassume le atmosfere dell’opera in un breve sguardo su ciò che attende lungo l’ascolto del disco, semplicemente per dire “è cominciata oggi!”.

Il video di 2050 è stato girato in una Milano deserta, in pieno Lockdown, un’ambientazione angosciante ma allo stesso tempo suggestiva. Che sensazioni hai provato nel camminare nella tua città in un contesto del genere?

In realtà devo ammettere che è stato un momento davvero emozionante. Nonostante l’atmosfera cupa e tetra della situazione ero davvero felice di essere di nuovo a lavoro sulla mia carriera seppur si era tutti fermi nel blocco generale.

Sapete, per me è fondamentale sentirmi operativo altrimenti ho sempre la sensazione di sprecare una marea di tempo inseguendo un miraggio nel deserto, un sogno che non c’è. Perciò solo quando sono in studio e produco o sul palco; quando vado in scena o su un set per un video; quando sono in certi ambienti frequentando certi eventi o persone; insomma solo quando faccio qualcosa concretamente riesco a sentirmi di essere davvero un artista.

Perciò in quel momento ero in un sogno in cui la città mi regalava il set perfetto per ciò che volevo descrivere nella canzone. Ho fatto il possibile per trasformare un momento di grande tristezza in qualcosa da cui raccogliere frutti. E riuscirci mi sta regalando soddisfazioni immense. Il futuro secondo me è di chi non si scoraggia.

Il brano McCandless Syndrome è ispirato alla storia di Chris McCandless. Il giovane che decise di abbandonare una vita sicura e adagiata, per affrontare un viaggio on the road di crescita personale e di ricerca di libertà. Credi che per un artista valga la stessa regola? Quanto è importante la possibilità di sentirsi libero e di esprimere la propria arte indipendentemente dal successo commerciale?

Penso sia fondamentale che un artista sia soddisfatto di se stesso e penso che per esserlo davvero egli debba sentire coerenza fra i propri prodotti e l’approvazione del pubblico.

Sentirmi fare i complimenti per aver prodotto qualcosa che non mi rispecchia non mi da soddisfazione seppur potrebbe darmi successo. Mentre ciò che auguro a chiunque voglia esprimersi attraverso la musica è di riuscire a trovare quella formula intima per riuscire a comunicare con un pubblico più vasto.

Mantenendo sempre fede alla propria natura creativa. Ad ogni modo, riallargando il significato del brano a tutti e non solo agli artisti, trovo sia importante che i più sensibili trovino un senso di comprensione intorno a loro. Questo, per evitare che si emarginino come fece McCandless e ci privino della loro luce.

Impossibile non chiederti dell’esperienza che hai vissuto in California, cosa hai provato registrando agli Steakhouse Studios di Los Angeles e suonando al Whisky A Go Go, locale simbolo della leggendaria Sunset Strip?

Avevo 19 anni, ero in un parcheggio e dicevo ad alcuni amici che sarei arrivato a Los Angeles con la mia musica e non come un turista e qualche anno dopo eccomi lì.

Solo questo pensiero basterebbe a descrivere l’emozione di essere nella città degli angeli per condividere la tua musica con professionisti di altissimo livello. I NAMM show poi ti cambiano la vita, ti senti improvvisamente piccolo piccolo ma potenzialmente connesso ad una rete dalle risorse inimmaginabili.

Agli Steak House studios credo invece di aver vissuto il momento più elevato della mia carriera nell’essere accolto e trattato come un professionista… Nonostante la mancanza di un curriculum anche solo lontanamente paragonabile a chi ha registrato lì negli anni.

Ho passato una settimana a crescere, a maturare sotto ogni aspetto, a nutrirmi di informazioni, prese di coscienza ed esperienze uniche nel contesto più magico che il Rock’n’roll abbia mai narrato.

Oggi non sarei lo stesso artista senza un momento simile. Non poter suonare al Whisky in quanto solista e senza band non mi ha bruciato in alcun modo se non in ricordo dei miei B.L.T.

Io però ero lì per il futuro e non per il passato, ero partito per  piantare il seme di un sogno e l’ho visto germogliare prima di ripartire per l’Italia. Perciò so che è solo rimandato per me il momento dei palchi tanto attesi ma sono certo che arriverà presto.

2050 è il tuo primo lavoro solista, Dopo l’esperienza con i Breaking Larsen Theory, di cui hai curato individualmente la progettazione, scrittura e produzione. Come è stato passare da un ambiente in cui le decisioni venivano prese cercando inevitabilmente un compromesso con gli altri musicisti a dover lavorare basandosi unicamente sulla propria individualità?

In quel momento venivo da mesi di tensione, volevo andare in tour con i B.L.T. e fare un altro album ma non si riusciva ad avere una line up stabile e si sono sprecati tanti mesi preziosi.

Perciò trovarmi improvvisamente da solo è stato profondamente liberatorio perché a quel punto dipendeva solo da me. Lo dico senza alcun rancore o risentimento verso i musicisti con cui ho lavorato per anni che sanno essere nel mio cuore per aver creduto nel progetto per il tempo che è durato.

Ma solo per dire che dopo anni in cui il far convergere le priorità di più teste ha fatto perdere a tutti noi del tempo. Avere dunque lo spazio di andare spedito verso i miei obbiettivi alla mia velocità era esattamente ciò di cui avevo bisogno.

Ho avuto l’opportunità di fare tesoro di tutte le esperienze fatte fino a quel momento. Ho potuto scegliere suono per suono, strumento per strumento, registrare il basso che è uno strumento che amo profondamente, suonare le tastiere, fare i miei primi mix. E’ stato elettrizzante e soddisfacente ma più di ogni altra cosa istruttivo per i prossimi progetti.

Per questo disco hai scelto un artwork davvero interessante che sembra allontanarsi moltissimo dalle immagini che percepiamo nell’ascolto dei brani. Parlaci di questa copertina, ha un particolare significato?

Il messaggio che l’artista Matilde Chizzola ed io abbiamo pensato di elaborare era quello di evocare un fantasma dal passato. Come un ricordo ancestrale, nativo, accompagnato da un simbolo di rivendicazione e di resa dei conti come il corvo. Una riconnessione con le proprie radici per non perdere la rotta verso il futuro in un presente tanto confuso.

Per concludere la nostra chiacchierata ci piacerebbe farti raccontare qualcosa sui prossimi programmi di Branco. Oltre alla promozione di 2050, stai sviluppando qualche altro progetto riguardo la musica, l’arte e tutto ciò ruota intorno a questi settori?

Sono in fase di scrittura del prossimo lavoro discografico ma prima che questa musica veda la luce mi auguro di poter presto tornare sul palco a supporto di 2050. Nel frattempo insieme ai miei fratelli ho dato vita ad un’impresa culturale che ha l’obbiettivo di diventare un hub per veri e propri managers del settore cultura. Che sappiano rendere virtuose le connessioni fra gli artigiani, gli operatori e i lavoratori del mondo della cultura e dello spettacolo.

Paparugaä (questo il nome della società) sarà in prima linea sull’onda dei grandi cambiamenti che il settore culturale affronterà nei prossimi anni.  Auspichiamo di poter accogliere presto ai nostri eventi e nei nostri spazi tutti coloro che saranno curiosi di scoprire la nostra realtà.

Ti ringraziamo per averci regalato un po’ del tuo tempo, torna a trovarci quando vuoi!

Grazie mille a voi di Rock My Life, e a tutti i lettori. Un abbraccio fortissimo e spero a presto e dal vivo.

Abbimo raccontato l’Ep di Branco, 2050 QUI

Ascolta 2050:

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By |2021-04-10T08:37:41+00:00Aprile 10th, 2021|Brand New Rock, Rock News|