Andrew Wood, la stella nascente del Grunge

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Andrew Wood moriva esattamente trentuno anni fa, il 19 marzo del 1990, cantante dei Mother Love Bone ed ancora prima dei Malfunkshun.
Andrew è stato una figura centrale della scena musicale di Seattle molto prima dell’esplosione di “Nevermind”.

Sicuramente possiamo attribuire alla sua musica ed ancor più al suo modo di viverla, i primi vagiti del Grunge.
Per raccontare la sua storia dobbiamo necessariamente fare un passo indietro, fino al 1986. Quando l’etichetta C/Z pubblicò la più preziosa testimonianza dei primi germi del grunge, la raccolta “Deep Six”.

Deep Six, La prima Compilation del Grunge:

All’interno del disco erano presenti sei band, acerbe, agli albori della loro carriera. Ma che conteneva quegli artisti che sarebbero diventati dei pezzi da novanta nella scena di Seattle e del mondo intero. Green River, in cui militavano quattro musicisti destinati a fare la storia del rock cittadino e non solo, Mark Arm, Steve Turner, Stone Gossard e Jeff Ament futuri Pearl Jam.

U-Men di John Bigley;
Soundgarden di Chris Cornell;
Skin Yard di Jack Endino e Matt Cameron
Melvins di Buzz Osborne
infine, i velenosi Malfunkshun del giovanissimo e carismatico cantante Andrew Wood.

All’epoca della pubblicazione di “Deep Six” Steve Turner aveva già lasciato i Green River, sostituito da Bruce Fairweather. Ma di lì a poco anche tra gli altri membri i contrasti diventarono così insanabili da portare allo scioglimento. Turner si riavvicinò ad Arm con cui fondò i Mudhoney, che nel 1988 sfornarono uno dei primi anthem dell’etichetta Sub Pop, “Touch Me I’m Sick”.  Ancora oggi, tra i pochissimi gruppi sopravvissuti all’epopea del grunge, continuano a suonare con il piglio ruvido e sguaiato di allora.

Ament, Gossard e Fairweather, invece, si unirono ad Andrew Wood per formare i Mother Love Bone. Sin da subito i ragazzi mostrarono una formidabile alchimia e, grazie ad un frontman trascinante come pochi, lasciarono presagire che il loro primo album avrebbe rappresentato il detonatore necessario al fermento creativo di Seattle.

Ma cominciamo dall’inizio, perché questa storia deve necessariamente partire da uno dei luoghi simbolo della musica di Seattle. Parliamo di The Central.

Andrew wood

The Central è il più antico pub della città di Seattle, è stato aperto nel 1892. Cento anni più tardi diventa il posto simbolo della musica di quella città. Ma come in tutte le storie degli anni ‘90 abbiamo bisogno degli anni ‘80 per raccontarla. E come in quasi tutte le storie della costa Ovest abbiamo bisogno di un garage.

A Bainbridge Island c’è il garage che cerchiamo, di proprietà della famiglia Wood. Qui, i due fratelli Kevin ed Andrew hanno finalmente trovato il batterista giusto per la loro band che si chiamerà Malfunkshun.

Chris Cornell che a metà anni 80 era il frontman più conosciuto di Seattle perché era quello dei Soundgarden conosce Andrew, che diventerà anche suo roadmen. Così un giorno Cornell proprone a Andrew e ai Malfunkshun di essere il gruppo di supporto nel tour dei Soundgarden. Fù così che stando insieme giorno dopo giorno, palco dopo palco, Chris ed Andrew diventano come due fratelli.

Cornell si accorge subito che Andrew è un’altra merce, è esplosivo, straripante a livello vocale. E’ un’autentica superstar. Anni più tardi Chris disse:

Se anche non avesse venduto un singolo disco, lui sarebbe stato sicuramente il migliore di tutti noi.

andrew wood

Il momento della svolta e la nascita dei Mother Love Bone

Malfunkshun è un buon gruppo, Kevin è un buon musicista, ma Andrew è francamente diverso. Andrew non vuole deludere troppo il fratello ma si muove su fronti diversi, contattando Stone Gossard e Jeff Ament. Si tratta del chitarrista e del bassista dei futuri Pearl Jam. Nasce un nuovo gruppo altrettanto incredibile. Parliamo dei Mother Love Bone.

E qui torniamo a parlare della storia del locale più famoso di Seattle, The Central, in cui in sui muri delle toilette c’erano scritte che inneggiavano ad Andrew Wood, che dichiarò a tale proposito:

Non fatemi delle promesse, non adulatemi, non fatemi dei regali, venite a The Central ad ascoltarci.

Nel 1989 Mother Love Bone pubblicarono “Shine”. Un ep contenente cinque brani di straordinario equilibrismo che permetteva di passare dal rock’n’roll grezzo e stradaiolo all’emozionante doppia ballata “Chloe Dancer/Crown Of Thorns”. In questi brani Andrew confessava spudoratamente la sua maleducazione sentimentale e i suoi tentativi di stare lontano dalla droga. Questa ballad nel 2007 è stata inclusa in una speciale lista delle “50 migliori canzoni di tutti i tempi più lunghe di 7 minuti” redatta da Rolling Stone.

Apple, il primo e unico disco dei Mother Love Bone

Il primo e unico album della band, “Apple”, fu registrato tra il settembre e il novembre del 1989 ai London Bridge Studios di Seattle e al The Plant di Sausalito. Tutti i testi erano di Andrew.

Non potrei mai cantare versi scritti da qualcun altro

dichiarava nelle interviste che precedettero la pubblicazione del disco. Si stava già creando infatti, un autentico hype tra i frequentatori dei circuiti alternativi. Le musiche erano cofirmate da tutti i componenti della band. Tra le tredici tracce spiccavano inni grunge come “Stardog Champion” e “Bone China”. Ma anche l’oscuro mid-tempo “Gentle Groove” e le ballate acide “Stargazer” e “Man Of Golden Words”.

Nel tour del 1989 in cui i Mother Love Bone aprirono una quarantina di concerti degli inglesi Dogs D’Amour, Andrew rubò letteralmente la scena al cantante Tyla. Ecco cosa dichiarò Andrew al giornalista di The Rocket:

Mi sono preparato a questo passo per tutta la vita. Sono sempre stato un frontman. Ricordo che quando avevo nove o dieci anni aspettavo che i miei se ne andassero. Poi mettevo a tutto volume “Alive” dei Kiss e usavo il letto come palco per la batteria e una racchetta come chitarra.
Alla fine del disco distruggevo la racchetta/chitarra, rimettevo il disco per il bis e risalivo sul palco. Avresti dovuto vedermi! La Andy Wood Band! Eravamo strepitosi negli anni ’70!

Andrew era all’apice del successo, aveva davanti a sé una carriera più che promettente, avrebbe potuto avere ai suoi piedi qualunque donna, purtroppo però ne predilige soltanto una: l’eroina.

L’uscita di “Apple” era prevista proprio per il mese di marzo del 1990. Andrew aveva fatto del suo meglio per farsi trovare pronto all’appuntamento e si era disintossicato. Ma per chi si è disintossicato da poco capita che la prima ricaduta possa essere letale spesso con una dose in precedenza tollerata. Proprio ciò che accadde quel 16 marzo.

Il week-end nero di Seattle e la tragica morte

Durante il weekend del 16 marzo 1990 a Seattle ci furono quattro overdose da eroina. Tre ragazzi sopravvissero, il quarto invece, dopo tre giorni di agonia, non ce la fece. Quest’ultimo era uscito da poco da un centro di riabilitazione ed era pulito da ben 116 giorni.

Il quarto ragazzo era proprio il ventiquattrenne Andrew Wood. Quel 16 marzo fu trovato privo di sensi, riverso sul letto con una siringa nel braccio dalla fidanzata Xana La Fuente. Rimase in coma per tre giorni all’Harborview Hospital e il 19 marzo i genitori diedero l’assenso a staccare la spina.

Il corpo del cantante era circondato dai fratelli, dagli amici, da Chris Cornell, Stone Gossard, Jeff Ament e da Xana. Proprio la sua ragazza ricorda di aver tagliato una ciocca di capelli di Andrew e di aver messo su uno dei suoi dischi più amati: “A Night At The Opera” dei Queen. Xana si sdraia sul suo petto ad abbracciarlo finché non sente il suo battito andarsene.

Xana ricorda anche di quella volta che Andrew e suo fratello Kevin presero un acido. Andrew passò otto ore rannicchiato sul pavimento del bagno in posizione fetale, piangendo e gridando:

I’m gonna die. I saw my future. I know I’m gonna die

Il sogno di una generazione fu sul punto di infrangersi. Fu il weekend che spazzò via l’innocenza. Andrew aveva una fame di vita e un’esuberanza incontenibili. Cantava “I am magnificent/I’m the instigator of the me generation”. Era quasi etereo con i lunghi capelli ossigenati a volteggiare sopra i giri di basso, la canotta numero 32 dei Los Angeles Lakers e i guanti di pelle nera.

andrew wood
andrew wood

La nuova era dopo Andrew Wood

Per chiunque lo conoscesse o l’avesse visto esibirsi, il dolore fu troppo grande. Improvvisamente, ascoltare “Stardog Champion”, con lo straziante finale cantato da un coro di bambini vittime di abusi, era diventato impossibile. Ecco perchè l’uscita di “Apple” fu posticipata a luglio.

Andrew era camaleontico e scivolava via un attimo prima di farsi afferrare. Lasciando così con il dubbio che il suo spettacolo d’amore profano non fosse che una grossa presa in giro. Non senza ironia, percepiva se stesso come il sacerdote del nuovo rock.

Il 19 Marzo del 1990, il suo cuore batte per l’ultima volta. La sua morte porta quasi contemporaneamente alla nascita di band divenute poi famosissime, ad esempio i Temple Of The Dog. Lo stesso Chris Cornell gli dedica due magnifici pezzi: Say Hello 2 Heaven, Reach Down. Inoltre insieme a Vedder canta Hunger Strike, uno dei pezzi più commoventi della musica americana degli anni’90.

La morte di Andrew pose fine all’avventura appena iniziata dei Mother Love Bone, ma in qualche modo ebbe degli effetti catartici su quasi tutti i musicisti di Seattle. Proprio in quel periodo i Nirvana iniziarono a lavorare al secondo album, provvisoriamente intitolato “Sheep”.

L’esplosione del Grunge, il movimento culturale più amato della storia

Kurt Cobain aveva già pronte “Lithium”, “In Bloom” e “Polly”. Avrebbe dovuto però attendere ancora un altro anno prima di trovare l’ispirazione per scrivere “Smells Like Teen Spirit”. I cinque minuti capaci di entrare nelle adolescenze di tutto il pianeta con la forza di un tornado.

L’album uscì nel settembre 1991 con il titolo “Nevermind” e tutto cambiò. Non solo i Nirvana diventarono il gruppo rock grunge del momento ma anche gli altri gruppi ricevettero un’improvvisa esposizione mediatica.

Successo, prime pagine, tour mondiali, montagne di soldi. Nel giro di pochissimo, la fortuna baciò chiunque venisse da quell’area del north-west americano. Un luogo fino ad allora rimasto ai margini della geografia del rock. Seattle era esplosa.  E la figura di Andrew continuò a vegliare sui suoi amici, fonte di ispirazione e oggetto di sentita devozione.

Il ricordo di Andrew nei brani dei suoi fratelli di band

Gli omaggi più famosi sono contenuti nella musica degli Alice In Chains. La band di Jerry Cantrell, amico fraterno di Andrew, e Layne Staley, che aveva nel destino un’uscita di scena altrettanto drammatica. Il loro brano più noto, “Would?”, è uno dei modi per gridare la storia di Andrew.

La morte di Andrew, infine, spalancò le porte del successo anche ad un certo Eddie Vedder. Surfista temporaneamente addetto ad un pompa di benzina di San Diego, che Ament e Gossard scelsero come voce per la nuova band che stavano formando. I predestinati Mookie Blaylock, assoldati dalla Epic ancora prima di cambiare il nome nel più fortunato Pearl Jam.

Andrew Wood è stato un performer di altissimo livello ed è stato sui palchi americani per troppo poco tempo. Di lui, discograficamente ci resta abbastanza poco, eppure ci ha lasciato un patrimonio musicale ed un’eredità immensa per la scena Grunge che stava nascendo.

La cerimonia funebre si svolse al Paramount, un altro posto significativo ed uno dei simboli di Seattle, durante la quale il padre disse:

Non disperdiamo il talento artistico di mio figlio, ma fatemi una cortesia, il prossimo frontman del gruppo che non sia un tossicodipendente

Ma bravo e pulito, sono due aggettivi eticamente incongruenti con la Seattle degli anni ‘90.

Fonti e Ringraziamenti:

Il mio primo grazie va a Cristiano Lucidi di About Grunge ( https://www.youtube.com/channel/UCoBIO0Idwh9PqZKDhpUSK3g ) che mi ha dato la possibilità di realizzare questo approfondimento.

Le mie fonti:

Federico Buffa: Time Travel Barracuda, gli anni ’90 di Seattle.

Pierluigi Lucadei: Andrew Wood, il primo martire del Grunge.

Gianluca Crugnola: 30 dischi per capire il Grunge

Valeria Sgarella: Andy Wood, l’inventore del Grunge: vivere (e morire) a Seattle prima dei Pearl Jam.

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By |2021-04-14T15:10:15+00:00Aprile 13th, 2021|Rock 1990-99, Rock Classic|