Iron Maiden in assetto di guerra con Senjutsu

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Iron Maiden, il sestetto inglese capitanato da Steve Harris torna in grande stile. Armatura giapponese e katana in pugno, Eddie the Head questa volta ci catapulta in oriente. E, diciamolo subito, con una veste epica.

Quello che immediatamente colpisce di questo 17esimo lavoro in studio della band è infatti l’artwork. Veramente curato nei minimi dettagli dalla copertina fino ai disegni interni. Forse uno dei più belli dell’intera discografia, considerando qualche passo falso fatto in passato.

Ma facciamo un attimo un passo indietro. Perché una premessa è d’obbligo, ancor prima di mettere mano all’ascolto dei dieci brani che compongono Senjutsu. Cinque anni fa i nostri Iron Maiden ci avevano lasciato tra le sognanti note di Empire of the Clouds.

Una suite di 18 minuti che chiudeva il precedente The Book of Souls. Un record di minutaggio per il gruppo londinese che, durante i suoi anni – ben 45 – ci aveva abituato a cavalcate e brani granitici di quattro o cinque minuti di media.

Specialmente sugli ultimi studio-album, però, il combo inglese sembra essersi affezionato a un diverso stile di composizione. E gli oltre 80 minuti di Senjutsu, divisi per 10 tracce, lasciano presagire qualcosa in questo senso.

È proprio questa peculiarità – la lunga durata di alcuni pezzi – che fa pendere l’ago della bilancia in un senso o nell’altro, a seconda dei gusti personali di ognuno. Ma una cosa va detta: gli Iron Maiden sanno ancora scrivere. Lo si percepisce già dai primi ascolti, nonostante ci sia qualcosa nella produzione di Kevin Shirley come sempre supervisionato da Harris in persona, che faccia storcere il naso a molti.

Già al primo ascolto, infatti, non si può non notare subito una tastiera che corre in quasi tutto il disco a dar “manforte” alle tre chitarre e alla voce di Bruce Dickinson. E la prima domanda sorge spontanea: era davvero necessario inserirla?

Forse no, o in ogni caso non in maniera così marcata. Altro dato che balza subito all’orecchio: la voce di Bruce Dickinson. Per carità, sempre un grandissimo singer che, a 63 anni, regge il colpo nonostante i suoi passati problemi di salute, ormai superati alla grande.

E il suo cantare è sempre un bell’ascoltare. Il vero problema, forse, si percepisce sulle note più alte, quelle dove in passato sguazzava senza problemi. E dove, adesso, sembra giustamente faticare un pelo. Appare così in certi casi quasi in difficoltà per cercare di arrivare là in alto, dove osano le aquile.

Appurati quelli che parrebbero essere i problemi del disco, prima di addentrarci all’analisi dei brani passiamo alle cose positive. La prima: gli Iron Maiden sono tornati, che già di per sé è un avvenimento degno di nota.

L’attesa e poi la trepidazione di ascoltare dei brani mai sentiti prima del sestetto inglese è pari forse a quella di pochi altri gruppi sulla scena. E l’hype è subito ripagato perché, come detto, Harris e soci sono ancora ispirati. Seppur in maniera diversa rispetto al passato e con un’altra concezione del fare musica.

Quello che fanno è ancora riconoscibile da un miglio di distanza, ma si percepisce la loro voglia di provare cose diverse, per quanto rimangano ancorati al loro inconfondibile stile.

Quello che però appare strano però, almeno per chi scrive, è l’approccio all’ascolto. Spesso quando si ascolta un nuovo disco sono necessari molti ascolti per apprezzarlo. Era il caso di The Book of Souls, che si faceva ammirare alla lunga e non nell’immediato.

In questo caso Senjutsu ha fatto l’effetto contrario. Il primo ascolto, quello con le cuffie di qualità e con l’hype alle stelle, ha fatto gridare al miracolo, per poi scemare leggermente con i successivi. Specialmente quelli dei viaggi in macchina ad esempio, dove la lunghezza e la prolissità di alcune canzoni alla fine l’hanno fatta da padrone.

Senjutsu

Senjutsu si apre con la titletrack e già si percepisce che gli Iron Maiden hanno voglia da vendere. Si presentano con i tamburi di guerra per difendersi dall’assedio dei nemici. E il primo brano è degno di nota. Il grido di battaglia e una ritmica efficace fanno da contraltare ad un cantato ispirato e delle chitarre granitiche. Brano che supera gli 8 minuti ma che scorre bene fino alla fine. Uno dei più apprezzati dell’intero disco. Voto 7,5.

Stratego.

È la seconda traccia uscita prima del lancio del disco e la prima in pieno stile Maiden. Tornano le gallops a cui tanto siamo abituati e, nonostante la tastiera in questo caso sia troppo marcata, la canzone si fa apprezzare. Qua i Maiden stanno in confort zone e si sente. Anche il solo di chitarre è tra i più classici, mentre il cantato di Bruce è decisamente a fuoco. Voto 7.

The Writing on the Wall.

Pezzo che si apre lasciando presagire qualcosa di diverso. Si tratta di una delle canzoni più ispirate del disco, sia come riff che come cantato. Il ritornello entra subito in testa ed esalta la voce di Bruce. Le parti strumentali sono a fuoco e i soli di chitarra sono belli prorompenti, così come l’armonizzazione che si intermezza ad essi. Si capisce perché Harris e soci abbiano deciso di lanciarla come prima canzone quasi due mesi prima dell’uscita del disco. Voto 8.

Lost in a Lost World.

Si parte con chitarre acustiche e un Bruce calmo e riflessivo. Per poi dare spazio al muro sonoro eretto dal sestetto, con il basso di Harris in bella mostra. Un brano che, per stile e composizione, sarebbe potuto tranquillamente stare a proprio agio anche in un disco come Dance of Death, vista la tipologia di canzone. Le parti strumentali a metà della traccia sono efficaci e variegate, oltre ad intrecciarsi bene l’una all’altra. Un ultimo ritornello e un finale riflessivo chiudono i 9 minuti e 31 di un brano che, nonostante la durata, risulta ben calibrato. Voto 7.

Days Of Future Past.

Qui i Maden tornano a spingere sull’acceleratore. Belli l’ingresso e il riff di chitarra, così come il cantato di Bruce sia nella strofa che nel ritornello, quasi in stile The Wicker Man. Il solo di chitarra lascia spazio ad un breve intermezzo che si interrompe subito a favore del ritornello finale. Una delle canzoni più immediate del disco, andando quasi in controtendenza con i suoi “soli” 4 minuti di durata. Insomma, una lieta sorpresa. Voto 7

The Time Machine.

Forse il brano meno riuscito. Intro lento e prolisso che lascia spazio a delle chitarre ben marcate che aprono ad un cantato poco ispirato nella sua melodia. Canzone un po’ troppo lunga per quello che veramente offre. La parte centrale cambia ritmo più volte, spiazzando quasi chi ascolta. Non una brutta canzone nel suo complesso, ma decisamente inferiore alle altre nonostante si percepisca l’ispirazione progressive che tanto hanno paventato nelle recenti interviste. Voto 6

Darkest Hour.

Qui ci vorrebbe un capitolo a parte. La canzone di per sé è anche piacevole, ma ci si chiede: era necessaria? Gli Iron Maiden stessi, con pezzi come Wasting Love oppure Out of the Shadows, ci avevano abituati ad alcune power ballad ben riuscite. Così come Dickinson nella sua carriera solista, specialmente con Tears of the Dragon, brano al quale è impossibile non ricollegarsi. Tanto da far pensare che Darkest Hour in realtà non aggiunga nulla di nuovo alla folta schiera di pezzi lenti a disposizione dei metallari più romantici. Difficile dare un voto a questa canzone ma, per tutti questi motivi, probabilmente merita non più di un 6,5. Della serie, vorrei ma non posso.

Death Of The Celts.

Un brano su cui nutrivamo grosse aspettative. Intro niente male, così come il cantato iniziale. Anche l’ingresso di tutti gli strumenti è degno di nota. E i primi cinque minuti di canzone, assolo di chitarra compreso, sembrano piuttosto epici e… stop. Nel senso che il resto della traccia non decolla, lasciando forse qualcosa a metà. Anzi, i continui cambi di tempo nella lunga parte strumentale non aiutano, ma spiazzano e conducono verso altri lidi dove non ci saremmo aspettati di essere condotti. Soprattutto perché la canzone sfonda i 10 minuti e, ad un certo punto, non si vede l’ora che finisca. Voto 6

The Parchment.

La più lunga del disco. In 12 minuti e 39 si possono dire tante cose, sia a livello strumentale che vocale. E i Maiden lo fanno, sin dalle prime note. Cupi e densi, quasi maligni. Bruce Dickinson ha recentemente dichiarato che, se la riproporranno live, avrà il tempo di andare a prendere un tè vista la lunga parte strumentale. Vero, ma in questo caso non ci si annoia. E quando torna a cantare lo fa in maniera incisiva, con belle parti vocali. Insomma, dopo lo smarrimento della parte centrale del disco qui si sente di nuovo l’ispirazione. Voto 7

Hell On Earth.

Ecco come si chiude un disco: con la canzone più bella. Quella che ti fa dire “ok lillo, dopo 70 minuti arrivo io e ti colpisco nella pancia”. E ti chiama a far ripartire il tutto dall’inizio. O forse non proprio tutto, perché alla fine accadrà che, dopo lo stupore iniziale di un nuovo disco dei Maiden, sarai costretto a skippare qualche canzone, specialmente quelle centrali. Ma in fondo chissene, tanto poi arriva Hell On Earth a farti capire in che mondo vivi. Un mondo complicato, fatto di guerre e di morte. E il grido arriva, guarda caso, con una nuova cavalcata. Voto 9.

«I wish I could go back
Will never be the same again
Bled for all upon this hell on earth

And when I leave this world
I hope to see you all again
On the other side of hell on earth

Upon the eyes of good
I’m following the light again
In between the dark of hell on earth

On the other side, I’ll see again heaven
So far away from this hell on earth».

In conclusione, Senjutsu porta nuova linfa, seppur non in tutti i suoi brani, al vasto repertorio degli Iron Maiden. Da loro ci saremmo aspettati una produzione diversa, seppur in linea con gli ultimi lavori. Nel complesso si tratta di un buon disco, non al livello di altre pietre miliari del passato, ma comunque di buona fattura.

E, considerata l’età che avanza, non era affatto scontato. Ma sono pur sempre i Maiden, cosa che si evince dalla prima posizione nella classifica italiana dopo la prima settimana di vendite, già di per sé una bella notizia nel mare cosmico della musica che viene ascoltata nel nostro Paese.

Altra considerazione può essere fatta sulla composizione e sulla lunghezza dei pezzi. È logico che i fan si aspettassero da loro un maggior numero di brani in pieno stile maideniano, ma è anche plausibile che i Sei abbiano voglia di sperimentare nuovi registri. Cosa che li ha portati a volte ben a fuoco, altre un po’ fuori dalla carreggiata. Nota di merito poi per l’artwork, uno dei più belli mai visti.

Per tutti questi aspetti, per il voto finale abbiamo semplicemente deciso di sommare il giudizio di tutte le 10 canzoni. Insomma, una sorta di 7+ come ai tempi della scuola, per un gruppo che di insegnamenti alle nuove leve ne ha ancora da dare tanti. Sperando che questa non sia veramente l’ultima prova.

(Recensione a cura di: Andrea Lobo Capitani)

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By |2021-09-17T14:48:41+00:00Settembre 17th, 2021|Brand New Rock, Musica Rock, Rock News|