I Reckless ci portano negli anni ottanta

I Reckless ci portano negli anni ottanta

I Reckless ci portano negli anni ottanta con il loro nuovo disco T.M.T.T. 80. Il combo vicentino rientra in studio dopo sette anni dal precedente “Too Glam To Die”. Questo nuovo disco, il cui titolo è acronimo di Take Me To The Eighties, mette in chiaro da subito la sua vocazione.

Tornano gli anni ottanta, tornano le acconciature cotonate, i colori sgargianti e le chitarre al massimo volume. La proposta della band è figlia di un’ epoca e di un sound preciso, ma non si limita ad un revival estemporaneo. Il gruppo recupera in maniera originale la lezione dei classici del genere, come Ratt e Crue, incorporando aspetti ed influenze di tante altre band del periodo.

Se le chitarre di Dany ed Alex ricordano spesso gli esordi della coppia Crosby, DeMartini chiamano in causa sicuramente anche Dokken, Britny Fox e Black’n’Blue. Le melodie proposte hanno sempre un piede ben saldo nel glam e l’altro nel metal. Assieme quindi ad un approccio più puramente glam, hair metal, a tratti quasi AOR, alcuni momenti riportano alla mente anche realtà più dure come Vinnie Vincent Invasion, Loudness o i Priest di Turbo e Ram It Down.

A.T. Rooster condisce tutto questo con la sua keytar creando intrecci inediti e sempre interessanti. Il registro vocale utilizzato spazia tra una delivery più baritonale e viziosa per poi esplodere in parti tenorili figlie di Tom Keifer e Dean Davidson. La sezione ritmica di Mikki e Jack è sempre curata e precisa, conduce i giochi, favorendo il flow dei brani, senza mai intralciarli.

Questo T.M.T.T. 80 suona come avremmo potuto immaginare il futuro ed il suo sound nel 1987. Il risultato é sicuramente elettrizzante e pone, senza ombra di dubbio, i vincentini sullo scacchiere internazionale. Auguriamo solo il meglio ai nostri “temponauti”, sicuri che questo lavoro sarà capace di raccogliere il plauso che la band merita.

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Perfectly Imperfect ecco Chip Z’Nuff

Perfectly Imperfect ecco Chip

Perfectly Imperfect ecco Chip Z’Nuff ce le canta di santa ragione. Rimasto ormai solo al timone degli Enuff Z’Nuff, Chip si divide tra la sua band madre, partecipazioni, ospitate ed una carriera solista.

Questo secondo capitolo firmato Frontiers arriva a sette anni dal debutto Strange Time. Chip non è assolutamente un novellino. Infatti nel disco lo vediamo ricoprire i ruoli di autore, arrangiatore, produttore, polistrumentista e ovviamente cantante. Il bassista presenta otto nuovi brani, un’ intro strumentale ed una cover. Allo stesso modo anche la lista degli ospiti é degna di nota: Steven Adler (Guns ‘N Roses etc.), Daxx Neilsen (Cheap Trick), Joel Hoekstra (Whitesnake etc.) e Daniel Hill (Enuff Z’Nuff).

Il disco

La ricetta non è assolutamente dissimile da quella a cui ci hanno abituati gli Enuff Z’Nuff. Beatles, Cheap Trick, Wings incontrano Big Star e Dwight Twilley Band. Difatti il bagaglio da cui il monello della Windy City attinge a piene mani rimane sostanzialmente lo stesso. A queste solide fondamenta viene aggiunto un velo di quella scena alternativa che predata l’avvento del grunge. Scelta già operata in passato anche dagli Enuff e sempre perfettamente in linea con la propria identità.

Quello che ne risulta é che, nonostante l’artista sia identificato con gli anni ottanta, si qualifica prima di tutto come ottimo autore che trascende ampiamente il decennio di provenienza. Ugualmente tutto ciò è sottolineato anche dai testi che spesso presentano profonde riflessioni sul nostro presente e successivamente appaiati con melodie leggere ed orecchiabili.

Irresistibili “Welcome To The Party” e “Heaven In A Bottle” entrambe a ragione scelte come singoli. Inoltre si distinguono anche “Roll On” e “3 Way”  che vi faranno battere il piedino senza nemmeno ve ne accorgiate. Interessante anche al rivisitazione di “Honaloochie Boogie” dei Mott The Hoople che perde il glitter e il glamour a favore di un vibe assolutamente in linea con il nostro presente.

Ottima prova per Chip. La domanda che rimane è quanto ancora questi pezzi avrebbero potuto guadagnare dalla presenza di Donnie Vie. Continuiamo ad incrociare le dita per una tempestiva reunion.

Chip Z’Nuff

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Gli Stinking Polecats tornano in grande stile

Gli Stinking Polecats tornano

Gli Stinking Polecats tornano in grande stile a diciassette anni dall’ ultimo “Broken”. Il nuovo attesissimo disco omonimo contiene dieci tracce fresche di studio.

Per chi non sapesse di chi sto parlando i Polecats nascono nel piacentino alla fine dello scorso millennio. I ragazzi si fanno le ossa in quella che oggi chiameremmo la scena Ramonescore italiana: Manges, Peawees, Retarded ecc. Punk rock con un fortissimo debito d’ ispirazione nei confronti del catalogo Lookout! Records, Queers e Screeching Weasel su tutti.

Tutte le band coinvolte in questa scena, dopo i primi passi mossi seguendo la rotta tracciata dai cugini d’oltreoceano, proseguiranno trovando la loro strada. In sintesi si evolveranno in qualcosa di assolutamente personale. Gli Stinking Polecats sfortunatamente dopo appena tre dischi, una manciata di split ed E.P. si scioglieranno nel rammarico dei loro estimatori. Chris e Mitch negli anni a venire si terranno attivi, assieme prima, da soli dopo, con Tough e Mitch & The Teekays continuando a produrre materiale di prima qualità.

Il disco

Il disco è stato preceduto da un ottimo extended contenente tre brani cantati rispettivamente da Chris, Mitch e Simone in piena tradizione Polecats. Infatti spartire i brani tra i componenti del gruppo e le stupende armonie vocali create assieme sono sempre stati tratti distintivi della band. Le “puzzole” inanellano dieci nuovi classici da cantare a squarciagola. “Attilio”, “Space Trip”, “Lost In Naples”, “Is This Real” non c’è un singolo filler nel disco, il livello di scrittura è sempre altissimo.

La band vive di un sound proprio ed irripetibile anche quando traspaiono riferimenti alla produzione di Dan Vapid, Huntingtongs indietro fino ai Descendents. Il piglio del gruppo ormai trascende i confini del Ramonescore duro e puro svelando una forte attitudine rock’n’roll. A volte sembra che all’ equazione sia stata sapientemente mescolata la “pacca” di Social Distortion, Supersuckers o addirittura di Wildhearts e derivati (chi ha detto Yo-Yo’s?!?)

I brani sono registrati e suonano in maniera eccellente. Mitch, per quanto mi riguarda, ha ancora una delle più belle voci uscite dallo stivale. Chris è sempre il duro della Curva Nord con il cuore di panna e assieme a Davide picchiano come fabbri. Intanto Simone ci fa ancora emozionare esattamente come ai tempi di “Song For Your Boyfriend”.

Conclusioni

Siamo alla vigilia del Punk Rock Raduno e i piacentini si riuniranno questo sabato per dividere il palco coi Chixdiggit! Fossi in voi non perderei assolutamente l’opportunità di godermeli dal vivo.

Stinking Polecats

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L’Underground italiano chiama alle armi. L’editoriale

underground music

L’Underground italiano chiama alle “armi”. C’è bisogno di tutti. Perché soffre, ma non demorde. Si batte, sgomita, prende calci, ma non molla mai.

Marcia a testa alta, come fosse un esercito sempre pronto ad affrontare la sua ultima battaglia. E in qualche modo riesce sempre a sfangarla, ma non senza riportare ferite, spesso anche gravi, che farebbero vacillare anche un gigante.

Ma poi, alla fine, quello che conta è rialzarsi. Nonostante le difficoltà, nonostante i dubbi, perché è la passione a vincere su tutto, anche quando c’è qualche zampino di troppo. Se poi a metterci questo zampino è anche la burocrazia, che non aiuta chi vuole organizzare festival e concerti, allora ecco che il tutto appare ancora più complicato.

Per fortuna sono in molti a dare ancora l’anima per alimentare il sacro fuoco della musica Underground, che non si spegnerà mai finché sarà la passione a tenerlo vivo. Dai musicisti ai redattori delle webzine, dai semplici appassionati fino a chi supporta spasmodicamente le band del territorio nazionale: senza tutto questo non ci sarebbe l’Underground.

Che poi è vero che a mangiare sono sempre i più grandi, quelli che fanno i numeri e le visualizzazioni. Anche se bisognerebbe parlare del fatto che un tempo si vendevano i dischi, ma questo è un altro discorso.

Ai grandi concerti vanno in 70mila, 80mila, 90mila, 100mila. Spendendo anche 70, 80, 90, 100 euro. E nei piccoli club, quelli dove si respira aria buona e si può sentire il sudore dei musicisti Underground a un metro di distanza – dove però a trasudare è sempre buona musica – il pubblico in Italia fa ancora fatica ad andare.

E spesso le date, i concerti, i festival organizzati con il sudore della fronte saltano per motivi che in altri Stati neanche si immaginerebbero. “Perché siamo in Italia”, viene da dire. O forse perché sono le mentalità che si sono lasciate andare in un vortice da cui chissà come se ne possa uscire.

L’impressione che se ne trae è che, se salta un concerto, frega a pochi: di sicuro non a chi, con le proprie leggi e le proprie ristrettezze, direttamente o indirettamente fa sì che questo avvenga, senza fare un passo in avanti e tendere la mano.

Ma spesso non interessa nulla anche a chi professa passione ma, per un motivo o per un altro, non supporta.

Quindi a chi è rivolto questo editoriale? A tutti: ai grandi della musica che forse non fanno abbastanza per i “piccoli”; inteso come numeri, perché in quanto a qualità musicale anche qui si potrebbe aprire un capitolo a parte.

Agli addetti ai lavori, che non mollino mai.

Agli ascoltatori, che non chiudano mai le orecchie.

E ai burocrati. Che…burocratizzino meno.

È vero, il Covid ha tolto due anni di vita alla musica. Ma non l’ha uccisa, l’ha solo ferita. E dalle ferite, se si vuole, si può guarire.

E chi siamo noi per non usare un bel po’ di acqua ossigenata per queste ferite? Quindi mai mollare, perché l’Underground vuole vivere.

Senza compromessi.

Sempre Underground.

Nordic Hard Rock For Peace: insieme a supporto della Croce Rossa per l’Ucraina

Nordic Hard Rock For Peace

Nordic Hard Rock For Peace è un progetto nato dalla collaborazione tra gli artisti scandinavi Peter Hermansson e Martin Jepsen Andersen. Il progetto si è sviluppato nel corso delle sessioni di registrazione del nuovo album in studio di Hermansson, intitolato Second Glance co-prodotto dallo stesso Andersen, proprio nel bel mezzo delle sessioni di scrittura del nuovo lavoro.
In particolare mentre i due musicisti scandinavi davano vita al brano Hellbound Train, la Russia ha dato il via alla sua aggressiva invasione dell’Ucraina. Nel duo nordico si è subito accesa la volontà di trasformare il brano in questione in una sorta di all-star project, atto a mettere in evidenzia il terribile scenario di guerra allora in via di sviluppo.

Da quel momento, e grazie in particolare all’entusiasta supporto di amici e colleghi della scena Svedese, Hellbound Train è stata finalmente completata. Il brano verrà rilasciato digitalmente a livello mondiale in download / streaming grazie al supporto di Burning Minds Music Group, etichetta a cui i due artisti sono stati introdotti grazie all’intervento del talentuoso amico comune Alessandro Del Vecchio.

Andersen commenta Nordic Hard Rock For Peace

Siamo veramente felici riguardo a questa collaborazione instaurata con Burning Minds Music Group per questa uscita speciale! Grazie ad Alessandro abbiamo potuto entrare in contatto con loro, i quali hanno immediatamente compreso il nostro importante obiettivo, offrendoci il terreno ed il supporto ideali per poter rilasciare questo brano. Tutti i proventi raccolti saranno destinati a favore della Croce Rossa, a sostegno dei loro sforzi in supporto della popolazione Ucraina.
Hellbound Train sarà disponibile in tutte le piattaforme digitali a partire dal 6 Settembre 2022.

Line-up:

Peter Hermansson (220 Volt, John Norum, Talisman): Voce

Göran Edman (John Norum, Yngwie Malmsteen, Headless): Voce

Matti Alfonzetti (Skintrade, Jagged Edge, Alfonzetti): Voce

Pontus Snibb (Bonafide): Voce

Annie Kratz-Gutå (Annie For President, E-type, Dr. Alban): Voce

Martin Jepsen Andersen (Blindstone, Meridian, Chalice Of Sin, George Clinton & The P-Funk Allstars, Walter Trout): Chitarra solista e ritmica

Micke Hujanen (Alfonzetti): Chitarra solista

Marco Angioni (Meridian, Streetfighter): Chitarra solista

Janne Stark (Overdrive, Merryweather/Stark): Chitarra solista

Mats Karlsson (220 Volt): Chitarra solista

Christopher Ståhl (Talisman): Chitarra solista

Johan Niemann (Evergrey): Basso

Hasse Sjölander (Skintrade): Batteria

Web/Social Links:

Nordic Hard Rock For Peace: www.facebook.com/NordicHardrockForPeace

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Web: www.burningmindsgroup.com/art-of-melody-music

Instagram: www.instagram.com/burning_minds_music_group

Karma Beach, fuori il nuovo singolo di TolKins

Karma Beach

Karma Beach è il nuovo singolo di TolKins uscito il 17 giugno attraverso B4nana Records. La regia del video è di Beppe Gallo (BSA Studios) con Sheila Verdi e Simone Carbone.

Si tratta di un brano che rimanda a luoghi lontani e spiagge assolate in riva all’oceano. In fondo, non è importante chiedersi se esistano per davvero o siano frutto della nostra immaginazione. Karma Beach, il nuovo singolo di TolKins, è un viaggio leggero in luoghi interiori dove l’acqua è l’elemento dominante. Il calore della spiaggia bagnata dal sole sotto i piedi scalzi racconta di una dimensione accogliente nella quale è possibile dialogare con se stessi lasciando fluire pensieri ed emozioni.

Il videoclip del singolo rappresenta un viaggio attraverso le emozioni del brano.

Un luogo non luogo, la spiaggia si proietta su corpi e ombre che si muovono in una danza intima e sensuale. Alla regia, Beppe Gallo di BSA Studios che ha pienamente colto il senso della canzone. Trasportando così quelle emozioni in immagini, anche grazie alla partecipazione di Sheila Verdi e Simone Carbone.

Tolkins spiega Karma Beach:

E’ una canzone che rappresenta per me un nuovo inizio. E’ un luogo che non esiste, dove ognuno di noi fa i conti con sé stesso e con il proprio Karma. La spiaggia è da sempre un elemento per me importante e che rappresenta il “mio luogo” di riflessione. Qui posso stare in pace con me stesso, con i miei angeli e con i miei demoni.

Karma Beach è un brano elettro-pop che prende forma dalla chitarra acustica, quella dei tramonti che portano verso i falò della notte. Un brano che, nel corso della sua durata, si trasforma e viene esaltato dall’utilizzo di synth suadenti. Questi accompagnano la voce confortevole di Tolkins capace di infondere un po’ di calore anche nel mondo dell’ascoltatore.

Tolkins Online

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Strana Officina sul palco del Giardino Scotto al Borderline Rock Fest Vol. II

La Strana Officina salirà sul palco del Giardino Scotto di Pisa per il Borderline Rock Fest Vol. II  Sabato 23 Luglio. Per la storica band sarà l’unica tappa in Toscana per quest’estate. Una data che ha segnato la storia della band. Infatti, si tratta del giorno in cui persero la vita i fratelli Fabio e Roberto Cappanera. Rispettivamente chitarrista e batterista fondatori del gruppo.

Proprio il 23 Luglio saranno passati 29 anni dalla loro scomparsa. La Strana Officina per il concerto di Pisa ha preparato una tracklist completamente in italiano con alcuni ospiti. Con questi Special Guest suoneranno il primo Ep del 1984 per intero grazie alla presenza di una seconda chitarra.

Strana Officina, la storia dell’heavy metal italiano

A Livorno a metà degli anni settanta Fabio Cappanera alla chitarra, Roberto Cappanera alla batteria ed Enzo Mascolo al basso, danno vita a quella che diventerà una delle band apripista dell’heavy metal italiano. L’idea per il nome della giunge dopo qualche tempo, dai due fratelli Cappanera che avevano ricavato uno spazio adibito a sala prove nell’officina metalmeccanica del padre. L’officina era situata in una zona abitata e, dopo svariate lamentele, durante un controllo da parte dei Carabinieri, uno di loro esclamò: “Certo che questa officina è davvero strana!”

Dopo un periodo iniziale, nel quale lo stesso Fabio si occupa delle parti vocali, si aggiunge al gruppo Johnny Salani alla voce che poi lascerà la band nel 1982. Nel 1982 si aggiungono Daniele “Bud” Ancillotti alla voce e Marcello Masi alla seconda chitarra. La “nuova” Strana Officina. Il 23 luglio 1993 la band subisce un duro colpo: muoiono in un incidente stradale i due fratelli Fabio e Roberto Cappanera, tragico evento che porterà allo scioglimento del gruppo.

Nel 2006 la band si riunisce per un solo concerto. Il posto dei compianti fratelli Fabio e Roberto Cappanera è ufficialmente affidato al nipote Dario e a Rolando, figlio di Roberto. Il riformato gruppo suona nella giornata italiana del Gods of Metal.
Nel giugno 2007 esce la raccolta The Faith, contenente le ri-registrazioni di vecchi classici della band insieme con due pezzi inediti. Con la sua pubblicazione, la band riprende l’attività live, che li porta a girare un po’ tutta Italia.

Strana Officina 23 Luglio Borderline Rock Fest Vol. II

Evento Facebook: https://fb.me/e/1wvkGlXTv
Prevendite: https://oooh.events/…/borderline-rock-fest-vol-2…/

Un giudice, il rock degli NDM si sposa con De Andrè

NDM

Un Giudice, il rock degli NDM si sposa con De André.

È disponibile in digital download, in streaming e su YouTube con il video ufficiale Un Giudice, il nuovo singolo della rock band romana NDM e cover del celebre brano di Fabrizio De Andrè.

Gli NDM reinterpretano il pezzo attualizzandolo alle proprie sonorità alternative rock e con la volontà di riproporre un messaggio sempre più attuale, perché è nell’odierna necessità di esprimere sentenze che leggiamo tutto il dolore del nostro mondo.

Un Giudice è stato prodotto da Aldo Onori, Giulio Scipioni, Valerio Pistilli e Giulio Colletti. Registrato da Matteo Spinazzè nei MOB Studios, mixato da Giulio Ragno Favero e masterizzato da Giovanni Versari ne La Maestà Studio.

Abbiamo raggiunto gli NDM per una bella chiacchierata sulla loro versione di Un Giudice.

Ciao ragazzi, è un piacere fare due chiacchiere con voi. Soprattutto dopo aver ascoltato questa fighissima versione di “Un giudice” di Fabrizio De Andrè. Partiamo allora non con una domanda, ma con dei complimenti per questa traccia moderna e rinnovata del grande Faber, qui riproposto in chiave rock con il classico sound della band.

La prima domanda invece nasce dalla curiosità: spesso si parla di mostri sacri, di artisti intoccabili, cosa peraltro opinabile perché, se si rispetta l’autore che si ha di fronte, tutto è possibile. Questo voi lo avete dimostrato con questa cover, riadattata ai tempi nostri con grande riverenza. Dunque come nasce la decisione di proporre un brano di De Andrè e renderlo “vostro”? E perché avete scelto proprio “Un giudice”?

Ci piaceva l’idea di riproporre non un brano, ma un concetto per noi sempre attuale: giudicare, condannare, discriminare, tutto ciò è la via più facile per l’individuo qualunque. Ma “più facile” vuol dire veramente “più giusto”?

Anche il videoclip che avete realizzato contiene alcune immagini abbastanza narrative e di impatto. Ad esempio, vengono in mente le scene dei pesci che si dimenano dopo la battuta di pesca, oppure le persone immortalate nel loro tran tran quotidiano. Che lavoro c’è dietro la realizzazione delle immagini?

Il video è una continua metafora: i banchi di pesci stanno a rappresentare il branco omologato, l’individualità in gruppo per farsi forza e scudo. Noi rifiutiamo questo standard, questo nascondersi nella mediocrità.

Considerando il vostro sound appare abbastanza scontato che, De Andrè a parte, abbiate altre influenze nel mondo della musica rock, alternative e indie. Da quali gruppi traete ispirazione e che impronta avete cercato di dare alla vostra band da 10 anni a questa parte, dato che vi siete formati nel 2012?

Ciò che da sempre ci ispira paradossalmente non sono le band, ma le esperienze che singolarmente e insieme facciamo quotidianamente. Le referenze musicali ovviamente non mancano, ma all’atto pratico ciò che più ci matura sono le idee.

Veniamo da un periodo difficilissimo per la musica. Tanti i problemi nati negli ultimi due anni, molti dei quali ancora lenti a risolversi. L’attività comunque sembra essere ripartita, anche se a fasi alterne, un po’ dappertutto. Voi come avete affrontato l’ultimo periodo e come avete cercato di reagire? Avete inoltre in programma live nei quali potervi ascoltare dal vivo?

Durante il periodo di pandemia abbiamo messo ovviamente in standby qualsiasi attività di scrittura. Adesso stiamo cercando di recuperare lavorando sulla nostra musica e la direzione da prendere per il nuovo album.

Oltretutto, la musica al giorno d’oggi si è evoluta in modo strano: sembrano contare di più gli streaming che le vendite dei dischi. Che rapporto avete con i nuovi metodi di proporre musica? Pensate ci sia bisogno di un’inversione di tendenza o anche il futuro ci porterà verso questa direzione?

Sotto un certo punto di vista ne siamo spaventati, ma dall’altra affascinati. Tutto quello che è cambiamento va accettato ed è un dato di fatto che la musica adesso si sia spostata sullo stream, ma come la musica tante altre attività. Avere la possibilità di arrivare a molti una volta era fantascienza, adesso invece è possibile. Sta sempre a noi fare la differenza dando ascolto a chi magari merita più attenzione, ma questo era un problema che si presentava anche negli anni ‘80.

Passiamo ai progetti per il futuro. Avete già dei programmi per il prossimo periodo? Ci riferiamo ovviamente alla pubblicazione di nuovo materiale o, perché no, di entrare in studio per incidere nuove canzoni…

L’ispirazione è l’ultima a morire. È un periodo in cui stiamo varcando vari confini musicali. E la piega che prenderà questo nuovo album sancirà un nuovo inizio per gli NDM.

Ragazzi, a questo punto non ci resta che ringraziarvi di questa bella chiacchierata, augurandovi le migliori cose per il futuro sia prossimo che a lungo termine. E non vediamo l’ora di ascoltare al più presto qualcosa di nuovo e riaccogliervi tra queste pagine. Rock on!

Gli NDM sono Aldo Onori – voce, Giulio Scipioni – chitarra elettrica, Valerio Pistilli – basso elettrico, Giulio Colletti – batteria.

I canali social della band:

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FACEBOOK | https://www.facebook.com/NDMBand/

INSTAGRAM | https://www.instagram.com/ndmband/

Il risultato é valso l’attesa, ecco i Sonic Boom

Il risultato é valso

Il risultato é valso l’attesa, ecco i Sonic Boom, frutto dell’ incontro tra Jo Dog (Dogs D’Amour etc.) e Paul Black (L.A. Guns etc.).

Attivi da quasi un decennio i due transfughi riescono finalmente ad editare questa collezione di canzoni che negli anni avevano fatto smaniare i fan. Tra anticipazioni e apparizioni live sporadiche era stato immediatamente chiaro il potenziale del duo. Affianco alle già note “Tree For Shades” e “Everybody Rains On My Parade” trovano posto altre otto preziose composizioni.

Il disco

Così come piccole gemme che brillano di luce propria, i brani filtrano la lezione dei grandissimi: Stones, Faces e Tom Petty in testa. Il tutto senza cadere mai nella squallida imitazione, ma applicando l’esperienza di una vita vissuta a ritmo di rock and roll. L’ hammond accarezza e cesella quasi ogni brano. I cori femminili vengono utilizzati spesso per sottolineare i momenti più suadenti delle melodie. Intanto un chitarrismo esperto ci accompagna attraverso i passaggi di un disco che non si sente tutti i giorni.

La voce di Paul, novello Rod Stewart, si fa interprete di ogni singola sfumatura e vibrazione presente nei brani. Jo si trova perfettamente a suo agio su ogni strumento a corda alternado slide, riff riverberati e momenti acustici con la massima naturalezza. Ugualmente è impossibile non citare il lavoro superlativo di Muddy Stardust, terzo Sonic Boom, impegnato al basso, alle tastiere e alla produzione. Infine Dennis Morehouse alla batteria, Tony Snow alle percussioni, Chris Joyner alle tastiere e Tony Babylon al basso completano l’organico.

Conclusioni

Country, delta blues, brit invasion, tex mex, bluegrass, reggae, soul, flamenco si intrecciano di continuo con l’anima rock della band. Un disco che renderebbe fieri Mick e Keef dei duo devoti al loro culto. Un appuntamento alle radici delle carriere di Dog e Black, un viaggio nel rock più sincero. Gli amanti dei classici ma anche di Black Crowes, Dogs D’Amour, Georgia Satellites, Izzy Stradlin e compagnia troveranno sicuramente pane per i loro denti.

Jo Dog & Paul Black’s Sonic Boom

Facebook: https://www.facebook.com/JoPaulSonicBoom
Spotify: https://open.spotify.com/artist/6AQOEulO0JO4H55XWykesR

Diamond Star Halos è il nuovo disco dei Def Leppard

Diamond Star Halos

Diamond Star Halos è il nuovo disco dei Def Leppard. La band di Sheffield è tornata con l’ undicesima prova in studio a sette anni dall’ ultimo lavoro.

Ritroviamo Joe Elliott e soci in perfetta forma. Infatti il tempo sembra non scalfire minimamente il combo inglese. Pubblicato a fine maggio di quest’anno Diamond Star Halos consta di ben quindici tracce. Il disco vive di una vena glam rock anni settanta molto più pronunciata del solito. Sarà stata l’influenza dei Down’n’Outz, side project di Joe Elliott e Quireboys votato al recupero dei classici di Mott The Hoople e Ian Hunter, ma i Def Leppard sembrano aver lavato i propri panni alla fonte del miglior glam rock inglese.

I brani

“Take What You Want” apre il disco incrociando reminiscenze beatlesiane con un bel riff energico marca Leppard. Il risultato è ottimo, echi di ELO si rincorrono con un retrogusto di Cheap Trick che setta subito il mood del disco. “Kick” non nasconde minimamente il suo amore per i T-Rex calando, contemporaneamente, il brano nel 2022. “Fire It Up” è la band che tributa sé stessa. Centrata come sempre la commistione tra sensibilità melodica e gusto per le chitarre “up to 11” che tanto li fa apprezzare negli Stati Uniti. Questo brano, scelto come singolo, non avrebbe assolutamente sfigurato su uno dei loro blockbuster del passato.

“This Guitar” è la prima ballad del lotto ed è cantata assieme ad Alisson Krauss. “SOS Emergency” mescola la ricetta del “leopardo” con una melodia che sembra presa in prestito direttamente da un disco di John Waite. “Liquid Dust” e “U Rok Mi” sono ugualmente attraversate da un gusto orientaleggiante che colora due brani perfettamente radiofonici di una sfumatura zeppeliniana. “Goodbye For Good This Time”è una ballad orchestrale che richiama in causa gli ELO assieme ad un pizzico di Eric Carmen ai tempi dei Raspberries.

“All We Need” si tuffa di testa negli anni ottanta e ne esce con le aperture più FM dell’ intero disco. Poi “Open Your Eyes” e “Gimme A Kiss That Rocks”, entrambe guidate dal basso di Savage, alzano l’asticella dell’ adrenalina regalandoci due brani totalmente rock. I Queen fanno capolino nella bellissima suite orchestrale “Angels (Can’t Help Me Now)”. In seguito ritroviamo la Krauss ed il suo violino, affermata artista country-bluegrass, per “Lifeless” che forse é il pezzo più gratuito dell’ intero lavoro. “Unbreakable”, introdotta da un arpeggio quasi NWOBHM, sfocia in un orecchiabilissimo mid tempo. Il disco si conclude con “From Here To Eternity” brano firmato Savage che pesca a piene mani dal catalogo di Lennon. Il pezzo dilatato e malinconico, nel quale Collen ci regala un emozionantissimo solo dal retro gusto blues, è la chiusura più “inglese” che si possa immaginare.

Conclusioni

Collen e Campbell sono sempre sul pezzo e si alternano con grande gusto in un lavoro chitarristico assolutamente di livello. Savage e Allen possiedono una classe, maturata in decenni di attività, che li porta a condurre il gioco con una naturalezza quasi imbarazzante. Infine un Elliott dosato e mai fuori dalle righe, autore assieme a Collen della stragrande maggioranza dei brani, è in pieno spolvero. Mentre parliamo i Def Leppard guidano il tour evento dell’ anno assieme a Joan Jett, Poison e Motley Crue, direi che ci siano tutti i presupposti per un altro grande successo.

Def Leppard

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L’addio degli UK Subs si intitola “Reverse Engineering”

l'addio degli UK Subs

L’addio degli UK Subs si intitola “Reverse Engineering”. Charlie Harper e soci, dopo quasi cinquant’anni, entrano in studio per l’ultima volta.

Attivi dal 1976 la band si congeda dal suo pubblico, ma decisamente non all’ insegna di uno stanco revival. Energetico, ruvido e senza compromessi la band, in questo lavoro, conserva le sue classiche peculiarità calandole perfettamente in un contesto musicale odierno.

Il disco vede Harper accompagnato da Alvin Gibbs al basso, Jamie Oliver alla batteria e Steve Straughan alla chitarra, una delle formazioni più longeve a cui i Subs ci hanno abituato.

Nel dettaglio

L’accelleratore sempre schiacciato a fine corsa non lascia respiro. Scorrono sul piatto alcune delle migliori composizioni ascoltate dai Subs negli ultimi anni. “Sensei” e “Political Alamo” sono un dittico d’apertura dirompente. “C60 Audio”, “Hoist The Sail” e “The Night Holds The Key” vivono di quel sound urbano che trasmette tutta l’ alienazione della vita moderna. Immaginario sonico che in ogni modo, da sempre, è un vero e proprio cavallo di battaglia del gruppo.

Naturalmente c’é spazio anche per il sarcasmo di “Kill Me” e le sue aperture melodiche, mentre gli intrecci di “Statements” tornano a farci galoppare alla massima velocità. “Bad Acid” è sicuramente il mio brano preferito, gli Stooges, passione di Gibbs, rivisti in salsa Subs, il tutto accompagnato da abbondante humor inglese.

Charlie cede il microfono ad Alvin per “Slavery” e “Vision And Sounds”. Dovuto riconoscimento a chi, nell’ immaginario collettivo, è sicuramente l’altra faccia dei Subs e parte fondamentale del sound del gruppo. Il risultato inaspettato assomiglia a un duetto tra Dave Vanian e i Subs. Il disco si conclude con “Godot”, l’attesa di un futuro idilliaco auspicato che, come suggerisce il titolo, non sembra essere mai giunto.

Assolutamente un’ uscita di scena ad altissimi livelli, un disco magistralmente composto, suonato ed inciso, Pat Collier al banco mixer. Un nuovo classico firmato UK Subs, l’ultimo.

UK SUBS

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Hellacopters collezione di cover per il nuovo EP

Hellacopters collezione di cover

Hellacopters collezione di cover per il nuovo EP “Through The Eyes Of The Hellacopters”. Un ritorno sulla breve distanza dopo il precedente full lenght di reunion “Eyes Of Oblivion” che ha letteralmente spaccato la fanbase della band.

Le tracce in questione, già comparse tra i bonus della versione giapponese del disco precedente, oggi trovano la loro strada come 10 pollici a 45 giri per Nuclear Blast.

Le cover

Secondo il mio modesto parere, in presenza di una scrittura ispirata, questa band sa ancora fare la differenza. Detto ciò gli svedesi prendono immediatamente il toro per le corna aprendo con “Eleanor Rigby”, capolavoro dei Beatles a firma McCartney.

La scelta per quanto possa sembrare azzardata si rivela vincente. La cover è totalmente a fuoco, rispettosa dell’ originale, ma allo stesso tempo arricchita dal tipico suono del combo scan rock. Gli intrecci di chitarra e la voce di Nicke da subito riescono a dare il proprio taglio a questo pezzo iconico.

Per continuare Anderson sceglie di riproporre Circus degli String Driven Thing. La band di Glasgow, attiva nei primi anni settanta, era in costante equilibrio tra folk, country rock e progressive. Il brano é caratterizzato da un groove ossessivo di chitarra, quasi un incrocio tra un pezzo di Roky Erickson ed un funk bianco. Inutile sottolineare che enfatizzando questi due aspetti il gruppo riesce a portare a casa senza problemi anche questa reinterpretazione.

Si prosegue con una scelta che sembrerebbe assolutamente fuori tema “I Am The Haunted” da “City Attacked By Rats” dei GBH. In realtà, anche questa volta, la scelta è assolutamente azzeccata e anche il sound hard core del combo di Birmingham, nelle mani degli svedesi, ci restituisce una versione che ricorda da vicino gli esordi degli “elicotteri”.

Per concludere si ritorna su un grande classico “Ain’t No Miracle Worker” dei Brogues. Ovviamente il sound garage dell’ originale, già vicinissimo alle inclinazioni del gruppo, viene amplificato e arricchito. Da qui una versione che é una e vera propria dichiarazione d’amore per un’ epoca ed un approccio da sempre caro al gruppo.

Coclusioni

Un lavoro di ricerca appassionata lungo un’ intera carriera. Un fuoco ben lungi dall’ essere estinto. Un riscatto coi fiocchi per chi continua a rappresentare la primissima linea dell’ intero movimento scan rock.

Hellacopters

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