Steven Tyler, 72 splendidi anni per il “Demone Urlante”

Steven Tyler

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Steven Tyler, Divenuto famoso per la sua voce particolare e le sue perfomance da ballerino, compie oggi 72 anni.
Le sue performance vocali gli fanno guadagnare presto il soprannome di “Demone Urlante” ed è considerato uno dei più grandi cantanti di tutti i tempi.

Nato a Yonkers (Stati Uniti) il 26 Marzo 1948, Steven Tyler (il cui nome per intero è Steven Victor Tallarico) cresce in una famiglia dove la musica è la protagonista.  Il padre, infatti, originario di un piccolo paese della provincia di Crotone, è un grande musicista. La mamma, dalle origini russe e Cherokee, insegna musica.

Fino all’età di quattro anni, Steven vive ad Harlem con la sua famiglia: in seguito si trasferisce con loro nel Bronx. Ma fin da piccolo mostra un carattere molto particolare: è un bambino vivace ed irrequieto. Inoltre è sempre pronto a mettersi nei guai e poco incline a frequentare la scuola.  Cacciato via da quella che frequenta, viene accolto in seguito in un istituto per bambini che manifestano disturbi nel comportamento. Quando i genitori si trasferiscono nuovamente, a Westchester Country, Steven preferisce trascorrere il tempo a contatto con la natura, piuttosto che andare a scuola.

Steven Tyler e la passione per la Musica.

Proprio in questi anni comincia ad interessarsi alla musica, che diventa la sua più grande passione. Con l’amico Ray Tebano mette in piedi un gruppo musicale e suona nei locali, intrattenendo gli ospiti. Nel 1970, con Joe Perry e Tom Hamilton, forma gli “Aerosmith”, scalando le vette delle classifiche mondiali. Tutt’ora la band è sulla cresta dell’onda dopo tanti decenni ed è senza dubbio incisa in maniera indelebile nella storia della musica.

Con gli Aerosmith, Steven Tyler produce quindici album, ma è “Get a trip” (1993) quello che consacra questo gruppo come un mito della musica rock.  L’instabilità di Steven Tyler lo porta purtroppo ad avvicinarsi alla droga. La modella Bebe Buell, la compagna dalla quale Steven ha una figlia, Liv, gli impedisce di vederla quando è piccola. Questo proprio a causa della sua tossicodipendenza. In seguito, nel 1978, il cantante sposa Cyrinda Fox, dalla quale divorzia nel 1987: da questa unione nasce invece Mia Tyler.

La turbolenta vita privata.

Il rapporto tra Steven e l’ex moglie è poco felice e si fanno del male a vicenda, senza esclusione di colpi. Ma quando la donna si ammala, Steven depone le armi e la aiuta, sia economicamente che psicologicamente. Nel 1986 Steven apprende di essere il padre di Liv, la madre infatti glielo ha sempre nascosto. La scoperta di avere un’altra figlia gli dà la forza di cambiare vita. Da quel giorno il rocker abbandona le droghe, continuando la carriera con successo e passione.

lo stesso Steve Dichiara:

“Ecco che cosa ho avuto dalla droga. Mi ha fatto allontanare dai figli, ha segnato in negativo la mia band, ha distrutto i miei matrimoni e spesso mi ha messo in ginocchio.”

Il rapporto con la figlia Liv è molto forte, e diventa anche una valida collaboratrice. Insieme compongono la colonna sonora del famoso film “Armageddon”, “I don’t want to miss a thing”, nel 1998.
Tra le altre collaborazioni importanti, nel 2004 partecipa ad un brano del grande Carlos Santana, intitolato “Just feel better”.
Dal matrimonio con Teresa Barrick, avvenuto nel 1988 e terminato con un divorzio nel 2005, Steven ha altri due figli: Taj e Chelsea.

Per il fisico e le movenze, Steven Tyler spesso è paragonato a Mick Jagger, che però non si mostra contento di questa somiglianza. Più volte il collega si lascia andare a commenti poco piacevoli sul gruppo degli Aerosmith, di cui Steven è il “frontman”.

La svolta di Steven Tyler.

Nonostante alcuni problemi di salute (pare che Steven abbia annunciato, nel 2005, di essere ammalato di epatite C), il gruppo riesce a restare unito. Steven Tyler è di sicuro un’icona della musica rock, un personaggio davvero carismatico. Riesce ad arrivare ai vertici delle classifiche mondiali conquistando intere generazioni di appassionati di questo genere musicale.

Nel 2003 esce una sua autobiografia, dal titolo “Walk This Way: The Autobiography of Aerosmith” (non uscita in Italia). Il libro, intriso di droga, sesso e naturalmente rock’n’roll, ripercorre le vicende fondamentali del cantante e la sua vita al di fuori delle luci della ribalta.
E’ il 2006 invece, quando la rockstar si lega alla modella trentottenne Erin Brady.
Ma oggi, proprio nell’anno in cui gli Aerosmith festeggiano i 50 anno di carriera, noi vogliamo consacrare sulle nostre pagine il suo frontman e fondatore.
Happy Birthday Steven!!

PAGINA FACEBOOK UFFICIALE: https://www.facebook.com/steventyler/

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Tanti auguri John Lydon – 61 anni

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John Lydon nasce a Londra il 31 Gennaio 1956 da immigrati irlandesi di religione cattolica.

A sette anni il piccolo John, il futuro Johnny Rotten dei Sex Pistols, contrae la meningite dall’acqua del cortile di casa. È contaminata dai topi. Brutto periodo per il piccolo, ma per recuperare vista e memoria ebbe modo di leggere molto e qui che si inizia a formare il Johnny che conosciamo tutti adesso, come spiega lui stesso nell’autobiografia “No Irish, No Blacks, No Dogs”:

“Mi ha aiutato frequentare la biblioteca, leggere. La memoria, gradualmente, è tornata. Ho dovuto mettere gli occhiali. Non riconoscevo più nessuno, nemmeno i miei genitori. Ma dovevo credergli quando mi dicevano che ero loro figlio perché non sapevo dove altro andare. La meningite spinale si può prendere dai topi che pisciano nell’acqua. Io non so bene come l’ho presa. È una malattia del cervello, il che spiega tanto. Sono quasi morto di meningite”

A 15 anni frequenta la scuola cattolica e viene espulso perché indisciplinato, trasandato e gia maledettamente Punk veniva continuamente maltrattato dagli studenti:

“Era come stare in un ghetto: quaranta alunni in una classe con un corpo docente che non incoraggiava mai al dibattito, perché a nessuno importava della tua opinione. Erano solo lì per intimorirti”

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All’Hackney College l’ormai quasi adolescente Lydon conosce John Simon Ritchie a cui da il famosissimo soprannome che aveva dato al suo criceto: Sid Vicious

“Sid era un segaiolo assoluto. Facemmo amicizia un paio di settimane dopo che ero entrato a scuola. Lo chiamavo Sid, come il mio animaletto, la cosa più morbida, pelosa e rachitica sulla terra, uno svenevole criceto bianco che viveva in una gabbia sul tavolo all’angolo nel soggiorno dei miei genitori. Sid era un ragazzino assolutamente tonto, con una pettinatura alla David Bowie, tinta di rosso in cima”

A 16 anni i due si liberano dalla scuola obbligatoria e iniziano a gironzolare occupando case e edifici:

“Lui iniziava a spacciare speed. Campavamo di quello. Era uno stile di vita molto squallido. Non volevamo andare da nessuna parte, volevamo solo stare su di continuo, tutto lì. Dopo che ce ne andammo di casa – io con i capelli verdi – Sid e io iniziammo a occupare una serie di edifici abbandonati”

A metà degli anni Settanta Lydon, come molti suoi coetanei, bazzica intorno al SEX al 430 di King’s Road, la boutique fetish di Malcolm McLaren, l’uomo che mise insieme i Sex Pistols, e Vivienne Westwood. Ha 19 anni e un giorno viene notato dal produttore Bernie Rhodes, il futuro manager dei Clash, per via della sua t-shirt che diceva: “Odio i Pink Floyd”. Così Rhodes lo invita al Roebuck pub di King’s Road a conoscere i suoi amici: Malcolm McLaren, Steve Jones e Paul Cook. Aveva tutta l’aria di una fregatura.

“Malcolm mi chiese se volevo entrare in una band. Credevo che stessero scherzando. Sembrava una cosa molto cinica. Quando il pub chiuse, fu Rhodes che si intromise: ‘Bene, torniamo al negozio e vediamo se riesci a cantare qualcosa o almeno a fare finta’. A fare finta ero bravissimo, ma naturalmente a cantare non azzeccavo una nota. Sapevo tutte le parole delle canzoni di Alice Cooper, mentre non conoscevo quasi per niente i dischi del jukebox di Malcolm perché era tutta quell’atroce musica mod anni Sessanta che non sopportavo. L’unica canzone che riuscivo a fare era Eighteen di Alice Cooper. Volteggiavo come una danzatrice del ventre. Malcolm pensò: ‘Sì, è lui’. Paul era convinto che fosse uno scherzo e non poteva fregargliene di meno. Steve era molto contrariato perché mi aveva odiato sin dal primo momento. ‘Non posso lavorare con quel testa di cazzo! Non fa altro che prendere per il culo e lamentarsi!’”.

E da questo momento nacquero i Sex Pistols, messi insieme proprio da McLaren: lui li aveva creati e lui li avrebbe distrutti.

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In un solo disco, “Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols”, pubblicato il 28 ottobre 1977, e un tour che partì nel settembre 1976 da Parigi, passò dalla Gran Bretagna restandoci tre mesi e toccò gli Stati Uniti nel gennaio 1978, si concentra la fulminea carriera del gruppo. Steve Jones, il chitarrista, ricorda:

“Mi divertii molto a registrare Never Mind the Bollocks. Mentre stavo facendo delle sovraincisioni di chitarra a tarda notte sentii alla radio che Elvis Presley era morto. Lo ricordo chiaramente perché non ero triste. Pensavo solo che avrei fatto meglio a tornare e fare quelle sovraincisioni di chitarra. Non fregava un cazzo a nessuno di Elvis Presley, specialmente a noi”.

I Sex Pistols erano arrivati e tutto quello che c’era stato prima venne spazzato prima e il rock non sarebbe stato più lo stesso. Questo cambiamento e questa violenza nella società cattolica di quei tempi portò a Lydon molti problemi:

“Cominciarono a pestarci per strada. Altro motivo per cui tendevo ad andare in giro con un gran numero di amici, soprattutto elementi hooligan. Per me era fisicamente impossibile passeggiare per strada per conto mio. Sarei stato aggredito. In Inghilterra trovi sempre questo: bande di ubriachi che vagano per le strade credendo di stare lì a proteggere la società. Alcune aggressioni furono piuttosto gravi. Mi accoltellarono proprio vicino allo studio mentre stavamo registrando Never Mind the Bollocks. Questo prima che il disco uscisse, cazzo”.

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Una volta fu aggredito con coltelli e lame insieme al il produttore Chris Thomas e il tecnico del suono Bill Price.

“Riuscimmo a scappare nel parcheggio e chiuderci dentro la macchina di Chris. La marmaglia sfondò il parabrezza e sfasciò la macchina mentre noi eravamo dentro. Ruppero uno dei finestrini e ficcarono dentro una lama. Io avevo addosso un paio di pantaloni di pelle molto spessi. Affondò direttamente dentro. Se avessi avuto qualcosa di più leggero probabilmente mi avrebbe squarciato la gamba. La lama si piantò nel ginocchio. Mi arrivò una stilettata sulla mano, vicino al pollice. Uscì dall’altra parte, vicino al mignolo. Colpì i tendini della mano sinistra. Non suonerò mai più la chitarra per quello. Buu. Fischi. Non riesco più a chiudere bene il pugno sinistro. È un po’ dura perché sono mancino. Credevo di morire. Ci siamo andati proprio vicino”. Li lasciarono lì, ringhiando una sola frase: “Noi amiamo la nostra regina

Il 15 gennaio 1978 John Lydon ha detto addio ai compagni Paul Cook, Steve Jones e al manager Malcolm McLaren:

“Ero seriamente scontento di McLaren per due motivi, entrambi derivanti dal fatto che per lui la nostra musica non aveva importanza ed era interessato soltanto alla pubblicità”.

“Sentivo che la mia vita era stata rubata da esseri inferiori. La nostra incapacità rovinò qualcosa di veramente eccellente. Ci odiavamo a vicenda. Io non sopportavo più la situazione. Era una farsa; ma quello l’avevo capito già dalla prima settimana di prove nel 1975. Avrò lasciato il gruppo tante di quelle volte… Lo facevamo tutti. Era un continuo. Dentro e fuori. Durante i concerti me ne andavo dal palco un sacco di volte. L’unico che se andò davvero fu Glen Matlock, il nostro bassista originale che fu sostituito da Sid. Ma quello ci rese tutti molto felici. Appena uscì di scena le cose migliorarono a non finire. L’ingresso di Sid portò un senso di caos che mi piaceva”.

La morte di Sid Vicious, il 2 febbraio 1979, sigilla una storia. Lydon osserva da lontano svanire lentamente quello che era rimasto dei Pistols. Nel corso degli anni raccontò di sentirsi in colpa. Che, forse, avrebbe potuto fare qualcosa per salvare quel ragazzo:

“Penso ancora a Sid. La sua è una storia terribile. Non ha senso. È morto, punto e basta. Vorrei che fosse qui, ma solo com’era all’inizio. Tutta quell’autodistruzione era semplicemente troppo. Vedi una persona che ti si deteriora davanti agli occhi nell’arco di un anno e il gioco è fatto. Cancella qualsiasi bel ricordo che hai di lui. L’autocommiserazione porta le persone a drogarsi. Sid era un bambino smarrito per cui non c’era più niente da fare e, come tutti gli adolescenti arroganti, sapeva tutto lui, e questo è tutto”.

A parte Sid Vicious, i Sex Pistols non sono mai stati autodistruttivi. Come racconta Lydon in No Irish, No Blacks, No Dogs:

“Non avevamo preso la via dell’inferno, anzi. Avevamo intenzione di devastare il sistema, ma certo non di devastare noi stessi”

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Da quando Lydon lasciò il gruppo inventandosi i PiL e, poi, si dedicò a progetti come la Rotten Tv, in cui all’inizio del 2000 offriva al pubblico i suoi illuminanti punti di vista su politica e cultura pop, e partecipò a I’m a Celebrity… Get Me Out of Here! (la versione inglese de L’isola dei famosi) chiamando in diretta i telespettatori “fottuti stronzi”, ha sempre viaggiato sul filo della provocazione. Un esempio su tutti in stile “grande truffa del rock’n’roll”, per citare il titolo del film-documentario dei Pistols voluto da McLaren, girato da Julien Temple e ripudiato da Rotten, fu il suo ormai celebre spot del burro. Il prodotto, sponsorizzato in tv da Rotten in un divertente filmato, creò naturalmente qualche problema alla sua immagine. Johnny il “marcio” si era venduto al capitalismo? Come sono riusciti i signori del burro Country Life a far pronunciare a Rotten, che appare vestito elegantemente in un circolo privato della più alta borghesia britannica, una frase come “compro il burro Country Life perché è inglese!”?.

Semplice: è il 2008 e John ha bisogno di soldi per riformare i PiL, cosa che farà effettivamente l’anno successivo. Uno dei commenti sotto allo spot centra lo spirito dell’operazione:

“Tutti si stanno lamentando che ‘John si è venduto’ e io sono qui a ridere guardando questa pubblicità”.

Johnny Rotten  non era un punk qualsiasi, autodistruttivo, impulsivo e sbandato. Si puo dire di tutto su di lui, ma c’è ancora con la sua sincerità, i suoi denti orribili ma con lo stesso spirito del sedicenne che occupava edifici tanti anni fa.

Per me come per tutti quelli che negli anni 80 e 90 erano adolescenti è un mito, un icona, un personaggio odiato dai musicisti accademici e dalle mamme, non è bello o intonato, ma è una leggenda, uno dei pochi rimasti di quell’epoca cosi breve, intensa e devastante come il Punk.

“Siccome devo sempre avere un obiettivo e uno scopo per tutto quello che faccio, ecco perché mi accusano di essere calcolato. Ma sono fatto così. So sempre quale sarà la mia prossima mossa. Non potrei mai evocare un desiderio di morte. Tutto ciò che ho è la vita. Non so cosa viene dopo e francamente non ho nessuna fretta di scoprirlo. Non credevo neanche nel fare il martire tanto per il gusto di farlo. E morire per qualcosa di vagamente infantile come il rock’n’roll non esiste. Anche se il personaggio di Sid è tanto popolare, chi compra i miti di Sid non compra dischi. Sono degli spreconi. È la fissa della cultura della droga per i perdenti e i tossici, gente che si piange addosso. Io non ne faccio parte. Non ne ho mai fatto parte. Io esco e faccio in modo che le cose migliorino. È questa la differenza tra il fanatico di Sid e la ‘Johnny Lydon Appreciation Society’. La vita e la morte! Non c’è nulla di glorioso a morire. Possono farlo tutti”.

Sante parole Johnny e tanti auguri!

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