W.A.S.P. Reidolized Tour – il coinvolgente live all’Estragon di Bologna

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Non c’è solo Blackie sul palco stasera. Insieme a lui e gli altri ragazzi della band c’è una presenza che sovrasta tutto: Jonathan Aaron Steel è lì, davanti ai nostri occhi. E no, non sono solo i tre schermi che ripercorrono fedelmente tutta la sua storia a renderlo vivo e partecipe. Ma sono le bellissime note di questa storica rock opera ad entrarci dentro e farci provare le sue emozioni. Si certo, la musica è travolgente, ma non è il solito concerto questo. Stasera si respirano emozioni. E sono emozioni angoscianti, cupe, di ansia e sofferenza. E’ un mix di sensazioni che non lasciano spazio al puro divertimento. Catapultano in una realtà da sogno, anzi, da incubo. Ipocrisia, solitudine, lutto, dolore e soprattutto la mancanza dell’amore, l’unica cura ad un mondo indifferente ed egoista. Sul palco le riprese in bianco e nero, e le luci esclusivamente rosse fanno da cornice ad una esibizione magistrale. I suoni e la voce sono impeccabili ed il coinvolgimento è assicurato. Ci sembra quasi di camminare per i sobborghi della città insieme a Jonathan. La sua Arena of Pleasure è anche la nostra. E quando la sua immagine si riflette nello specchio, suo unico amico, siamo anche noi lì, dietro a lui. L’obitorio, il suicidio…e il fiato sospeso, che lotta per uscire insieme alle parole delle canzoni che si susseguono. Ed i quattro musicisti potrebbero quasi sembrarci le Quattro Porte del Destino: depression (my enemy), fear (my friend), hatred (my lover), anger (fuel for my fire). E quando queste porte si chiudono e le corde della chitarra si stringono intorno alla gola di Jonathan, non sappiamo nemmeno come reagire. La musica incalza di pari passo al tormento. E torna in mente la figura della zingara e le sue sagge parole: “Be careful what you wish for, it might come true. For the face of death wears the mask of the King of Mercy”.

L’opera è finita. L’adrenalina scorre. Blackie se ne va. Abbiamo assistito e ascoltato un grandioso componimento, con armonie che toccano nel profondo. E ora aspettiamo. E’ la prima volta che un concerto lascia con una sensazione emozionante ma stranamente contrastante con la solita euforia.

E quando i quattro cavalieri tornano sul palco, con le loro canzoni più famose, i video pieni di colori alle spalle, e le luci che li incorniciano in tutta la loro potenza…allora si scatena il delirio. E’ uno sfogo, necessario e doveroso. E’ proprio ciò di cui c’è bisogno, è la musica che fa stare bene, che carica come una molla. Che fa gridare le parole e cerca liberazione, ed è così che sotto il palco parte un pogo ininterrotto.

E’ stata davvero bellissima questa altalena di sensazioni che gli W.a.s.p. ci hanno regalato. A concerto finito l’entusiasmo è alle stelle. La cosa che però non dimenticherò facilmente è vedere Blackie alzare gli occhi al cielo, dopo aver eseguito “Golgotha”, e pronunciare chiaramente “Oh my God!” (God? Blackie? …allora i miracoli esistono!)

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