Il tour dei Giuda finisce a parco Tittoni

Il tour dei Giuda

Il tour dei Giuda finisce a parco Tittoni. La band romana, dopo oltre un mese “on the road”, porta a compimento un’altra tournée nella stupenda cornice di Villa Tittoni a Desio.

La storia

I Giuda nascono circa quindici anni fa dalle ceneri degli indimenticati ed indimenticabili Taxi. Questi ultimi, da subito, riusciranno ad affermarsi come nome di rilievo in un certo underground italiano. La band si muoverà per oltre una decade tra suggestioni kbd, punk rock e garage rock. Ovviamente nel gruppo era già evidente una propensione verso sonorità settantiane di derivazione rock and roll. La scelta di coverizzare, nel debut Like A Dog, “Rabies Is A Killer ” degli Agony Bag ne era un chiaro indizio.

In seguito questa predilezione irromperà prepotentemente nella proposta del progetto Giuda. Infatti il glam rock, soprattutto nella sua variante inglese più glitter/junkshop e in quella aussie, troverà asilo nel sound della band. Un suono elettrizzante, cocktail di Slade, Sweet, GlitterQuo e un mare di minori come Hector, Jook, Shakespeare, Hush, Angels fino ai recenti richiami ai fratelli La Bionda. Questo li imporrà immediatamente come porta bandiera di un revival globale del bovver rock.

La band raccoglierà l’interesse di punk, skin, rockers, fino alle curve calcistiche. In questo modo, da tre lustri ad oggi, i Giuda sono una solidissima realtà che questa sera vedremo all’ opera per l’ennesima volta.

Il concerto

Una volta calato il sole il colpo d’occhio che offre Villa Tittoni ed il suo fantastico parco è davvero suggestivo. Il concerto è aperto dai The Nuv. Il combo brianzolo propone un rock desertico a tratti psichedelico che rivisita in chiave moderna tutti i temi del genere. Il connubbio funziona ed il pubblico sembra gradire l’opening act.

In men che non si dica salgono i romani. Il gruppo, in forma smagliante, propone una scaletta che poco si discosta dal recente live Live At Punk Rock Raduno. Il pubblico partecipa appassionato, canta quelli che ormai sono classici di una scena underground che comincia a non sembrare più così tanto sommersa. Nessuna pausa, i brani si susseguono senza sosta, lo show è rodato perfettamente, i suoni sono quelli giusti per coinvolgere tutti i presenti. I ragazzi sul palco spendono fino all’ ultima energia nonostante il mese di tour sulle spalle. Si balla, si canta e si sorride in una afosissima notte brianzola. Sotto il palco tanti volti conosciuti, ma anche tante facce mai viste a rimarcare la trasversalità di questo gruppo.

L’ora e un quarto passa senza neanche accorgersene ed è già tempo di bis. Il pubblico madido di sudore ma contento è totalmente appagato da un’ ottima performance che ci ricorda come le eccellenze italiane passino senza ombra di dubbio anche dalla musica.

Spero di incontrarvi tutti molto presto sotto il palco dei Giuda, ci vediamo lì.

Giuda

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Towers Of London ricominciamo?

Towers Of London ricominciamo

Towers Of London ricominciamo? Dopo un numero importante di false partenze Yet To Be è il nuovo tentativo degli inglesi di rilanciare la propria carriera.

Il riassunto

Quindici anni fa la band dei fratelli Tourette sembrava sul tetto mondo. Ibrido vincente tra Guns’n’Roses e Sex Pistols avevano partorito un’ opera prima, Blood Sweat & Towers, che li aveva incoronati la band che avrebbe salvato il rock. Certamente erano ridicolizzati dalla critica, ma amatissimi dal pubblico. Capaci di sollevare controversie, reali o presunte, con un fare maleducato da veri cattivi ragazzi. Nonostante corrispondessero all’ identikit delle future rockstar si sarebbero spenti in un fuoco di paglia in tempo per il secondo disco. Infatti, nel 2008, Fizzy Pop aveva aggiunto alla ricetta una buona dose di indie anglosassone e anche se non terribile, comunque non era all’ altezza delle aspettative.

Da questo momento cominciava una gran confusione. Seguire i passi della band sarebbe diventato complicatissimo. Tra singoli pubblicati e ritirati, tour annunciati e mai suonati, documentari finiti nel cassetto, l’ interesse per la band sarebbe presto svanito. Peccato perché, anche nel marasma che è stata la loro carriera dal 2009 ad oggi, ogni tanto era possibile intravedere cose anche molto gradevoli. Così se singoli come “Send In The Roses” sembravano un ritorno ai fasti passati, con maturazione compositiva annessa, subito brani come “Shot In The Dark” ci restituivano la band in salsa Coldplay.

L’ E.P.

Finito questo doveroso punto della situazione com’é questo nuovo E.P.? Sinceramente senza infamia e senza lode. I brani si muovono tra tutte queste differenti coordinate raccolte negli anni. Il lavoro suona come una specie di patch work nel quale manca un elemento che amalgami il tutto. Credo che l’elemento in questione sia la convinzione del gruppo. La band sembra divisa tra il desiderio, nemmeno troppo celato, di finire in classifica e una marcata vocazione punk.

“Jump” altalena tra accenti alla Clash di fine carriera e i Gorillaz. “Get Yourself Out Of Here” sguinzaglia tutto l’ Iggy Pop nel dna del gruppo. “Free Your Love” sfoggia un riff di matrice hard rock sul quale viene innestato uno svolgimento alternative americano primissimi anni novanta. “Push It The Same Way” con il suo incedere ricorda da vicino i Devo per poi esplodere in momenti isterici che ricordano l’ Axl di Chinese Democracy. Chiude “Amazing” una ballad dal retro gusto indie pop che riporta alla mente i momenti più commerciali degli Ark.

Conclusioni

Ancora una volta è possibile scorgere molto potenziale in questa band che, però, troppo spesso rimane inespresso. Uscito nell’ indifferenza generale questo EP non cambierà sicuramente le carte in tavola né per i Towers Of London né per i loro fan. Che il prestigioso contratto firmato col management di Alan McGee (The Jesus and Mary Chain, Primal Scream, Oasis, The Libertines) li possa rimettere sulla mappa? Oppure contribuirà ulteriormente a farceli dimenticare? Chi vivrà vedrà!

Towers Of London

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Venomous Anynomus è il nuovo lavoro dei Cruel Intentions

Venomous Anynomus è il nuovo

Venomous Anynomus è il nuovo lavoro dei Cruel Intentions. Lizzy DeVine torna a stupire con undici brani orecchiabilissimi e nuovi di zecca.

I The Cruel Intentions nascono dalle ceneri dei Vains Of Jenna, gruppo patrocinato da Stevie Rachelle cantante dei Tuff e ideatore di Metal Sludge. Comparsi sulle scene ormai una decina di anni fa, la band è composta da DeVine, Nygaard (ex Bloodlights), Wernerson e Nilsson. Venomous Anonynmous esce a quattro anni dal debutto No Sign Of Relief.

Il disco

L’attesissimo ritorno del combo svedese sicuramente non deluderà i fan di lungo corso della band. Ogni canzone contenuta all’ interno di questa nuova uscita sembra pensata con il preciso scopo di far cantare il pubblico a squarciagola. Troviamo persino una ballad in lingua madre che certamente verrà apprezzata in terra natia. Le coordinate rimango le stesse Guns, CrueRatt si fondono alla lezione dei nuovi classici della scena svedese come Hardcore Superstar, Backyard Babies e Crashdiet. La produzione è sicuramente più compatta, un suono saturo e pieno che ormai sembra caratterizzare ogni uscita di derivazione glam metal prodotta in Scandinavia. Il disco è sicuramente accattivante e farà la felicità di chiunque ami il genere: chitarroni, cori da cantare tutti assieme, melodie pronta presa e ritmiche uptempo.

Se posso esprimere la mia sincera opinione, trovo che negli ultimi anni la reiterazione di una formula ormai assodata abbia ucciso l’originalità di queste band. In tutti i dischi incontriamo una scelta di suoni molto simile, una scrittura condivisa, un modo di suonare e cantare che ormai sembra standard. Certamente il lato positivo che trasmettono queste scelte è un forte senso di “movimento”, di “scena” e di “appartenenza”. In più i fan non mancano di apprezzare, riempire i concerti, comprare i dischi e questo è quello che più conta.

La riflessione

Gli anni ottanta, però, ci hanno insegnato che quando le personalità delle band vengono accantonate a favore di un cliché è lì che, presto, si è passa ad altro. Avendo visto questa scena nascere, crescere e avendola praticata per oltre un ventennio, spero sinceramente di sbagliarmi. Allo stesso modo, spero che le band siano le prime a mettersi più in gioco, dando un taglio appena più personale alla propria proposta. Tutto ciò vale anche per i Cruel Intentions che, al netto di questa riflessione, hanno sfornato un buonissimo secondo disco.

The Cruel Intentions

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I Faz Waltz incidono On The Ball ed é subito rock and roll

I Faz Waltz incidono

I Faz Waltz incidono On The Ball ed é subito rock and roll. Il nuovo disco dei canturini ci porta dritti alle origini del rock.

Il combo brianzolo ci ha abituato a quello che, per il sottoscritto, si distingue come il miglior revival glam and glitter dell’ ultima decade. Oggi Faz e i suoi ragazzi tornano con una variazione sul tema. Un lavoro composto da undici brani che chiamano in causa i maestri del rock and roll. Little Richard, Jerry Lee Lewis, Cochran, Berry, Presley, Holly sono solo alcuni dei nomi che vengono in mente durante l’ascolto. Allo stesso modo è impossibile ignorare personaggi come Jim Jones o Nick Curran che tanto hanno influito nel recupero di questo sound negli ultimi anni.

Il disco

I Faz Waltz si cimentano con successo nell’arduo compito di rimanere rilevanti ripercorrendo una strada già tracciata da così tanti giganti. Il tutto ha una resa che spesso richiama alla mente i primissimi Beatles, quelli del Cavern e dello Star Club di Amburgo. “Hot Cold Fever” profuma di Little Richard, mentre “Shame on You” è Cochran dalla testa ai piedi. “Cold Touch” ha un ottimo riff figlio dei primi anni sessanta di Berry, segue “She’s Mine” che incrocia Elvis e Buddy Holly. “Fool For Your Love”, più torrida e ostinata, insaporisce Esquerita con una scorzetta di Status Quo. “Empty Hands” richiama i lavori precedenti dei Faz Waltz, un fantastico mid tempo colorato di ELO e Wings. “Soon I’m Gone” è assolutamente Jerry Lee Lewis. “Hungry Man” esplora il lato più country del rock and roll delle origini aggiungendo un po’ di Gene Vincent giusto per gradire. Allo stesso tempo “Love Time Bomb” ha un fantastico vibe alla Phil Spector, uno stile quasi da gruppo femminile anni sessanta. “Lotta Lovin'” ritorna in territori cari al buon Jerry Lee. “Shining Teeth” è una ballad sentita ed emozionante che ci ricorda quanto La Rocca sia un cantautore sopraffino. In questo modo, scostandosi leggermente dal fil rouge del disco, si chiude questo album, rivelando quella che per me è la sua vera perla.

Conclusioni

I Faz Waltz sfornano l’ennesimo ottimo disco, non abituatevici, non datelo mai per scontato. Supportate adesso una band eccellente per non doverla rimpiangere domani. Bravissimi.

Faz Waltz

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I Reckless ci portano negli anni ottanta

I Reckless ci portano negli anni ottanta

I Reckless ci portano negli anni ottanta con il loro nuovo disco T.M.T.T. 80. Il combo vicentino rientra in studio dopo sette anni dal precedente “Too Glam To Die”. Questo nuovo disco, il cui titolo è acronimo di Take Me To The Eighties, mette in chiaro da subito la sua vocazione.

Tornano gli anni ottanta, tornano le acconciature cotonate, i colori sgargianti e le chitarre al massimo volume. La proposta della band è figlia di un’ epoca e di un sound preciso, ma non si limita ad un revival estemporaneo. Il gruppo recupera in maniera originale la lezione dei classici del genere, come Ratt e Crue, incorporando aspetti ed influenze di tante altre band del periodo.

Se le chitarre di Dany ed Alex ricordano spesso gli esordi della coppia Crosby, DeMartini chiamano in causa sicuramente anche Dokken, Britny Fox e Black’n’Blue. Le melodie proposte hanno sempre un piede ben saldo nel glam e l’altro nel metal. Assieme quindi ad un approccio più puramente glam, hair metal, a tratti quasi AOR, alcuni momenti riportano alla mente anche realtà più dure come Vinnie Vincent Invasion, Loudness o i Priest di Turbo e Ram It Down.

A.T. Rooster condisce tutto questo con la sua keytar creando intrecci inediti e sempre interessanti. Il registro vocale utilizzato spazia tra una delivery più baritonale e viziosa per poi esplodere in parti tenorili figlie di Tom Keifer e Dean Davidson. La sezione ritmica di Mikki e Jack è sempre curata e precisa, conduce i giochi, favorendo il flow dei brani, senza mai intralciarli.

Questo T.M.T.T. 80 suona come avremmo potuto immaginare il futuro ed il suo sound nel 1987. Il risultato é sicuramente elettrizzante e pone, senza ombra di dubbio, i vincentini sullo scacchiere internazionale. Auguriamo solo il meglio ai nostri “temponauti”, sicuri che questo lavoro sarà capace di raccogliere il plauso che la band merita.

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Perfectly Imperfect ecco Chip Z’Nuff

Perfectly Imperfect ecco Chip

Perfectly Imperfect ecco Chip Z’Nuff ce le canta di santa ragione. Rimasto ormai solo al timone degli Enuff Z’Nuff, Chip si divide tra la sua band madre, partecipazioni, ospitate ed una carriera solista.

Questo secondo capitolo firmato Frontiers arriva a sette anni dal debutto Strange Time. Chip non è assolutamente un novellino. Infatti nel disco lo vediamo ricoprire i ruoli di autore, arrangiatore, produttore, polistrumentista e ovviamente cantante. Il bassista presenta otto nuovi brani, un’ intro strumentale ed una cover. Allo stesso modo anche la lista degli ospiti é degna di nota: Steven Adler (Guns ‘N Roses etc.), Daxx Neilsen (Cheap Trick), Joel Hoekstra (Whitesnake etc.) e Daniel Hill (Enuff Z’Nuff).

Il disco

La ricetta non è assolutamente dissimile da quella a cui ci hanno abituati gli Enuff Z’Nuff. Beatles, Cheap Trick, Wings incontrano Big Star e Dwight Twilley Band. Difatti il bagaglio da cui il monello della Windy City attinge a piene mani rimane sostanzialmente lo stesso. A queste solide fondamenta viene aggiunto un velo di quella scena alternativa che predata l’avvento del grunge. Scelta già operata in passato anche dagli Enuff e sempre perfettamente in linea con la propria identità.

Quello che ne risulta é che, nonostante l’artista sia identificato con gli anni ottanta, si qualifica prima di tutto come ottimo autore che trascende ampiamente il decennio di provenienza. Ugualmente tutto ciò è sottolineato anche dai testi che spesso presentano profonde riflessioni sul nostro presente e successivamente appaiati con melodie leggere ed orecchiabili.

Irresistibili “Welcome To The Party” e “Heaven In A Bottle” entrambe a ragione scelte come singoli. Inoltre si distinguono anche “Roll On” e “3 Way”  che vi faranno battere il piedino senza nemmeno ve ne accorgiate. Interessante anche al rivisitazione di “Honaloochie Boogie” dei Mott The Hoople che perde il glitter e il glamour a favore di un vibe assolutamente in linea con il nostro presente.

Ottima prova per Chip. La domanda che rimane è quanto ancora questi pezzi avrebbero potuto guadagnare dalla presenza di Donnie Vie. Continuiamo ad incrociare le dita per una tempestiva reunion.

Chip Z’Nuff

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Nordic Hard Rock For Peace: insieme a supporto della Croce Rossa per l’Ucraina

Nordic Hard Rock For Peace

Nordic Hard Rock For Peace è un progetto nato dalla collaborazione tra gli artisti scandinavi Peter Hermansson e Martin Jepsen Andersen. Il progetto si è sviluppato nel corso delle sessioni di registrazione del nuovo album in studio di Hermansson, intitolato Second Glance co-prodotto dallo stesso Andersen, proprio nel bel mezzo delle sessioni di scrittura del nuovo lavoro.
In particolare mentre i due musicisti scandinavi davano vita al brano Hellbound Train, la Russia ha dato il via alla sua aggressiva invasione dell’Ucraina. Nel duo nordico si è subito accesa la volontà di trasformare il brano in questione in una sorta di all-star project, atto a mettere in evidenzia il terribile scenario di guerra allora in via di sviluppo.

Da quel momento, e grazie in particolare all’entusiasta supporto di amici e colleghi della scena Svedese, Hellbound Train è stata finalmente completata. Il brano verrà rilasciato digitalmente a livello mondiale in download / streaming grazie al supporto di Burning Minds Music Group, etichetta a cui i due artisti sono stati introdotti grazie all’intervento del talentuoso amico comune Alessandro Del Vecchio.

Andersen commenta Nordic Hard Rock For Peace

Siamo veramente felici riguardo a questa collaborazione instaurata con Burning Minds Music Group per questa uscita speciale! Grazie ad Alessandro abbiamo potuto entrare in contatto con loro, i quali hanno immediatamente compreso il nostro importante obiettivo, offrendoci il terreno ed il supporto ideali per poter rilasciare questo brano. Tutti i proventi raccolti saranno destinati a favore della Croce Rossa, a sostegno dei loro sforzi in supporto della popolazione Ucraina.
Hellbound Train sarà disponibile in tutte le piattaforme digitali a partire dal 6 Settembre 2022.

Line-up:

Peter Hermansson (220 Volt, John Norum, Talisman): Voce

Göran Edman (John Norum, Yngwie Malmsteen, Headless): Voce

Matti Alfonzetti (Skintrade, Jagged Edge, Alfonzetti): Voce

Pontus Snibb (Bonafide): Voce

Annie Kratz-Gutå (Annie For President, E-type, Dr. Alban): Voce

Martin Jepsen Andersen (Blindstone, Meridian, Chalice Of Sin, George Clinton & The P-Funk Allstars, Walter Trout): Chitarra solista e ritmica

Micke Hujanen (Alfonzetti): Chitarra solista

Marco Angioni (Meridian, Streetfighter): Chitarra solista

Janne Stark (Overdrive, Merryweather/Stark): Chitarra solista

Mats Karlsson (220 Volt): Chitarra solista

Christopher Ståhl (Talisman): Chitarra solista

Johan Niemann (Evergrey): Basso

Hasse Sjölander (Skintrade): Batteria

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Il risultato é valso l’attesa, ecco i Sonic Boom

Il risultato é valso

Il risultato é valso l’attesa, ecco i Sonic Boom, frutto dell’ incontro tra Jo Dog (Dogs D’Amour etc.) e Paul Black (L.A. Guns etc.).

Attivi da quasi un decennio i due transfughi riescono finalmente ad editare questa collezione di canzoni che negli anni avevano fatto smaniare i fan. Tra anticipazioni e apparizioni live sporadiche era stato immediatamente chiaro il potenziale del duo. Affianco alle già note “Tree For Shades” e “Everybody Rains On My Parade” trovano posto altre otto preziose composizioni.

Il disco

Così come piccole gemme che brillano di luce propria, i brani filtrano la lezione dei grandissimi: Stones, Faces e Tom Petty in testa. Il tutto senza cadere mai nella squallida imitazione, ma applicando l’esperienza di una vita vissuta a ritmo di rock and roll. L’ hammond accarezza e cesella quasi ogni brano. I cori femminili vengono utilizzati spesso per sottolineare i momenti più suadenti delle melodie. Intanto un chitarrismo esperto ci accompagna attraverso i passaggi di un disco che non si sente tutti i giorni.

La voce di Paul, novello Rod Stewart, si fa interprete di ogni singola sfumatura e vibrazione presente nei brani. Jo si trova perfettamente a suo agio su ogni strumento a corda alternado slide, riff riverberati e momenti acustici con la massima naturalezza. Ugualmente è impossibile non citare il lavoro superlativo di Muddy Stardust, terzo Sonic Boom, impegnato al basso, alle tastiere e alla produzione. Infine Dennis Morehouse alla batteria, Tony Snow alle percussioni, Chris Joyner alle tastiere e Tony Babylon al basso completano l’organico.

Conclusioni

Country, delta blues, brit invasion, tex mex, bluegrass, reggae, soul, flamenco si intrecciano di continuo con l’anima rock della band. Un disco che renderebbe fieri Mick e Keef dei duo devoti al loro culto. Un appuntamento alle radici delle carriere di Dog e Black, un viaggio nel rock più sincero. Gli amanti dei classici ma anche di Black Crowes, Dogs D’Amour, Georgia Satellites, Izzy Stradlin e compagnia troveranno sicuramente pane per i loro denti.

Jo Dog & Paul Black’s Sonic Boom

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Diamond Star Halos è il nuovo disco dei Def Leppard

Diamond Star Halos

Diamond Star Halos è il nuovo disco dei Def Leppard. La band di Sheffield è tornata con l’ undicesima prova in studio a sette anni dall’ ultimo lavoro.

Ritroviamo Joe Elliott e soci in perfetta forma. Infatti il tempo sembra non scalfire minimamente il combo inglese. Pubblicato a fine maggio di quest’anno Diamond Star Halos consta di ben quindici tracce. Il disco vive di una vena glam rock anni settanta molto più pronunciata del solito. Sarà stata l’influenza dei Down’n’Outz, side project di Joe Elliott e Quireboys votato al recupero dei classici di Mott The Hoople e Ian Hunter, ma i Def Leppard sembrano aver lavato i propri panni alla fonte del miglior glam rock inglese.

I brani

“Take What You Want” apre il disco incrociando reminiscenze beatlesiane con un bel riff energico marca Leppard. Il risultato è ottimo, echi di ELO si rincorrono con un retrogusto di Cheap Trick che setta subito il mood del disco. “Kick” non nasconde minimamente il suo amore per i T-Rex calando, contemporaneamente, il brano nel 2022. “Fire It Up” è la band che tributa sé stessa. Centrata come sempre la commistione tra sensibilità melodica e gusto per le chitarre “up to 11” che tanto li fa apprezzare negli Stati Uniti. Questo brano, scelto come singolo, non avrebbe assolutamente sfigurato su uno dei loro blockbuster del passato.

“This Guitar” è la prima ballad del lotto ed è cantata assieme ad Alisson Krauss. “SOS Emergency” mescola la ricetta del “leopardo” con una melodia che sembra presa in prestito direttamente da un disco di John Waite. “Liquid Dust” e “U Rok Mi” sono ugualmente attraversate da un gusto orientaleggiante che colora due brani perfettamente radiofonici di una sfumatura zeppeliniana. “Goodbye For Good This Time”è una ballad orchestrale che richiama in causa gli ELO assieme ad un pizzico di Eric Carmen ai tempi dei Raspberries.

“All We Need” si tuffa di testa negli anni ottanta e ne esce con le aperture più FM dell’ intero disco. Poi “Open Your Eyes” e “Gimme A Kiss That Rocks”, entrambe guidate dal basso di Savage, alzano l’asticella dell’ adrenalina regalandoci due brani totalmente rock. I Queen fanno capolino nella bellissima suite orchestrale “Angels (Can’t Help Me Now)”. In seguito ritroviamo la Krauss ed il suo violino, affermata artista country-bluegrass, per “Lifeless” che forse é il pezzo più gratuito dell’ intero lavoro. “Unbreakable”, introdotta da un arpeggio quasi NWOBHM, sfocia in un orecchiabilissimo mid tempo. Il disco si conclude con “From Here To Eternity” brano firmato Savage che pesca a piene mani dal catalogo di Lennon. Il pezzo dilatato e malinconico, nel quale Collen ci regala un emozionantissimo solo dal retro gusto blues, è la chiusura più “inglese” che si possa immaginare.

Conclusioni

Collen e Campbell sono sempre sul pezzo e si alternano con grande gusto in un lavoro chitarristico assolutamente di livello. Savage e Allen possiedono una classe, maturata in decenni di attività, che li porta a condurre il gioco con una naturalezza quasi imbarazzante. Infine un Elliott dosato e mai fuori dalle righe, autore assieme a Collen della stragrande maggioranza dei brani, è in pieno spolvero. Mentre parliamo i Def Leppard guidano il tour evento dell’ anno assieme a Joan Jett, Poison e Motley Crue, direi che ci siano tutti i presupposti per un altro grande successo.

Def Leppard

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Hellacopters collezione di cover per il nuovo EP

Hellacopters collezione di cover

Hellacopters collezione di cover per il nuovo EP “Through The Eyes Of The Hellacopters”. Un ritorno sulla breve distanza dopo il precedente full lenght di reunion “Eyes Of Oblivion” che ha letteralmente spaccato la fanbase della band.

Le tracce in questione, già comparse tra i bonus della versione giapponese del disco precedente, oggi trovano la loro strada come 10 pollici a 45 giri per Nuclear Blast.

Le cover

Secondo il mio modesto parere, in presenza di una scrittura ispirata, questa band sa ancora fare la differenza. Detto ciò gli svedesi prendono immediatamente il toro per le corna aprendo con “Eleanor Rigby”, capolavoro dei Beatles a firma McCartney.

La scelta per quanto possa sembrare azzardata si rivela vincente. La cover è totalmente a fuoco, rispettosa dell’ originale, ma allo stesso tempo arricchita dal tipico suono del combo scan rock. Gli intrecci di chitarra e la voce di Nicke da subito riescono a dare il proprio taglio a questo pezzo iconico.

Per continuare Anderson sceglie di riproporre Circus degli String Driven Thing. La band di Glasgow, attiva nei primi anni settanta, era in costante equilibrio tra folk, country rock e progressive. Il brano é caratterizzato da un groove ossessivo di chitarra, quasi un incrocio tra un pezzo di Roky Erickson ed un funk bianco. Inutile sottolineare che enfatizzando questi due aspetti il gruppo riesce a portare a casa senza problemi anche questa reinterpretazione.

Si prosegue con una scelta che sembrerebbe assolutamente fuori tema “I Am The Haunted” da “City Attacked By Rats” dei GBH. In realtà, anche questa volta, la scelta è assolutamente azzeccata e anche il sound hard core del combo di Birmingham, nelle mani degli svedesi, ci restituisce una versione che ricorda da vicino gli esordi degli “elicotteri”.

Per concludere si ritorna su un grande classico “Ain’t No Miracle Worker” dei Brogues. Ovviamente il sound garage dell’ originale, già vicinissimo alle inclinazioni del gruppo, viene amplificato e arricchito. Da qui una versione che é una e vera propria dichiarazione d’amore per un’ epoca ed un approccio da sempre caro al gruppo.

Coclusioni

Un lavoro di ricerca appassionata lungo un’ intera carriera. Un fuoco ben lungi dall’ essere estinto. Un riscatto coi fiocchi per chi continua a rappresentare la primissima linea dell’ intero movimento scan rock.

Hellacopters

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Michael Monroe uccide l’estate dell’amore

Michael Monroe uccide l’estate dell’ amore

Michael Monroe uccide l’estate dell’ amore e lo fa a colpi di chitarre elettriche. Decima uscita solista per Matti Antero Kristian Fagerholm storico frontman dei prime mover Hanoi Rocks.

Dal 2011, messa in pensione la reunion con Andy McCoy, Michael si è lanciato in una nuova fase della propria carriera solista. Prima novità rispetto al passato è la continuità della band che segue Monroe, oggi: Yaffa, Conte, Jones e Rockfist. Seconda è che la scrittura dei brani, non necessariamente in maniera corale, coinvolge sempre direttamente i membri del gruppo.

Se questo aspetto ha cementato il feeling musicale, traducendosi in un vero e proprio marchio di fabbrica, la formula comincia a perdere il suo mordente. I “Monroes” rimangono sicuramente una delle band più rodate e spettacolari dal vivo. Detto questo “I Live Too Fast To Die Young” gioca un po’ troppo in difesa per tradurre la magia anche in studio. 

Nove brani su undici sono firmati da Rich Jones. Vero e proprio veterano, i più attenti potrebbero ricordarlo anche nei Black Halos, negli Amen, nei Dogs D’Amour, in Sorry & The Sinatras, nei Loyalties etc. I suoi brani, confezionati su misura per il biondissimo finlandese, rivisitano tutti i temi cari alla band. Temi già presentati ampiamente durante questo nuovo corso: la nostalgia per tempi e luoghi del rock ormai andati, il self empowerment duro e puro, un filo di malinconia per la perdita di qualche caro durante il cammino.

Ugualmente le coordinate musicali restano note: il glam rock anni settanta più energico, l’onnipresente Bators, sopratutto della sua fase Lords, il punk inglese. Fino a qui tutto benissimo, semplicemente comincia ad essere una formula leggermente abusata dalla band. Probabilmente già sfruttata meglio in alcuni degli episodi precedenti.

Monroe rimane il padre, padrino e padrone di un certo tipo di underground e su questo non ci piove, mentre aspettiamo un disco più ispirato torniamo a gustarcelo dal vivo.

Alice Cooper e Michael Monroe di scena all’Alcatraz

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Michael Monroe

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Alice Cooper e Michael Monroe di scena all’Alcatraz

Alice Cooper e Michael Monroe

Siamo all’ Alcatraz di Milano per quello che si prospetta come uno degli eventi rock and roll dell’ estate. Alice Cooper porta in tour il suo ultimo “Detroit Stories” e sceglie Michael Monroe in piena promozione di “I Live Too Fast To Die Young” per regalarci una serata memorabile.

Michael Monroe

Monroe con la ormai consolidata formazione Yaffa, Conte, Jones e Rockfist divide la scaletta in due tronconi. Nella prima parte vengono presentati brani, relativamente recenti, tutti incisi da Sensory Overdrive ad oggi. Tra questi spiccano i nuovi classici “Trick Of The Wrist”, “78” e “Ballad Of The Lower East Side”. Gli inserti dai due dischi più recenti sembrano ancora troppo freschi per essere entrati completamente nelle grazie del “popolo di Monroe”, ma la band non demorde e anzi affonda l’acceleratore riuscendo a vincere anche le titubanze dei più scettici. 

Nella seconda parte dell’ esibizione vengono proposte canzoni tratte dai primi vent’anni di attività del finlandese. Pezzi estrapolati dal catalogo di Hanoi Rocks, Demolition23 e dalla carriera solista del biondissimo frontman scorrono fianco a fianco nell’ entusiasmo più genuino di band e pubblico, quest’ultimo ormai totalmente rapito da quello che rimane sicuramente uno degli show più eccitanti che si possano vedere oggi.

Alice Cooper

Giusto il tempo di una sosta al bar ed é già il turno del signore dell’ incubo in persona: Alice Cooper. Coadiuvato sul palco da Roxie, Henricksen, Strauss, Garric e Sobel, il padrino dello shock rock sembra impossibilitato a fallire nello stupire il suo pubblico. Una scaletta che ripercorre tutti i successi di una carriera lunga ormai più di cinquant’anni. Un’ interpretazione che diventa cifra stilistica riuscendo agevolmente a tenere insieme i numerosi “cambi di pelle” che Alice ha vissuto durante il suo percorso artistico. 

Ecco che, accanto alle hit, fanno capolino piccole chicche per chi segue la zia Alice da sempre “Bed of Nails”, “Teenage Frankenstein”, “He’s Back (The Man Behind The Mask)” per chi ha amato l’ Alice degli anni ottanta o il graditissimo ritorno in scaletta di “Go To Hell” e “My Stars” per chi più affezionato al cosiddetto periodo classico. 

Menzione speciale per “Fallen in Love”, originariamente incluso all’ interno di Paranormal, inciso assieme a Billy Gibbons (ZZTop). Il brano dal vivo mantiene il suo carattere di bluesaccio shuffle, ma viene impreziosito da una prova magistrale all’ armonica dello stesso Alice. La classe non é certo acqua e subito tornano alla memoria echi di un tempo passato nel quale grandi frontman come Jagger, Van Morrison, Ray Thomas si nutrivano di Sonny Boy Williamson e Little Walter a colazione, pranzo e cena.

Il tempo vola e tra una decapitazione, un ricovero coatto ed una creatura del dott. Frankenstein fuggita dal laboratorio si avvicendano “No More Mr. Nice Guy”, “Poison”, “Under My Wheels” in un crescendo partecipatissimo. Gli intervalli strumentali sono studiati nei minimi particolari, intrattengono fondendo “Devil’s Food” con “Black Widow”, arrivando a citare “Black Juju” prima del solo di Sobel. 

Impossibile lasciarsi senza l’immancabile “School’s Out” nel consueto tripudio di palloncini e coriandoli, con la partecipazione straordinaria di un Monroe che sfoggia il sorriso di un bambino lasciato solo nel negozio di caramelle.

Conclusioni

Serata assolutamente riuscita, pubblico soddisfatto, l’ennesimo spettacolo da incorniciare per chi ha scritto una pagina indelebile nella storia del rock.

Alice Cooper
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