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Il disco più venduto della storia del rock era un funerale. Febbraio 1980: muore Bon Scott. Cinque mesi dopo gli AC/DC tornano vestiti di nero, e la prima cosa che senti sul disco è una campana a morto.

Quella che vi raccontiamo è una delle storie più tristi e più grosse del rock. Perché il disco che tutti mettiamo alle feste, quello di You Shook Me All Night Long, quello con il riff che parte anche se non vuoi, è nato da un lutto. E se lo riascoltate sapendo come è nato, non suona più allo stesso modo. Ve lo garantiamo.

Estate 1979. Gli AC/DC pubblicano Highway to Hell.

È il primo disco prodotto da Robert “Mutt” Lange, il primo dove suonano davvero grossi. Per la prima volta entrano nei cento in America: arrivano al diciassettesimo posto. Dopo dieci anni di furgoni, pub e sputi addosso, la band dei fratelli Angus e Malcolm Young è finalmente a un passo dal successo vero. Davanti a tutti c’è lui: Bon Scott. Voce ruvida, ironica, faccia da schiaffi, il sorriso da canaglia che ti fa perdonare tutto.

19 febbraio 1980. Londra. Dopo una notte passata a bere, un amico lascia Bon a dormire in macchina. La mattina dopo non si sveglia più. Lo portano al King’s College Hospital, ma è già morto. Il medico legale parlerà di intossicazione acuta da alcol. Highway to Hell era uscito da meno di sette mesi. La band pensò di finirla lì. E ci sta. Quando perdi il tuo cantante, il tuo frontman, il tuo amico, la cosa più logica è chiudere tutto.

A convincerli ad andare avanti fu la famiglia di Bon.

Il funerale è il 1° marzo. E subito dopo, quasi senza fermarsi, cominciano a cercare un altro cantante. Può sembrare freddo da fuori, ed è l’esatto contrario: fermarsi avrebbe voluto dire guardare il vuoto. Andare avanti era l’unico modo per non affondare.

Il primo nome che viene in mente ad Angus e Malcolm è un inglese di 32 anni che viene dalle parti di Newcastle, ex voce di una band chiamata Geordie, poi sciolta. Si chiama Brian Johnson. C’è un dettaglio che Angus racconterà molti anni dopo e che vale tutta la storia. La prima volta che aveva sentito il nome di Brian, glielo aveva fatto Bon. Lo aveva visto cantare con i Geordie e ne parlava bene. Prendetelo come volete, i ricordi sono ricordi. Ma se è vero, a scegliere il suo sostituto fu, senza saperlo, Bon stesso.

Brian va a Londra per il provino a marzo.

Malcolm racconterà che Brian disse di conoscere Whole Lotta Rosie, e la cantò. Quando gli proposero Nutbush City Limits di Ike e Tina Turner, cantò anche quella. Il 29 marzo Malcolm gli offre il posto. Poco più di un mese dopo la morte di Bon, la band ha di nuovo un cantante.

E non perdono tempo. A metà aprile sono già ai Compass Point Studios di Nassau, alle Bahamas, con Mutt Lange. Ci restano sette settimane. Quello che ne esce non è un disco di lutto, almeno non in superficie: è un disco di rock and roll durissimo, pieno di energia, di riff che spaccano la schiena. Il lutto sta altrove. Sta nei dettagli che se non te li dicono non li noti.

Il disco che tutti mettiamo alle feste si apre con una campana a morto.

Il manager voleva una campana vera e ne ordinò una a una fonderia. Ma il lavoro andava per le lunghe e dopo sette settimane il fonico Tony Platt provò a registrare le campane di una chiesa lì vicino. Inservibili: ad ogni rintocco gli uccelli si alzavano in volo e rovinavano tutto. Alla fine la fonderia accelerò, la campana arrivò – accordata alla perfezione – e la registrarono con lo studio mobile di Ronnie Lane, il bassista dei Faces.

Secondo dettaglio: la copertina. Tutta nera, con il logo appena accennato. Angus ha sempre detto che era un segno di lutto per Bon. La casa discografica non la voleva, troppo scura. Alla fine cedette a una condizione: aggiungere un bordino grigio intorno al logo, perché almeno si leggesse.

Back in Black. Siamo tornati. E siamo vestiti di nero.

Back in Black esce il 25 luglio 1980 in America e il 31 luglio in Europa. In America arriva al quarto posto e non andrà mai più in alto. Eppure non si ferma più: oggi parliamo di circa 50 milioni di copie nel mondo, il secondo album più venduto della storia della musica. Negli USA ha 27 dischi di platino. È il disco più venduto di sempre fra quelli che in America non sono mai arrivati primi.

Il lato A di Back in Black è quello che conoscete tutti: i riff, le feste, le magliette, gli stadi. Il lato B è che è un disco nato in sette settimane da una band che a febbraio pensava di sciogliersi. Che si apre con una campana fatta fondere apposta perché quella vera faceva scappare gli uccelli. E che porta in copertina il colore del lutto, anche se la casa discografica avrebbe preferito di no.

Non l’hanno fatto diventare un disco triste. Hanno fatto la cosa che, probabilmente, Bon avrebbe apprezzato di più: un disco da suonare a tutto volume. Ma il nero c’è. Ed è la prima cosa che vedi.