Meneguinness, ecco la nostra intervista in attesa dell’uscita del nuovo album

Meneguinness

I Meneguinnes dal 25 novembre renderanno disponibile in digital download e in streaming “Irish Caravan” (Maninalto!). Si tratta del nuovo disco della formazione milanese fortemente ispirata alla musica tradizionale irlandese. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con la band per scoprire qualcosa in più.


Salve ragazzi, è un piacere incontrarvi sulle nostre pagine. Dal 25 Novembre sarà disponibile il vostro nuovo lavoro “Irish Caravan”. Potete anticiparci qualcosa a riguardo? Come sarà questo nuovo viaggio?

 

Il nostro terzo disco rappresenterà un po’ il nostro modo di fare musica, ovvero un folle miscuglio di generi e influenze basato sulla musica irlandese, che è un po’ la cifra stilistica che ci contraddistingue. Nei brani dell’album ogni pezzo rappresenterà una tappa del nostro viaggio – fisico e musicale – dall’Irlanda in giro per il mondo, dove ogni luogo aggiunge un tassello, una nuova esperienza che si aggiunge al nostro modo di suonare. Ci saranno quindi atmosfere orientaleggianti, latine e altro, omaggi a grandi film e culture e tanto tanto altro.

 

 

E’ evidente che la vostra musica affonda le radici nelle tradizioni irlandesi. Cosa avete in comune con quelle terre e soprattutto con la cultura di quel popolo?

 

Sin dall’inizio della nostra avventura la nostra idea di fondo era raccontare attraverso i nostri strumenti una cultura relativamente poco conosciuta in Italia, una cultura estremamente affascinante fatta di racconti, tradizioni, musica e paesaggi mozzafiato. Tutti noi abbiamo un legame speciale con l’Irlanda, che va ben oltre l’apprezzamento per un gusto musicale. Non appena possiamo, il biglietto aereo è già in tasca e siamo pronti a rivedere l’Isola di Smeraldo.

 

Meneguinness sono ormai celebri per le atmosfere festose e danzanti. Ascoltando i vostri brani ci sentiamo come se stessimo in un pub con un boccale di ottima birra artigianale tra le mani. Cosa rende speciali i vostri live?

 

Con i nostri spettacoli vogliamo portare sul palco la magia che si respira per le vie di Dublino, nelle insenature del Connemara o sui prati di Dingle. Fondendola con l’energia del punk e di altri generi che ci piacciono, ricreando quei ritmi ormai famosi in tutto il mondo. Non c’è nulla di più soddisfacente che vedere il pubblico improvvisare set di danze irlandesi sulle gighe rivisitate o semplicemente pogare sui pezzi più tirati.

 

Voi avete collezionato una lunga serie di concerti sia in Italia che all’estero. Spesso anche nella vostra amata Irlanda. Stessa band ma pubblico differente. Come ricordate l’esperienza dei Meneguinness in quelle terre a voi così care?

 

Dopo molti concerti in giro per il Bel Paese, abbiamo voluto sperimentare sulla nostra pelle la vita di un musicista irlandese andando a fare busking lì dove la musica che suoniamo è nata. Un’esperienza strepitosa, dove suonare era veramente solo una parte del divertimento. Tra session improvvisate in strada, nei pub – su tutti il Monroe’s di Galway – o addirittura nel salotto di una signora a cui evidentemente eravamo piaciuti molto, quello dei concerti itineranti in Irlanda è per noi uno dei ricordi più cari.

 

Non possiamo non farvi una domanda sul nome della band. Un connubio tra le vostre origini milanesi e ancora una volta il richiamo alla famosa birra scura irlandese. Come avete avuto l’idea? C’è una leggenda metropolitana a riguardo?

 

Tra noi abbiamo questo inside joke per cui ogni cosa che deve succedere, succede nel modo sbagliato. E qui non basterebbero cinquanta pagine per raccontare tutto. Anche il nostro nome è nato un po’ così: Lucio, il chitarrista ska-punk della nostra prima formazione, saltò fuori con questa idea quasi per caso. Una vera illuminazione, se così possiamo dire… Ci sembrò subito il modo migliore per etichettare la nostra follia, andando appunto a mescolare due simboli di Milano e dell’Irlanda.

 

In anticipazione a “Irish Caravan” abbiamo già potuto ascoltare il brano “Night Of The Banshee”. Possiamo dire che rappresenta in pieno il vero spirito dei Meneguinness?

 

Decisamente: è un brano che mescola diversi generi – dallo ska alla musica balcanica, dalle colonne sonore al punk – e che, soprattutto, ci permette di omaggiare le atmosfere inquietanti dei film horror di serie B, chiaramente i migliori. Oltre alla musica ci piace portare nelle nostra canzoni ciò che ci appassiona, così da rendere veramente personali le nostre creazioni. Anche il video del pezzo è un distillato di Meneguinness: tra citazioni cinematografiche e interpretazioni “impeccabili”, la follia regna sovrana. (Leggi l’articolo completo QUI )

 

Ci piace moltissimo anche il visual che avete scelto per presentare il lavoro. Atmosfere retrò. colori caldi e un outfit che richiama un’epoca passata. Quanto è importante per voi la parte grafica e l’immagine? Non si giudica un libro dalla copertina, ma un disco?

 

Il disco è nato proprio con l’idea di rappresentare il nostro viaggio musicale, perciò la grafica si è praticamente scritta da sola. Ben prima che Peaky Blinders rendesse famosissima la cultura dei travellers, i gipsy irlandesi, ne siamo sempre stati appassionati. Oalmeno da film come Into the West di Mike Newell e Snatch di Guy Ritchie. Abbiamo quindi avuto l’occasione perfetta per interpretare una parte della cultura che più ci piace, non solo con la musica.


Con quest’ultima domanda vi ringraziamo per il vostro tempo e per averci raccontato qualcosa in più sul vostro progetto.


Il nostro gruppo si è formato nel 2012 in Brianza, con la voglia di portare sul palco un genere ancora poco conosciuto in Italia, se non per i grandi nomi come Pogues, Dropkick Murphys e Flogging Molly. Dopo un primo album di brani tradizionali rivisitati à la Meneguinness nel 2014 abbiamo avuto il piacere di suonare al fianco di gruppi storici del genere e altri grandi nomi come Modena City Ramblers, The Moorings, Saor Patrol, Orthodox Celts, Marky Ramone e Vallanzaska. Nel 2016 abbiamo pubblicato il nostro primo disco di inediti, A chi non dorme, in cui abbiamo sperimentato molto a livello di generi e di scrittura: come sentirete, questo è successo ancora di più per Irish Caravan!

 

Continua a rimanere aggiornato atraverso i link:

FB: https://www.facebook.com/MeneGuinness

YT: https://www.youtube.com/user/MeneGuinness/featured

Spotify: https://open.spotify.com/artist/3EpqNr2DjkEecLhLqG7eak

Rivalsa, la nostra intervista a Theft, autore del disco

Rivalsa

Rivalsa, Ep dell’artista genovese Theft Giacomo Grasso, è un progetto molto intimo e personale. Esce attraverso l’etichetta: Terzo Millennio Records. L’album nasce dalla voglia di sperimentare più generi e stili, arrangiamenti e strumenti musicali. (maggiori info QUI).

L’elettronica ne fa da padrona, ma l’amore e la passione per gli strumenti suonati è pregnante in tutti i brani. Queste 5 tracce sono il riassunto di oltre 40 anni di musica che ho ascoltato, respirato, vissuto. È un po’ di tutto. C’è un po’ di tutti questi mondi”. Abbiamo rivolto qualche domanda all’artista in questa intervista.

 

Ciao Giacomo, grazie per aver accettato la nostra intervista.

Ciao e grazie a voi per avermi contattato.

 

Leggendo la tua biografia scopriamo che ti sei diplomato alla scuola d’arte Paul Klee di Genova.

Si, molti anni fa.

 

Quali sono stati i momenti caratterizzanti della tua formazione?

Dopo gli studi artistici ho deciso di mettere assieme le immagini con la musica, non riuscivo a vederle come cose separate. Quindi con il passare degli anni mi sono specializzato in nuove tecnologie e nell’uso del computer e dei software creativi. Oltre che ad arricchire la mia conoscenza di nuovi strumenti musicale ed in modo particolare quelli etnici.

 

Oltre che con la musica hai lavorato anche con aziende importanti quali Sony, Apple, Elea, Midiware, Steinberg e Roland. Hai tenuto anche lezioni presso il conservatorio di Genova. Come hai unito la passione per la musica con quella per le nuove tecnologie?

 

Come dicevo prima, non riesco a separare la musica dalle immagini e le immagini dalla musica, perchè le immagini mi ispirano a creare musica e i testi, la musica spesso mi aiuta a generare immagini. L’unico modo era unire queste due forme comunicative grazie a qualcosa che mi potesse permettere di farle comunicare.
Il computer grazie ai software era la soluzione.

 

Sei un artista a 360° perché suoni strumenti analogici anche particolari come il Bozuki greco e l’Ukulele, usi spesso tutti questi strumenti?

 

Si, molto. mi aiutano ad ampliare la mia tavolozza da pittore dei suoni.

 

Cosa hai utilizzato per “Rivalsa”?


Per la parte elettronica. Sequencer, rum machine, sintetizzatori semi modulari, sintetizzatori monofonici, filtri e manipolatori di suono real/time, stomp box che modificavano il timbro. Per la parte acustica. Chitarra acustica, chitarra elettrica, ukulele, basso, contrabbasso, tamburelli, Hand Drum e la mia voce.

 

In che modo le tue sperimentazioni sonore hanno influenzato le tue produzioni musicali e in particolar modo in Rivalsa?

Hanno permesso di dare un colore ai timbri esistenti, per dare più o meno aderenze e drammaturgia ai testi, al climax delle parti dei brani.

 

Tu hai una formazione come videomaker e grafico, nel video “Forme d’Onda” che ha anticipato l’uscita del nuovo EP hai partecipato anche alla regia?

Si, anche se è un’idea di Lisa Barsotti mia amica creativa, che dopo aver sentito il brano lo ha fatto sua e ha ispirato me e Fabrizio Repetto. Anche lui amico e musicista di lunga data che mi ha aiutato nelle riprese, io mi sono occupato del montaggio e della post produzione, il loro aiuto è stato fondamentale.

 

La tua musica sembra unire diverse influenze musicali elettroniche e non. Quali gruppi ti hanno ispirato maggiormente?

Ho iniziato ad amare la musica fine anni 70 inizi anni 80, mi porto dietro la cultura progressive rock anche se poi l’ho totalmente abbandonata per la new wave, dark wave, new romantic perché questi generi li sentivo più miei. Mi hanno segnato di sicuro i Joy Division, The Cure, Depche Mode, i primissimi U2, poi in modo più recente i Nine Inch Nails, Moderat, Apparat, Massive Attack, Rammstein, Olafur Arnalds, Max Richter, Nils Frahm, Sigur Ros.


Dopo aver suonato insieme a vari gruppi locali e come solista ora stai collaborando con un amico di lunga data ad alcuni progetti multimediali. Raccontaci questa esperienza.

Si, è un amico di lunga data un bravissimo clarinettista e si occupa di arti visive era il mio docente al liceo, non ci siamo mai persi solo allontanati ma poi sempre ritrovati.  Con lui faccio Spettacoli di musica e immagini dal vivo.

 

Grazie per il tuo tempo e in bocca al lupo per la tua musica.

Grazie a voi per avermi ascoltato.

 

Segui Theft attraverso gli spazi social:

https://www.instagram.com/giacomograssotheft/
https://www.youtube.com/channel/UC8uOoRlm4iSBPLvub6FSUlg
Ascolta in streaming: https://frontl.ink/8kzqn5k

 

 

Toro, il nuovo singolo di Francesco Setta, ce ne parla in questa intervista.

Toro

Toro è il nuovo singolo di Francesco Setta, per noi un graditissimo ritorno sulle nostre pagine. Abbiamo fatto qualche domanda all’artista per scoprire qualcosa in più sul suo lavoro e sui suoi progetti. Ecco cosa ci ha raccontato.

Bentrovato Francesco!! E’ bello averti ancora sulle nostre pagine per parlare del tuo nuovo singolo uscito lo scorso 29 Settembre. Come sta andando? Sei soddisfatto di questa tua nuova creatura?

Anch’io sono contento di tornare a confrontarmi con il vostro format, anzi colgo l’occasione per ringraziarvi dello spazio che mi state dedicando, apprezzo molto quello che fate! Toro sta andando molto bene, sicuramente rispetto al passato è sempre più difficile imporsi tra le centinaia di singoli che escono ogni giorno.

Fino ad ora ho ricevuto parecchio apprezzamento da tanti addetti ai lavori, che forse è la gratificazione per eccellenza che puoi ricevere, il pubblico viene poi da se. Per quanto riguarda la soddisfazione, sono carichissimo perché come avete ascoltato in questo brano e vi anticipo sentirete nei prossimi lavori che usciranno, sta prendendo sempre più forma la mia dimensione artistica.

Ho lavorato tanto, sperimentato e abbandonato qualsiasi schema imposto per abbracciare questo sound, che devo dire mi calza a pennello, come un capo di alta sartoria cucito a mano!

Anche per Toro hai portato avanti il sodalizio artistico con Max Zanotti. Del resto si dice che squadra che vince non si cambia. Parlaci di questa collaborazione.

Con Max ormai siamo un tutt’uno in studio, abbiamo la giusta affinità che serve ad un progetto per essere sempre in costante crescita. Inoltre se parliamo nel dettaglio di Max e delle sue doti di produzione, si può affermare tranquillamente che sia uno dei produttori di maggior prestigio attualmente in attività in Italia.

Sono sicuro di essere sulla strada giusta da percorrere, sicuramente non abbiamo scelto quella più veloce e più comoda, ma quella che più mi fa sentire felice e mi completa!

Tu sei un artista che riusciamo difficilmente ad incasellare in un genere musicale ben preciso. Possiamo dire che la tua musica attraversa trasversalmente più stili. Attraverso i tuoi lavori possiamo ascoltare il pop, il rock, c’è del punk e anche del rap. Da dove arrivano queste contaminazioni?

Ammetto che sono felice di non essere facilmente classificato, etichettato e appoggiato sopra ad uno scaffale (l’esempio calza a pennello con quello che accade oggigiorno). Anzi è un orgoglio per me sapere di creare un sound e mood totalmente personale, incentrato su quello che sono e quello che penso.

Le mie contaminazioni sono varie , tante quante le arti d cui mi nutro costantemente. Sono un grande appassionato di cinema e romanzi, e negli ultimi anni ho iniziato ad apprezzare parecchio anche la scultura e la pittura, ovviamente vivere in Italia semplifica a tutti noi la ricerca i queste meraviglie.

Per quanto riguarda la musica ho sempre ascoltato tutto quello che mi dava emozioni, senza mai denigrare nessun genere. Ho a casa cassette e dischi dei Nirvana, Litfiba, Toto, Lucio Battisti, Vasco Rossi, Frank Sinatra, Depeche Mode, Bruce Springsteen, Tupac, Notorius Big, Eminem, Bob Dylan, Metallica, Iron Maiden, Club Dogo, Marracash ecc.

Non hanno nessuna connessione tra loro, ma quando un prodotto musicale è fatto con stile, vena artistica e professionalità deve essere preso in considerazione, ascoltato e riascoltato per coglierne ogni aspetto.

La chiave di lettura del nuovo singolo è senza dubbio l’ironia. L’accento cade sempre sulla dittatura mediatica dei social network, delle radio, delle tv. Oggi se non appari mai, se non ostenti non sei nessuno. Tu quanto sei social?

Purtroppo sono costretto a essere social più di quello che mi viene spontaneo, la promozione di un singolo o di un disco ora hanno delle fondamenta ben piantate nel mondo digitale.

Ignorare la tecnologia e il tessuto sociale che si evolve con essa vorrebbe dire tagliarsi fuori da qualsiasi tipo di riscontro con il pubblico. Ammetto che a volte sono ancora un po’ goffo, forse ingenuo con i social network, però vi prometto che imparerò ad utilizzarli in futuro!;)

Il mio pensiero va a chi li usa senza condizione di termine, inghiottiti dalla marea di trash e pubblicità spalmata ormai ovunque. Ci vorrebbe un po’ di “pulizia intellettuale”. In un intervista Umberto Eco riguardo ai social disse:
“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel”. Più chiaro di così…..

Parliamo adesso di Francesco Setta on stage. Non è un segreto che ad ogni artista piace stare sul palco con il suo strumento davanti ad un pubblico che applaude. In questa società in cui tutto cambia così rapidamente, è più gratificante avere tanti ascolti in streaming e sapere che la tua musica gira tanto online o avere un pubblico nutrito ai tuoi concerti?

Penso che per noi artisti a cavallo tra la vecchia scuola del cantautorato e la digitalizzazione musicale, questi due aspetti abbiano importanza equivalente. Strizziamo l’occhio agli streaming, ci gongoliamo del “like” e della “condivisione” ma allo stesso tempo muoriamo per il palco, l’applauso, l’emozione della musica dal vivo. Ovviamente se avessi la bacchetta magica mi organizzerei 365 concerti l’anno! Infondo i dischi si fanno per cantarli poi dal vivo, sbaglio?

Siamo arrivati alla fine di questa intervista, vogliamo concluderla immaginandoti chiuso in una stanza a comporre i tuoi brani. Da dove arriva l’ispirazione? Qual è lo stato d’animo o la situazione che fa scattare la molla e fa muovere le dita sulla chitarra?

Spesso la rabbia, a volte l’infelicità, la nostalgia o l’insoddisfazione, e anche quando c’è dell’ironia nei testi e sempre accompagnata da uno di questi sentimenti scatenanti. Quando sono felice vado al bar a bere una birra con i miei amici.

Grazie mille per il tuo tempo e in bocca al lupo per “Toro”.

Continua a seguire Francesco Setta e ad ascoltare Toro attraverso i link:

Leggi altro di Rock My Life su Francesco Setta: Uomo per Meta’, Il nuovo EP di Francesco Setta

Rockers, Diario sulle strade del Rock ‘n’ Roll – Intervista a Fausto Donato

Rockers

Il Libro Rockers, diario sulle strade del Rock ‘n’ Roll è disponibile in tutte le librerie attraverso la casa editrice Officina di Hank. L’autore, Fausto Donato è l’ A&R Manager e direttore artistico che ha lavorato per più di trent’anni nelle più prestigiose case discografiche italiane.

Dopo una sola settimana dalla sua uscita, il libro ha raggiunto il primo posto tra le novità più interessanti di Amazon nella sua categoria. Noi abbiamo rivolto qualche domanda all’autore per farci raccontare la sua esperienza.

Ciao Fausto, grazie per aver accettato di rispondere alle nostre domande e benvenuto su Rock My Life. Probabilmente sei nel posto giusto per raccontare la tua storia. Nelle tue vene scorre musica, Rolling Stones, chitarre distorte e riff frenetici che ti accompagnano fin dall’infanzia. Ricordi il primo concerto rock che hai visto?

Il primo concerto a cui ho assistito nella mia vita fu il concerto dalla band di mio fratello franco. Si chiamavano “I Volanti”. Suonavano un repertorio di cover rhythm and blues, soul, rock and roll. Era una band che faceva feste di piazza, nulla di che. Io avevo 9 anni e rimasi fulminato dalla batteria, dal suono che produceva e già quel giorno decisi che avrei voluto fare quella “cosa”, ovvero salire su un palco e suonare davanti a un pubblico.

Poi in realtà il primo concerto a pagamento che vidi fu quello della PFM al Palasport di Roma. Avevo 14 anni e all’epoca c’erano pochissimi concerti in Italia per via dei disordini e contestazioni politiche che si scatenavano sistematicamente all’esterno dei palasport. Non era esattamente un concerto rock, ma quasi.

Da spettatore diventi ben presto protagonista. Infatti, tra le altre cose il tuo libro racconta di un tour negli USA in cui la tua band ha aperto concerti al fianco di Iron Maiden, Ramones, Exodus ecc… Eravate consapevoli di ciò che vi stava accadendo e di ciò che sarebbe poi stata la vostra carriera?

Aprimmo per le band che citi nella domanda non negli States ma in Italia. Nel 1980 i Ramones a Roma Castel Sant’Angelo e nel 1981 gli Iron Maiden a Padova e Milano. In America aprimmo solo per i Dead Kennedy’s e fu altra storia. Non fummo mai consapevoli di ciò che ci stava accadendo perché eravamo estremamente concentrati a goderci quei momenti, quelle ore straordinarie. Mai pensammo che da lì poi qualcosa sarebbe potuta accadere. Non siamo mai stati calcolatori e acuti imprenditori di noi stessi. Lì ci sarebbe servito un buon manager…

Parliamo di una collaborazione importante. Hai affidato la prefazione di Rockers, diario sulle strade del Rock ‘n’ Roll a Caparezza. Oltre al rapporto professionale so che vi lega anche una profonda amicizia. Perché hai scelto proprio lui per questo libro?

23 anni di rapporto praticamente quotidiano, questi siamo io e Michele. Tante ore passate sulla musica, la sua musica ovviamente, e tante ore passate a parlare di vita, fare viaggi, cazzeggiare, tirare fuori idee assurde che parecchie volte poi sono diventare realtà. Come questo libro.

Raccontandogli aneddoti e parecchie delle storie contenute in queste pagine, lui spesso mi spronava a scrivere, a mettere tutto su carta. Insomma un giorno finalmente mi sono deciso e lui subito mi rispose si quando gli chiesi se aveva voglia di scrivere due righe di prefazione.

Fra tutti i ricordi racchiusi in questo diario di viaggio ci sono “decine di aneddoti che trasudano Rock ‘n’ Roll”. Noi di Rock My Life siamo più che convinti che oltre ad essere un genere musicale sia soprattutto uno stile di vita. Diciamo sempre che le vere borchie sono quelle che abbiamo dentro. Sei d’accordo?

Sono molto d’accordo. Il titolo del libro non è un caso. Oltre ad essere il titolo di una delle mie canzoni preferite della band, i Raff, secondo me racchiude ciò in cui in tanti si possono rivedere. Rocker non è solo girare con i jeans stracciati e il giubbotto di pelle, o con la maglietta degli Iron Maiden e farsi le foto con la lingua di fuori mentre fai le corna con le mani.

Rockers può essere, e credo sia, chiunque abbia scelto di fare la vita che vuole fare, il lavoro che vuole fare, felice della scelta che ha fatto. Dall’ avvocato al postino, dal fabbro all’astronauta, dall’ostetrica allo chefLa libertà di animo e di spirito, secondo me marchia il rocker a vita.

Tu Fausto hai vissuto in pieno tutta l’epoca dell’analogico, del vinile, della musica suonata con strumenti veri. Con l’avvento del digitale sicuramente molte cose sono diventate più semplici, ma ultimamente sembra ci sia una riscoperta di ciò che ci ha preceduto. Anche se quell’epoca non tornerà più possiamo dire che forse è tutt’altro che morta e sepolta. Cosa ne pensi?

Sembrava morta e sepolta, ma per fortuna non lo è e credo non lo sarà mai. È la qualità’ che vince sempre e nessuna tecnologia potrà mai prendere posto del fattore emotivo che crea un rito come quello dell’ascolto di un vinile o il suono di uno strumento vero. Il mercato del vinile, da zero che era qualche anno fa, adesso è in continua crescita. Certo, i numeri dello streaming sono e restano ancora molto alti a confronto del fisico, però è bello e fa pensare vedere tantissimi ragazzi sotto i 25 anni che comprano vinile e lo preferiscono alle cuffiette del cellulare. Stesso dicasi per gli strumenti veri.

Hai lavorato anche come giornalista per delle testate di riferimento nel panorama della musica italiana e non solo. Qual è l’aspetto che più amavi e che più ami della scrittura “about music”?

Nel periodo in cui ho lavorato come giornalista e redattore per testate musicali avevo come direttori e colleghi delle firme davvero importanti del giornalismo musicale. Avevo solo e sempre da imparare. Non era facile stargli dietro, ma è stata un’incredibile scuola di giornalismo. Ciò che amavo di più era la preparazione ad un intervista, l’approccio all’artista. Dovevi conoscere tutto e di più. Mai andare impreparato e improvvisare, ti avrebbero distrutto.

Mi interessava molto il confronto con gli altri colleghi, le chiacchiere fino a notte fonda sull’esito dell’intervista e sul personaggio che avevo appena incontrato. Aspettare di vedere la tua intervista, recensione, pubblicata, leggerla e fare dove c’era bisogno autocritica su ciò che poteva essere scritto meglio o diversamente. Scrivere era un atto di grossa responsabilità. Almeno io lo vivevo così.

Vogliamo salutarti chiedendoti un’opinione e anche un consiglio, per tutti coloro che si avvicinano al mestiere del giornalista nel settore musica. Ne vale ancora la pena? Grazie per essere stato con noi!!!

Fare il giornalista musicale ? Ne vale sempre la pena. Solo però se davvero si vuole fare con un giusto criterio di analisi e critica, che va al di la dei propri gusti. Altrimenti meglio non farlo. Serve conoscere molto bene il passato della musica per poter analizzare bene e “giudicare” il presente. Bisogna ricordarsi sempre che non è bella soltanto la musica che gira nel proprio iPhone.

Potete trovare Rockers, diario sulle strade del rock ‘n’roll qui:

https://www.mondadoristore.it/Rockers-Diario-sulle-strade-Fausto-Donato/eai979128013384/

Un giudice, il rock degli NDM si sposa con De Andrè

NDM

Un Giudice, il rock degli NDM si sposa con De André.

È disponibile in digital download, in streaming e su YouTube con il video ufficiale Un Giudice, il nuovo singolo della rock band romana NDM e cover del celebre brano di Fabrizio De Andrè.

Gli NDM reinterpretano il pezzo attualizzandolo alle proprie sonorità alternative rock e con la volontà di riproporre un messaggio sempre più attuale, perché è nell’odierna necessità di esprimere sentenze che leggiamo tutto il dolore del nostro mondo.

Un Giudice è stato prodotto da Aldo Onori, Giulio Scipioni, Valerio Pistilli e Giulio Colletti. Registrato da Matteo Spinazzè nei MOB Studios, mixato da Giulio Ragno Favero e masterizzato da Giovanni Versari ne La Maestà Studio.

Abbiamo raggiunto gli NDM per una bella chiacchierata sulla loro versione di Un Giudice.

Ciao ragazzi, è un piacere fare due chiacchiere con voi. Soprattutto dopo aver ascoltato questa fighissima versione di “Un giudice” di Fabrizio De Andrè. Partiamo allora non con una domanda, ma con dei complimenti per questa traccia moderna e rinnovata del grande Faber, qui riproposto in chiave rock con il classico sound della band.

La prima domanda invece nasce dalla curiosità: spesso si parla di mostri sacri, di artisti intoccabili, cosa peraltro opinabile perché, se si rispetta l’autore che si ha di fronte, tutto è possibile. Questo voi lo avete dimostrato con questa cover, riadattata ai tempi nostri con grande riverenza. Dunque come nasce la decisione di proporre un brano di De Andrè e renderlo “vostro”? E perché avete scelto proprio “Un giudice”?

Ci piaceva l’idea di riproporre non un brano, ma un concetto per noi sempre attuale: giudicare, condannare, discriminare, tutto ciò è la via più facile per l’individuo qualunque. Ma “più facile” vuol dire veramente “più giusto”?

Anche il videoclip che avete realizzato contiene alcune immagini abbastanza narrative e di impatto. Ad esempio, vengono in mente le scene dei pesci che si dimenano dopo la battuta di pesca, oppure le persone immortalate nel loro tran tran quotidiano. Che lavoro c’è dietro la realizzazione delle immagini?

Il video è una continua metafora: i banchi di pesci stanno a rappresentare il branco omologato, l’individualità in gruppo per farsi forza e scudo. Noi rifiutiamo questo standard, questo nascondersi nella mediocrità.

Considerando il vostro sound appare abbastanza scontato che, De Andrè a parte, abbiate altre influenze nel mondo della musica rock, alternative e indie. Da quali gruppi traete ispirazione e che impronta avete cercato di dare alla vostra band da 10 anni a questa parte, dato che vi siete formati nel 2012?

Ciò che da sempre ci ispira paradossalmente non sono le band, ma le esperienze che singolarmente e insieme facciamo quotidianamente. Le referenze musicali ovviamente non mancano, ma all’atto pratico ciò che più ci matura sono le idee.

Veniamo da un periodo difficilissimo per la musica. Tanti i problemi nati negli ultimi due anni, molti dei quali ancora lenti a risolversi. L’attività comunque sembra essere ripartita, anche se a fasi alterne, un po’ dappertutto. Voi come avete affrontato l’ultimo periodo e come avete cercato di reagire? Avete inoltre in programma live nei quali potervi ascoltare dal vivo?

Durante il periodo di pandemia abbiamo messo ovviamente in standby qualsiasi attività di scrittura. Adesso stiamo cercando di recuperare lavorando sulla nostra musica e la direzione da prendere per il nuovo album.

Oltretutto, la musica al giorno d’oggi si è evoluta in modo strano: sembrano contare di più gli streaming che le vendite dei dischi. Che rapporto avete con i nuovi metodi di proporre musica? Pensate ci sia bisogno di un’inversione di tendenza o anche il futuro ci porterà verso questa direzione?

Sotto un certo punto di vista ne siamo spaventati, ma dall’altra affascinati. Tutto quello che è cambiamento va accettato ed è un dato di fatto che la musica adesso si sia spostata sullo stream, ma come la musica tante altre attività. Avere la possibilità di arrivare a molti una volta era fantascienza, adesso invece è possibile. Sta sempre a noi fare la differenza dando ascolto a chi magari merita più attenzione, ma questo era un problema che si presentava anche negli anni ‘80.

Passiamo ai progetti per il futuro. Avete già dei programmi per il prossimo periodo? Ci riferiamo ovviamente alla pubblicazione di nuovo materiale o, perché no, di entrare in studio per incidere nuove canzoni…

L’ispirazione è l’ultima a morire. È un periodo in cui stiamo varcando vari confini musicali. E la piega che prenderà questo nuovo album sancirà un nuovo inizio per gli NDM.

Ragazzi, a questo punto non ci resta che ringraziarvi di questa bella chiacchierata, augurandovi le migliori cose per il futuro sia prossimo che a lungo termine. E non vediamo l’ora di ascoltare al più presto qualcosa di nuovo e riaccogliervi tra queste pagine. Rock on!

Gli NDM sono Aldo Onori – voce, Giulio Scipioni – chitarra elettrica, Valerio Pistilli – basso elettrico, Giulio Colletti – batteria.

I canali social della band:

SPOTIFY | https://open.spotify.com/artist/2UqFxPZrpnhkPNAHWuackD

FACEBOOK | https://www.facebook.com/NDMBand/

INSTAGRAM | https://www.instagram.com/ndmband/

Nabat e Klasse Kriminale, la nostra intervista

Nabat e Klasse Kriminale

Dal 16 giugno è disponibile in cinquecento copie numerate a mano “TNT”, sette pollici fuori su Ammonia Records e Tufo Rock Records, collaborazione tra due pilastri dell’ Oi! italiano quali Nabat e Klasse Kriminale.

Sul lato a i Nabat incidono “Lunatici Romantici” dei Klasse Kriminale, mentre i Klasse Kriminale rendono il favore scegliendo “Nabat” dei Nabat. Sul lato b le band duettano riproponendo “Rock’n’Roll Preacher” degli Slade in un infuocato adattamento italiano che ne mantiene il ritornello in lingua originale.

Il comunicato stampa introduce questa uscita raccontando di come il progetto sia nato a seguito della serata suonata assieme il 19 gennaio 2019 al Vecchio Son di Bologna. Mi è capitato recentemente di vedere queste due band condividere il palco, la magia è sempre palpabile, la risposta del pubblico assolutamente calorosa ed entusiasta.

Diventa totalmente comprensibile e doverosa un’ uscita che sancisca questa stupenda amicizia e completa sinergia. Siamo andati a fare una chiacchierata con le due band alla scoperta della loro storia e di questa nuova release.

Ciao ragazzi, grazie mille di aver accettato di dedicarci un po’ del vostro tempo. Vorrei cominciare chiedendovi se potete raccontarci come nasce la vostra amicizia? Dove vi siete conosciuti? Quali sono state le reciproche impressioni?

Marco: ho conosciuto Steno tramite Tiziano Ansaldi, nostro amico in comune, al primo raduno Oi!
nel 1982. In seguito andammo a casa di Steno, dove notai la custodia di un basso, un baracchino
CB e la fascia NAZI PUNKS FUCK OFF regalata con il singolo dei Dead Kennedys, il nostro viaggio era
iniziato.

Nonostante proveniate da due realtà molto diverse come Bologna e Savona, malgrado abbiate cominciato i rispettivi discorsi in due momenti storici vicini ma completamente differenti, come pensate sia possibile che le vostre sensibilità siano così in sintonia?

Steno: in realtà siamo entrambi figli dello stesso periodo, abbiamo in comune la stessa radice.
Come ha detto prima Marco, Tiziano Ansaldi era un grande amico di entrambi, un grande
appassionato di musica ed era poco più grande di noi: i suoi “insegnamenti” hanno formato
entrambi.

Qual’è stato il processo nella scelta dei rispettivi brani da coverizzare? Com’è stato calarsi nei panni musicali l’uno dell’altro? Avete trovato qualche differenza sostanziale rispetto ad incidere una cover di qualcuno con cui non c’è un legame del tipo che vi unisce?

Marco: “NABAT” è un brano a cui sono molto legato e viene da UN ALTRO GIORNO DI GLORIA, che
è il disco che ha definito lo street punk in Italia. Abbiamo testato la cover dal vivo in una data in cui
suonavamo insieme e abbiamo chiamato Steno sul palco a cantare con noi, la cosa ha funzionato e
quindi abbiamo deciso di registrarla. I Nabat sono una band dal suono incredibilmente solido e
“quadrato” e noi abbiamo fatto la nostra versione.

Steno: “LUNATICI ROMANTICI” ci è stata suggerita da Felice, nostro amico in comune. Il brano è
atipico se pensiamo alla musica dei Klasse Kriminale, ci esaltava il ritornello e la struttura del
brano. Il fatto che fosse un pezzo che già conoscevamo bene ha reso tutto più semplice.

Potete spiegare, ai meno avvezzi all’ambiente skinhead, la ragione di duettare il brano di una band come gli Slade che nell’ immaginario collettivo spesso resta legata ad un contesto esclusivamente glam rock?

Steno: gli Slade sono uno dei gruppi che noi consideriamo “proto-Oi!”. Anche loro agli inizi erano
skinhead e hanno sempre avuto un seguito molto importante tra i ragazzi per questo ci è
sembrato normale fare un tributo a questa band che noi stimiamo molto.

Entrambe le band affondano le proprie radici in un sound totalizzante che, spessissimo, non si limita a determinare un mero sottofondo musicale alla propria quotidianità, ma si impone dettando lo stile di vita di chi abbraccia la scelta di suonare Oi! Cosa ha significato per voi questa scelta? Come avete incontrato questa musica?

Steno: proprio con gruppi come gli Slade, Sweet, Angelic Upstarts e Sham 69 abbiamo capito ciò
che volevamo fare. Personalmente sono molto legato agli Sham e al loro brano IF THE KIDS ARE
UNITED che ha tracciato il solco per molti di noi.

Marco: Si! gli Sham 69 sono l’essenza di tutto questo. Noi eravamo li quando questa musica stava
passando, ci ha come investito, ci ha dato energia, ha incanalato la nostra rabbia, ci ha fatto
crescere, ci ha dato speranza, ci ha dato una via, ci ha fatto incontrare.

Rispetto a quando avete cominciato i vostri percorsi, cosa pensate sia cambiato e cosa sia rimasto uguale nei giovani che si avvicinano al mondo skin?

Steno e Marco: come allora, anche adesso chi si avvicina a questo mondo lo fa per un senso di
appartenenza, o semplicemente perché non si ritrova nella musica mainstream di oggi.
Generalmente sono ragazzi molto bene informati che conoscono la storia di questa sottocultura.
Sicuramente noi non avevamo la disponibilità di informazioni dei ragazzi di oggi e quindi era un
tutto un po’ più misterioso e quindi affascinante.

Entrambi siete sempre stati attivissimi non solo musicalmente, ma anche come promotori dei più svariati progetti: fanzine, etichette, associazioni, spazi di aggregazione, recupero e riscoperta di “voci” spesso ignorate dalla maggior parte delle persone. Ad oggi qual’è il vostro punto di vista nei confronti della partecipazione verso questo tipo di discorso? Riscontrate ancora un forte entusiasmo nei confronti di certi temi? Trovate che ci sia un ricambio generazionale?

Steno: da tanti anni gestisco un centro musicale underground, il Vecchio Son, che ha al suo interno
diverse attività fra cui la scuola di musica dedicata al nostro caro amico Angelo Conti, il chitarrista
della Banda Bassotti che è venuto a mancare di recente. La scuola di musica, in cui insegnano
anche Marco chitarrista dei Nabat e JJ batterista dei Klasse Kriminale, raccoglie allievi di tutte le
età: è già da qualche anno che siamo testimoni di un ricambio generazionale importante.

Marco: anche se il Punk e certe cose hanno perso il suo valore dirompente qualcosa mantiene
sempre i ragazzi in movimento, sono stato molto colpito a Genova dall’Adescite Fest! e
dall’iniziativa “Oi! Fatti Un Ambulanza”.

Vi lascio con un ringraziamento personale per tutti questi anni di impegno costante al fine di mantenere vivi spazi e realtà di cui tutti possiamo ancora usufruire, supporti sui quali possiamo documentarci, uno spirito e una coscienza che apre gli occhi ancora a tanti ogni giorno. Vi chiedo se avete voglia di concludere condividendo con noi un ricordo, chi era per voi Tiziano Ansaldi e perché tenerne viva la memoria è tanto importante per chi ha scelto la musica come mezzo d’espressione nel nostro paese?

Steno: con Tiziano Ansaldi sono stati anni fantastici e sono tanti i ricordi legati a lui… Non potrò
mai dimenticare la sua espressione soddisfatta dopo il concerto dei Black Flag a Milano nel 1983.

Grazie mille ragazzi ci vediamo sotto al palco, nel frattempo continuate a seguire Klasse Kriminale e Nabat qui:

Klasse Kriminale
Spotify: https://open.spotify.com/artist/4vHvTif4JA3AQLVEQCuuDa
Instagram: https://www.instagram.com/klassekriminale/?hl=it
Facebook: https://www.facebook.com/klassekriminale
YouTube: https://www.youtube.com/channel/UCYZOuHF2nr2zipP_PxcRPhg

Nabat
Spotify: https://open.spotify.com/artist/59NH01I3A4TT7L8D1wtdK8
Facebook: https://www.facebook.com/NABAT.Official/
Youtube: https://www.youtube.com/channel/UCNSdbfjGIonRwpOul5vyjgg
Website: https://nabat.it

Rock Wedding Planner: quando il Rock diventa stile di vita, anche nel giorno del Matrimonio

Rock Wedding

Rock Wedding Planner, proprio così! Rock è da sempre sinonimo di quell’essere fuori dagli schemi che tutti – prima o poi – sentiamo nell’anima ma che non sempre si riesce ad esprimere. Non preoccupatevi, in questo articolo conosceremo insieme la persona che può accorrere in vostro aiuto, rendendo unico e alternativo il giorno più importante della vostra vita.

Ciao Cristina, presentati ai nostri lettori.

Ciao a tutti, sono Cristina Corazza, sono di Milano e sono la prima wedding planner specializzata in matrimoni rock, fuori dall’ordinario, perché io per prima vivo rock.

Per capirci meglio, di cosa si occupa una wedding planner?

La wedding planner è, in sostanza, una pianificatrice di matrimoni. Il mio lavoro è quello di aiutare e affiancare gli sposi nell’organizzazione dell’intero evento, guidando e facilitando le loro scelte nel processo creativo (senza MAI sostituirmi a loro). Altro lavoro fondamentale è quello di aiutare le coppie a stabilire un budget e far sì che le scelte siano coerenti con i limiti prefissati, cercando comunque di realizzare i sogni dei clienti.

Alla wedding planner spetta anche organizzare e gestire la timeline, in modo che tutti i singoli aspetti del matrimonio, dalla ricerca dei fornitori al coordinamento della giornata della cerimonia fino alla risoluzione dei piccoli o grandi intoppi che possono venire a crearsi, si svolgano con i giusti tempi e si incastrino perfettamente senza creare stress a chi deve solo godersi la festa.

E invece di cosa NON si occupa una wedding planner?

Una wedding planner non apparecchia la tavola, non sistema i fiori, non porta i bicchieri per il brindisi. In generale si tratta di un/una professionista che prima aiuta nella scelta e poi supervisiona e organizza i fornitori, l’allestimento e l’intrattenimento, senza avere un ruolo pratico (salvo aggiustamenti dell’ultimo secondo).

Questo non perché non lo si voglia fare, quanto perché non è il suo compito e, se la scelta dei fornitori è stata fatta con criterio, si avrà a che fare con professionisti molto competenti, ognuno nel proprio ambito. In un matrimonio organizzato da me, non c’è spazio per i tuttologi!

Sul tuo sito internet ti definisci LA Rock Wedding Planner®, cosa ti differenzia dalle altre proposte?

Ciò che mi differenzia dai miei colleghi è che penso e realizzo matrimoni fuori dagli schemi, dando vita ai sogni delle coppie che si rivolgono a me per andare oltre l’ordinario. Per me non esiste il “così non si può fare”, anzi, sfatare questo mito è diventata la mia sfida personale.

Cos’è per te il rock e cos’è un matrimonio rock?

La musica rock è nata come reazione dei musicisti ad una situazione preconfezionata e colma di stereotipi e di regole, che ad alcuni incominciavano ad andare troppo strette. Da lì l’aggiunta delle chitarre distorte e dei synth nella musica e di abbigliamenti provocatori sui palchi, come segno di ribellione alle imposizioni della tradizione.

Per me un matrimonio rock è una grande festa, senza schemi preconfezionati. Non deve essere necessariamente legato alla musica rock ma prende spunto da quello. L’organizzazione dei momenti principali non si discosta dai matrimoni tradizionali ma il mio lavoro è quello di “vestirli” della personalità degli sposi, dando piena libertà alla loro fantasia. Il tutto, ovviamente, sempre nel pieno rispetto dei luoghi e in coerenza con il progetto creativo studiato in precedenza.

Una domanda che in tanti si staranno ponendo: per fare un matrimonio rock, è necessario vestirsi di pelle e borchie?

Assolutamente no! Volendo si può anche organizzare un matrimonio in stile hawaiano, con sposi e invitati in costume da bagno. Scherzi a parte (ma non troppo), il matrimonio rock è quello che permette a tutti di stare comodi e di sentirsi sé stessi, abbigliamento compreso. Rock significa libertà dall’ingabbiamento delle tradizioni, non perché esse siano negative in assoluto ma perché non voglio che nei matrimoni pianificati da me, i sogni degli sposi siano limitati da usanze e consuetudini.

Andiamo al sodo. Le lettrici (e i lettori) vorranno sapere quanto incide sul budget di un matrimonio la figura della wedding planner…

Probabilmente molti miei colleghi non saranno d’accordo ma, per quanto mi riguarda, la wedding planner viene gestita economicamente come un fornitore qualsiasi. All’inizio del percorso mi tocca sempre la scomoda domanda su quale budget la coppia ha a disposizione per organizzare l’evento.

All’interno di quella cifra deve essere previsto tutto ciò che farà parte del matrimonio (per esempio il catering, l’affitto della location, i fiori, i musicisti…). Non escluso il servizio di wedding planning. Ciò che rende però centrale la figura della wedding planner, è il suo ruolo nell’aiutare la coppia a stimare il budget e a tenerlo sotto controllo, per evitare spese inutili e per spendere al meglio ogni singolo euro. Un servizio irrinunciabile.

Se tu potessi scegliere una personalità del mondo del rock a cui organizzare il matrimonio, chi sceglieresti?

I primi personaggi che mi vengono in mente ai quali organizzerei il matrimonio hanno, forse, alle spalle lo stesso numero di matrimoni dei quali mi sono occupata io come professionista… in totale! Quindi è anche possibile che siano più esperti di me. In questo momento, anche se qualche rocker purista storcerà un po’ il naso sentendolo nominare, mi piacerebbe organizzare il matrimonio di Damiano David dei Måneskin.

Ora che ci hai incuriosito a dovere, come può contattarti chi volesse avere qualche informazione in più?

Potete trovare tutte le informazioni che vi servono e tutti i miei contatti social visitando il sito rockweddingplanner.it, dove troverete anche un bellissimo form da compilare direttamente online per il primo contatto.

Grazie Cristina per averci dedicato il tuo tempo, prima di lasciarci ti chiedo però di regalare un consiglio ROCK a chi sta incominciando ad organizzare il proprio matrimonio.

Tenetevi i vostri segreti! Mamme (le più curiose), amici, parenti, vi stuzzicheranno per avere informazioni su cosa e come state organizzando. Il mio consiglio è di confrontarvi solo con pochissime persone fidate e vincolate al segreto, per non svelare troppo delle sorprese che attendono gli invitati ma anche – e soprattutto – per evitare di essere influenzati durante le vostre scelte.

Ricordate sempre che si tratta del vostro matrimonio e non di quello di qualcun altro! E soprattutto, contattate la rock wedding planner perché vi risolverà tanti problemi.

Ancora grazie a Cristina Corazza, la prima wedding planner specializzata in matrimoni rock, perché vive rock!

Sito: https://www.rockweddingplanner.it/
Facebook: https://www.facebook.com/RockWeddingPlanner
Instagram: https://www.instagram.com/rockweddingplanner/
Youtube: https://www.youtube.com/channel/UCJwdt3vwExBUGwJh599D6DA

Il mio libro:
“Matrimonio combinato…bene. Storie fantastiche di nozze reali”
https://www.masciulliedizioni.com/prodotto/matrimonio-combinato-bene/

Il mio libro:
“Amati o amàti: questione di accento”
https://www.masciulliedizioni.com/prodotto/amati-o-amati/

 

Unwelcome in rampa di lancio. L’intervista.

Unwelcome

Unwelcome in rampa di lancio con un nuovo album carico di adrenalina.

Già disponibile in digital download, in streaming e in cddigipackBe Unwelcome Or Die” (Ammonia records), il nuovo disco della heavy rock band piemontese Unwelcome. Il lavoro, composto da undici tracce di heavy rock, rappresenta il ritorno sulla lunga distanza per una delle band cardine del movimento crossover italiano di fine anni ‘90.

La band, che durante il lockdown aveva pubblicato il singolo “Colors of War” a supporto della protesta Black Lives Matter, ha sfruttato questo periodo per completare le nuove canzoni. Anticipato dai singoli “The Dobermann” e “Drive”, quest’ultimo cover dell’intramontabile capolavoro dei R.E.M., l’album porta a compimento il percorso di crescita degli Unwelcome, iniziato con un crossover per poi trasformarsi in suono moderno e completo.

Noi di Rock My Life abbiamo intercettato Andrea, voce e chitarra del gruppo, per farci raccontare il lavoro che c’è dietro alla loro ultima fatica discografica.

Ciao ragazzi, intanto complimenti per l’ottimo lavoro, rimanete collegati su queste pagine per la recensione che uscirà nei prossimi giorni. La prima cosa che emerge ascoltando il vostro disco “Be Unwelcome or Die” è proprio la grande varietà di generi musicali che si colgono all’interno delle canzoni. A un certo punto spunta anche del jazz. Insomma, l’impressione è quella di un crossover che non guarda in faccia gli stereotipi e punta dritto verso i vostri gusti musicali, senza se e senza ma. Siete d’accordo?

Grazie per i complimenti, mi fa molto piacere sapere che il disco è stato apprezzato e sono curioso di leggere la recensione. Sono assolutamente d’accordo, abbiamo sempre considerato la nostra musica come crossover. Ci piace molto ibridare, cogliere un po’ ovunque influenze e contaminazioni e farle nostre. Cerchiamo da sempre di essere non banali, di sorprendere e spiazzare chi ci ascolta, non ci interessa ripetere all’infinito una formula oppure un suono. Ci annoiamo facilmente e per questo ci piace cambiare, evolvere, fare sempre cose diverse e – almeno per noi – stimolanti. Ben venga quindi il jazz, ma anche l’elettronica, il grunge, la newwave. Noi abbiamo coniato una definizione per la nostra musica che pensiamo calzi a pennello, ovvero “Space-Core”.

Però da qualche parte bisognerà pur partire. E quindi viene spontaneo chiedervi da chi avete tratto le maggiori influenze, almeno nella fase embrionale del vostro variegato progetto. Avete delle band che vi hanno ispirato più di altre?

Sinceramente non ci è mai interessato somigliare a questo o quell’artista, abbiamo sempre cercato il più possibile di essere originali e non derivativi, e poi ognuno di noi ascolta cose diverse e penso sia la chiave del nostro suono. Personalmente ascolto veramente di tutto, sono un amante della new-wave, del punk, mi piace la musica elettronica, mi piace il jazz, mi piace il rap. Forse, se dovessi indicare un nome, direi che i Faith No More sono stati una grande influenza a livello di attitudine: liberi di sperimentare e di fare tutto quello che ci pare.

La vostra ecletticità si riscontra non solo nel songwriting, ma anche negli strumenti che utilizzate. Quanto è importante per voi sperimentare per cercare di scoprire sempre nuove sonorità?

Importantissimo! Questa volta, tra l’altro, mi sono occupato in prima persona della produzione, delle registrazioni e dei mixaggi e volevo sperimentare il più possibile. Avevo in mente un suono moderno, ma lontano dalle mode e soprattutto che non fosse facilmente catalogabile. Così ogni canzone ha sonorità differenti, anche perché ognuna è differente. Inoltre ho giocato un po’ con le distorsioni: ci sono synth e tastiere qua e là, ci sono feedback e dissonanze e ho pure inserito un assolo di sax. Penso sia molto importante cercare nuove strade ed esplorare nuovi territori, e sono davvero molto soddisfatto del risultato.

Parlando invece un po’ del vostro progetto, la band è attiva sin dal 1994 e ha pubblicato moltissimo materiale dalla sua nascita. La curiosità nasce però anche sul nome: da dove deriva e come è stato scelto?

Volevamo un nome corto. Abbiamo sempre creduto nei nomi corti. E volevamo che fosse facile da ricordare e difficilmente catalogabile (voglio dire: una band che si chiama Metallica che musica potrà mai fare?). Unwelcome ci è piaciuto da subito, non abbiamo mai avuto altre opzioni. E poi significa “sgradito” che è un po’ il nostro modo di essere, poco accomodanti.

Veniamo sicuramente da un periodo molto difficile come quello della pandemia. Vista la pubblicazione del nuovo album immaginiamo vi siate spesi per la composizione e la registrazione. Ma come ha affrontato questo periodo una band come la vostra?

In verità la pandemia è stata la scintilla che ha riacceso tutto quanto. A un certo punto mi ha contattato Kappa (il boss di Ammonia Records) che è un amico di lunga data (e come me tifosissimo del Toro) chiedendomi se avessimo materiale inedito da far uscire insieme a una ristampa di Independent Worm Songs. La mia risposta è stata: “beh, in effetti abbiamo praticamente due dischi mai usciti ahahahahah”. Ed è così che abbiamo pubblicato prima “The Swedish Files” ovvero la versione svedese (cioè prodotta da Eskil Lovstroem, produttore dei Refused) di I.W.S., e poi “Rifles”, che è una raccolta di tutto il materiale cha avevamo registrato dal 2002 in avanti. Ed è così che abbiamo ricominciato a ragionare sulla possibilità di fare qualcosa di nuovo. Poi l’anno scorso abbiamo fatto uscire il singolo “Colors of War” e ci siamo messi al lavoro sul nuovo disco. In realtà ci eravamo presi una lunga pausa, durante la quale alcuni di noi hanno continuato a fare musica con altri progetti (Kessler, Gr3ta, TheBuckle) ma abbiamo sempre saputo che gli Unwelcome venivano prima di tutto.

E dal punto di vista dei live, avete date in programma nelle quali poter ascoltare la vostra musica?

Certamente! Stiamo lavorando per preparare i concerti, ci vuole un po’ di tempo perché questo è un periodo un po’ particolare, dopo due anni di chiusure e di divieti, ma vogliamo senz’altro riuscire a fare qualche data in estate e poi fare un tour vero e proprio nei club in autunno.

Qual è invece l’aspetto che preferite nella vita di una band? Vi sentite più a vostro agio in studio di registrazione o sul palco?

Sono due situazioni molto differenti. Sicuramente suonare dal vivo è più divertente, è la cosa migliore dell’essere in una band: visitare posti differenti, conoscere persone nuove e stringere amicizia con altre band. E poi è l’unico modo per promuovere sul serio una band underground come la nostra. Allo stesso tempo mi piace molto – da sempre – la parte di produzione e registrazione, mi diverte molto e penso sia molto stimolante.

Parliamo anche del rapporto che avete con i nuovi metodi di proporre musica al giorno d’oggi. Si vendono ancora i dischi o a fare la differenza sono gli streaming?

Noi siamo cresciuti in un periodo in cui i dischi si compravano e si ascoltavano fino allo sfinimento, siamo tutt’ora legati al formato fisico tant’è che “BeUnwelcomeOrDie” è uscito in cd-digipack in due differenti versioni, con la grafica curata da Valerio Berruti, che è un artista di fama internazionale nonché un carissimo amico. Però lo streaming è il progresso e bisogna prendere atto del fatto che oggi la musica è percepita e fruita in modo differente e bisogna essere presenti sulle piattaforme di streaming e sui social. Ovviamente le vendite di dischi si sono praticamente azzerate negli ultimi anni e gli streaming non hanno sostituito a livello economico quelle entrate, però ci permettono di essere ascoltati ovunque nel mondo e di raggiungere persone che non ci avrebbero magari mai ascoltato. Tant’è che solo su Spotify abbiamo raggiunto quasi 150.000 ascolti, che sono moltissimi per una band come la nostra.

A questo punto vi ringraziamo della bella chiacchierata. Anzi, se volete aggiungere qualcosa sentitevi pure liberi. E, se volete, cogliete anche l’occasione per salutare i nostri lettori e i vostri seguaci! Un grosso in bocca al lupo per tutto e rock on!

Voglio ringraziare per lo spazio concessomi, e invito tutti i vostri lettori ad ascoltare “BeUnwelcomeOrDie” sulle piattaforme di streaming e, soprattutto, ad acquistare il cd-digipack sul sito di Ammonia Rec. a questo link: https://ammoniarecords.it/shop-online/
Grazie e be UNWELCOME or die!!!

Gli Unwelcome si possono trovare ai seguenti link:

Facebook: www.facebook.com/beunwelcomeordie

Instagram: www.instagram.com/beunwelcomeordie

Bandcamp: beunwelcome.bandcamp.com

Mortado, Rock My Life incontra GL Perotti che si racconta sulle nostre pagine

mortado

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La band  Mortado prende vita nella prima metà del 2018, dall’idea di GL Perotti. Questi, insieme a Manuel Togni decide di iniziare una nuova avventura. In quel periodo Gianluca si era appena allontanato dagli Extrema per ragioni personali dopo un sodalizio artistico lungo 30 anni. Comincia così insieme a Manuel un nuovo capitolo musicale.

Togni infatti è conosciuto aver lavorato con artisti internazionali come Uli Jon Roth, Blaze Bayley, Kee Marcello, Doogie White. Noi abbiamo voluto conoscere meglio i progetti di questa band e i loro obiettivi per il futuro.

Ciao Gianluca, benvenuto sulle nostre pagine. Questa intervista arriva in un momento davvero fortunato per la musica live, finalmente si torna sul palco! A questo proposito so che la band è carichissima e si prospetta un’estate piena di concerti. Cosa puoi dirmi a riguardo?

Hail Rock my Life e ciao a tutti. Sì, penso proprio che non si aspettava altro che ripartire, specialmente con la musica dal vivo. I Mortado suoneranno il 10 di giugno allo Sheratan di Carpi, il 13 luglio al Luppolo in Rock e in apertura ai mitici Sodom al Rock and BoL in quel di Bolotana.

Saremo inoltre il 27 agosto in Sardegna, la terra del “gigante” Ichnusa”. Nel frattempo, stiamo lavorando su altre possibili date più o meno programmate, anche importanti, in vista della stagione autunno/inverno. Appena sarà tutto stabilito, comunicheremo le novità attraverso i nostri social, che vi consiglio di seguire.

Mortado è un progetto relativamente recente, un album all’attivo e musicisti di alto livello. Dopo aver passato tanti anni con gli Extrema cosa ti ha spinto a ricominciare da capo con un’altra band? Che aspettative avevi?

In realtà, il nome stesso della band era nel mio cassetto personale dal ’90/91 circa, poiché in passato sono sempre stato un assiduo e costante appassionato di fumetti. Proprio in quel periodo, mi ero fissato su Tex Willer, e leggendolo mi è balzata l’attenzione sulla parte “occulta” delle sue avventure, il Mago Mortado.

Avendo in mente di mettere in piedi questo progetto alternativo già dai tempi di “The Seed of Foolishness”, ho colto al volo l’occasione una volta uscito dagli Extrema. Dopo circa sei mesi passati a riflettere sul da farsi, ho conosciuto Manuel Togni, il batterista, che ho chiamato dopo altri mesi di ostinata lontananza dall’ambiente musicale.

Ho iniziato le prime prove nel novembre del 2017, insieme al buon Steve Volta, il chitarrista di Pino Scotto, da anni amico mio e di Manuel. Pian pianino, abbiamo assestato la formazione, visto che Steve si è congedato pacificamente quasi subito per impegni musicali e personali.

In sequenza sono arrivati i cugini Franzè, prima Simone al basso poi Stefano alla chitarra. Non avevo nessuna aspettativa in particolare, tranne quella di tornare ad avere di nuovo un gruppo e mettere in piedi un album per andare a suonare davanti al pubblico.

Rupert The King ha avuto un grande successo ed è stato apprezzato sia dal pubblico che dagli addetti ai lavori. I Testi dei brani sono provocatori, estremamente critici nei confronti dei mass media e dei manipolatori. Quanto c’è di te in questo disco?

E’ un album sincero e ruspante, registrato in neanche cinque giorni di studio. Si possono sentire echi della vecchia scuola, ma il tutto è stato arrangiato in chiave moderna, diciamo. Questo è dovuto al fatto che quasi tutti gli accordi e i pezzi erano già nella mia personale memoria musicale.

Per esempio, il riff di “In the middle of the Night” giaceva nell’armadio dal 1990 e sapevo che un giorno sarebbe diventato un brano. Quindi, l’unica track ex novo è ”No escape”, mentre tutti gli altri arrivano dal passato, tra il 1990 circa e il 2016. Anche Manuel ha apportato due canzoni, “Secret Society” e”Venom” che hanno dato ulteriore colore al lavoro d’insieme.

Per i testi, ho seguito la mia evoluzione umana e spirituale, avendo sopratutto STUDIATO praticamente tutto da capo come manco fossi tornato a scuola. Ho capito negli ultimi quindici anni che il sistema, anche scolastico, è una programmazione dell’”essere umano incosciente”.

Non c’è più nemmeno il tempo di andare a “farsi una pisciatina”, viste le numerose ore di lavoro trascorse in fabbrica per sbarcare il lunario. Per questo motivo gli individui restano ignoranti, perché tendono a ignorare, vista la crudele manipolazione della routine quotidiana ad opera di chi manovra la società moderna.

Quindi, ritengo che potenzialmente nessuno sia stupido, ma soltanto pigro. In questo contesto è difficile dedicare tempo alla ricerca e per questo l’essere umano rimarrà sempre sotto scacco. Attenzione, perché la mossa finale, lo scacco Matto del “Nuovo Ordine Maiale (ordine mondiale n.d.r.)” è dietro l’angolo.

Il “complottista” è chi lo fa il complotto, non chi come me cerca costantemente la verità. Sfruttando quest’era, in cui, per la prima volta nella storia dell’umanità, è possibile avere a disposizione tutta l’informazione scolastica e accademica a “schiocco di dita”.

Come abbiamo detto, rimettersi in gioco con un nuovo gruppo dopo tanti anni spesso può essere difficile. Bisogna prendere le misure con i nuovi compagni di viaggio, come ti senti oggi con la famiglia Mortado? Cos’è che vi unisce di più?

Sono passati cinque anni dal momento in cui abbiamo iniziato a suonare in sala da Manuel “Rupert The King”. Abbiamo avuto un cambio di line up nel novembre 2019, quando è andato via Stefano Franzé ed è arrivato al suo posto Luca Ballabio. Ci sono stati, come in tutte le band e in tutte le famiglie che si rispettino, parecchi alti e bassi, blocco pandemia compreso. E’ dagli ostacoli che cresciamo o affondiamo.

Lo dico dall’alto dei miei trent’anni passati con la famiglia Extrema! Se devo proprio dire quello che penso e provo ora che sono esterno, io e Tommy abbiamo fatto una specie di miracolo a restare insieme. Con tutti gli alti e bassi vissuti, dal 1987 al 2017, la band per me è sacra ed è esattamente come una famiglia.

Se i membri non riescono più ad andare d’accordo, allora qualcuno, anche a malincuore, deve prendere una decisione per non far capitolare una situazione già magari compromessa. Dunque, quello che in un gruppo unisce, secondo me, è in primis l’amicizia, la sincerità e l’affetto che per mia fortuna ho trovato nella grande famiglia del “dio metallo”.

Tu Gianluca sei un musicista e un cantante riconosciuto come uno dei pochi che negli anni è sempre rimasto coerente e fedele a se stesso. Hai sempre portato avanti le tue idee ed il tuo modo di essere ad ogni costo. La tua personalità ti ha mai creato delle difficoltà nel tuo percorso da artista?

Grazie, per me è un gran complimento essere riconosciuto per la mia integrità artistica, umana e spirituale. I problemi che ho avuto e che ogni tanto continuo ad avere, riguardano l’argomento che hai toccato: il mio modo di essere. Anche se dentro di me sono ancora quel giovane ragazzo metallaro, bambino curioso e osservatore, sono maturato come essere senziente.

Rimango determinato in quello che faccio e in quello che penso attraverso il tempo vissuto su questo… “piano”. A 53 anni continuo a studiare ed evolvermi, senza lasciare nessuna porta chiusa. Ho sempre avuto una mentalità aperta fin dalla nascita e non mi stupisce più nulla, anzi, ora so di vivere in un posto magico.

La mia e la nostra esistenza non sono affatto frutto del caso o di un fottuto big bang. Il big bang e la relatività rimangono pur sempre teorie, non leggi fondamentali, come lo sono la prospettiva e il punto di fuga!

Dividi et impera è il loro motto e ogni tanto anch’io ci casco, quando pretendo che gli altri condividano il mio punto di vista. Perciò, torno al maestro Lao Tzu per meditare su yin e yang baby. Più spingi da una parte, più otterrai l’effetto opposto.

Parliamo ancora dei Mortado, oltre ad un’intensa attività live avete in programma dei nuovi brani? E’ tempo di tornare in studio? Con questa domanda ti ringrazio per la tua disponibilità e ti faccio un enorme in bocca al lupo per tutto quello che avete in programma. See you on stage!

E’ da novembre 2019 che ho in mente il titolo dell’album, la cover e anche il concept centrale dei testi. Per via della pandemia e del super blocco, mi sono rifiutato di scendere a compromessi con il sistema e le sue ingiuste regole, anche fuori legge da un certo punto di vista.

Ho scelto di stare fermo, nonostante ci siano già molte idee sotto il profilo musicale e il tempo necessario per portarle a termine in vista del famoso sblocco. Sono fatto così, se non ho vibrazione positiva addosso e quindi totale ispirazione, preferisco non agire.

La musica e’ e rimane per me arte, non una catena di montaggio nella quale mi siedo e giro i bulloni. Sono taoista da quando avevo 12 anni circa, perché ho praticato kung fu e arti marziali. Per questo aspetto i segnali del giusto momento per entrare in azione. Quando arrivano, li percepisco e li vedo, quindi non mi fermo finché l’obiettivo non è raggiunto.
Passo e chiudo e vi aspetto sotto il palco al più presto!
GL.

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Elden Ring e Cristina Scabbia, quando metal e videogiochi si incontrano

Elden Ring

Elden Ring e Cristina Scabbia si incontrano, il perfetto connubio tra metal e videogiochi.

Quando la musica e i videogame intrecciano le loro strade possono nascere sempre ottimi frutti. Lo insegna la storia che, sin dagli albori dell’industria videoludica, ha sempre attinto a piene mani dalle corde dei migliori compositori a livello mondiale. E viceversa, basti pensare alle tantissime cover delle sigle che si possono incontrare navigando sul web.

Ma, in questo caso, l’opera è originalissima e riguarda il nuovo Elden Ring, Action Rpg targato From Software e Bandai Namco Entertainment, che promette faville tra gli amanti del genere e non solo. Elden Ring è il frutto della collaborazione tra il game director giapponese Hidetaka Miyazaki e l’autore statunitense di fantasy George R. R. Martin, famoso per la sua creatura Game of Thrones.

Elden Ring sarà protagonista di tantissime puntate delle live di Twich dei popolari streamer Francesco Cilurzo Cydonia” e Michele PoggiSabaku No Maiku”. Anche qua metal e videogiochi si incontrano alla perfezione, perché la sigla delle loro trasmissioni è a cura della splendida Cristina Scabbia, cantante della celebre band tutta italiana Lacuna Coil.

Lei, assieme a musicisti preparatissimi come il chitarrista Giacomo Paradiso, ha creato la bellissima traccia che andrà a introdurre le live riguardanti Elden Ring, il gioco uscito su tutte le più importanti piattaforme il 25 febbraio.

Una soddisfazione per chi, tra l’altro, è una grande amante del mondo del gaming come Cristina, che si concede gentilmente alle nostre domande.

Ciao Cristina, intanto ti diamo il benvenuto sulle nostre pagine, è davvero bello che tu abbia accettato di condividere con noi questa stupenda notizia. Sappiamo che tu sei una grande appassionata di videogiochi. Addentrarti nella composizione di una colonna sonora di un titolo come Elden Ring deve essere una bella soddisfazione. Di sicuro un prodotto di questo tipo richiede una lunga preparazione e centinaia di persone che lavorano alacremente per rendere un titolo di questa portata molto vicino alla perfezione. Come nasce la possibilità di creare una colonna sonora a tema per un gioco come Elder Ring?

«Ciao ragazzi e grazie a voi per l’invito! Il progetto di scrittura di “Among the Gods” (il titolo della canzone, ndr) nasce dall’idea di Francesco Cilurzo “Cydonia” e Michele Poggi “Sabaku No Maiku”, due popolari streamer di Twitch. Affrontando insieme co-op epiche, spesso a temi “Souls like”, hanno deciso di creare anche una sigla che accompagnasse i loro streaming e hanno pensato a me per la sua realizzazione. Quando Francesco mi ha chiesto di creare una canzone a tema Elden Ring sono stata ben lieta di accettare! É un gioco che, come molte persone, attendevo anche io con ansia».

Anche in quest’opera hai avuto la possibilità di lavorare con dei musicisti preparatissimi. Che tipo di collaborazione avete instaurato per arrivare al prodotto finale?

«Con l’esperienza pluridecennale insieme ai Lacuna Coil mi sento assolutamente a mio agio ad affrontare melodie e testi di canzoni ma non mi sento in grado di scrivere musiche da sola, o meglio: preferisco lasciar spazio a professionisti che lo possano fare con competenza, meglio di quanto farei io. Sono convinta che dai begli incontri artistici nascano spesso risultati molto interessanti. Non conoscevo Giacomo Paradiso, ma in seguito alla presentazione da parte di un amico comune (Cydonia) è stato bello scoprire una persona appassionata e professionale ed è stato piacevole e rilassante scambiarsi costantemente idee per proseguire insieme nel lavoro. Non bisogna dare mai per scontato che una collaborazione sia contornata da buone vibrazioni e gusti allineati!».

A questo punto nasce una curiosità: comporre una canzone per un disco, che a volte può contenere al suo interno anche un concept come nel caso di Delirium, immaginiamo sia una cosa. Realizzare invece un brano a tema Elden Ring con delle dinamiche probabilmente già previste dalle immagini del gioco stesso potrebbe rappresentare invece un percorso diverso in fase compositiva. Che scelte artistiche vengono adoperate per comporre un brano del genere?

«Di fatto si tratta più o meno della stessa cosa, perché chi compone musica spesso cerca di “vestire” un tema visivo, con una colonna sonora. Se nel caso di un disco si pensa generalmente a un concept avendo in testa temi di base e outfit, nel caso di “Among the Gods” io e Giacomo ci siamo lasciati ispirare da video e feel già creati da altri (ma sicuramente non meno evocativi) che sicuramente, dal punto di vista dei testi, mi hanno personalmente ispirata tantissimo».

Ormai è noto a tutti il tuo amore per il mondo videoludico, che emerge anche dalle partecipazioni ai programmi di settore che stanno prendendo sempre più piede sulle piattaforme social. Come nasce questa passione e come l’hai sviluppata negli anni? E quali sono i tuoi titoli preferiti? Ci sono delle console che ti porti nel cuore più di altre?

«Mi sono sempre sentita parte del mondo nerd fin da piccola, anche in tempi non sospetti in cui chi giocava con action figure e videogiochi era considerato un po’ sfigato. Di questo stile di vita (per me di fatto lo è) ho sempre amato la creatività, la leggerezza, il modo di lanciare messaggi importanti senza per forza essere pesanti. Purtroppo non gioco quanto vorrei. Ho un canale Twitch in cui riesco a sfogare la mia passione videoludica, ma vorrei avere decisamente più tempo per potermi dedicare di più a titoli, possibilmente con una bella storia di contorno, in stile Uncharted o The Last of Us, per esempio».

Le tue canzoni non sono nuove a partecipazioni di questo tipo. Anche in passato altri brani che fanno parte della discografia dei Lacuna Coil hanno fatto da colonna sonora per videogiochi, ma anche film e serie tv. Il tutto condito da una carriera strepitosa che ha toccato praticamente ogni angolo del globo. Cosa ci dobbiamo aspettare dal futuro di Cristina Scabbia?

«Con le musiche dei Lacuna Coil siamo stati presenti all’interno di colonne sonore di videogiochi come Guitar Hero e Rockband, e abbiamo persino registrato una nuova versione di una nostra canzone in lingua simlish per il gioco The Sims. É stata un’esperienza interessante! Ho anche scritto (insieme al musicista e youtuber Mark The Hammer), “Start again”, la canzone ufficiale per il lancio italiano di Diablo II Remastered. Adoro reinventarmi e pensare di non essere mai “arrivata”. Morirei se non avessi più stimoli, se non potessi lavorare con le mie idee e in totale libertà. Per il futuro aspettatevi molti concerti, ho una voglia matta di riprendere da dove abbiamo lasciato noi Lacuna coil nel 2020! Continuerò inoltre a streammare dal mio canale Twitch e proseguirò con passione le registrazioni di Crossover Universo Nerd, la trasmissione tv della quale sono host insieme a un team pazzesco che tratta (davvero a 360 gradi) di tutto il mondo che amiamo».

Siamo arrivati alla fine dell’intervista. Cara Cristina, ti ringraziamo di questa bella chiacchierata e di averci raccontato questa particolare esperienza. Adesso siamo davvero curiosi di ascoltare questa nuova creazione e, perché no, addentrarci nelle meravigliose ambientazioni di Elder Ring, sicuri che sarà veramente un lavoro sopra le righe. E per congedarti ti chiediamo un bel saluto ai nostri lettori…

«Grazie davvero per aver dedicato del tempo alla lettura di questa intervista. Vi invito ad addentrarvi con me e Giacomo nelle terre di mezzo: l’avventura fra gli Dei è appena cominciata!».

Photo credit: Cunene.

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Concerti verso la ripartenza, ma il buio dei palchi è davvero alle spalle?

Concerti

Concerti. Musica. Spettacoli. Arte. Vita. Possono sembrare parole scritte a caso, ma per noi che scriviamo – e molto probabilmente anche per voi che leggete – rappresentano la linfa, la clorofilla di cui ci nutriamo tutti i giorni.

E senza tutto questo, allora che senso ha? Ecco, il senso. Il senso è che la vita deve ricominciare, l’arte deve prendere forma con gli spettacoli, la musica con i concerti. Perché è bello sentire la puntina che scorre sul disco, ma poi il profumo del palco – per chi ci sta sopra, per chi ci sta sotto e per chi ci sta sopra e sotto – è quello che fa veramente bene all’anima.

Due anni sono tanti da quando tutto era rose e fiori (ma poi era veramente tutto così rose e fiori?) e adesso il bisogno di normalità è lancinante, senza che ci sia sempre il timore che qualcosa di organizzato possa venire annullato.

Tra quelli che non si sono mai dati per vinti e che hanno continuato a lottare per amore della musica c’è Andrea Lanzillo, romano di Roma, che lavora nel settore musicale da più di 10 anni.

Direttore di due sedi Lizard Accademie, con un laboratorio su Roma e uno sui Castelli Romani, Andrea gestisce anche un’etichetta discografica, la Elevate Records, una storica label che ha fatto tante uscite discografiche che sono risultate importanti a livello planetario.

Non è finita. Andrea Lanzillo ha anche un’agenzia di management e booking musicale, la Soundsrock Agency, con cui ha collaborato con tantissime band nazionali e internazionali, oltre a produrre lui stesso serate di livello.

Noi di Rock My Life abbiamo pensato di parlare con Andrea proprio della situazione concerti al tempo della pandemia, cercando di fare chiarezza sulla situazione.

Ciao Andrea, andiamo subito al sodo e prendiamo il toro per le corna. Negli ultimi due anni abbiamo visto praticamente azzerato il comparto live in Italia (e probabilmente non solo nel nostro Paese, ma anche nel resto del mondo). Come avete vissuto questo periodo tu e gli altri operatori con cui hai avuto modo di parlare?

«Questi due anni sono stati devastanti per il mercato musicale nazionale e internazionale. Abbiamo lavorato comunque cercando di limitare i danni il più possibile, ci siamo relazionati tantissimo tra promoter e agenti, però la situazione è stata veramente molto disastrata e triste sotto molti punti di vista».

Il 2020 aveva visto tutti i concerti annullati. Nel 2021 qualcuno ci ha provato a riorganizzare, salvo poi dover annullare di nuovo quasi tutto. E adesso sembra che qualcosa si stia muovendo, i live stiano tornando e le band possano di nuovo calcare i palchi. Voi come vi state muovendo in questo periodo?

«Sì, nel 2021 abbiamo cercato di tirare su un po’ di situazioni ma naturalmente non è stato possibile farlo veramente con date molto importanti. Nel 2022 si stanno riorganizzando parecchi eventi live e si stanno valutando molte situazioni importanti, sempre stando però un pochino sul chi va là. Stiamo lavorando a testa alta e soprattutto cercando di lavorare nel modo più intelligente possibile in vista anche di riaperture e di un affollamento inevitabile».

Però nel frattempo molti locali hanno chiuso. Troppo alte le spese di gestione e, con gli incassi azzerati a causa della mancanza di concerti, sono diversi i locali che hanno abbassato le saracinesche per non riaprirle mai più. Altri invece solo provvisoriamente, ma tutti sono sulla stessa barca…

«Purtroppo è vero, molti locali hanno chiuso, tanti in Toscana ma come in tutte le parti d’Italia. Inoltre molti stanno rischiando ancora adesso di chiudere. Ha chiuso il Dagda ad esempio, un locale gestito benissimo da persone squisite. Hanno chiuso molte location importanti nazionali e molte non si sa se comunque sopravvivranno anche dopo il termine della pandemia».

Andrea, tu hai a che fare con l’ambito musicale non solo nel settore concerti, ma gestisci anche un’etichetta musicale e una scuola. In quest’ambito che periodo hai vissuto?

«Gestisco due scuole accademiche Lizard e un’importante etichetta, la Elevate Records. Anzi, colgo l’occasione per salutare il boss Pino Magliani, grandissimo produttore. Diciamo che lì abbiamo lavorato molto sodo, insieme a tutto il team che lavora con me. Abbiamo usato molte strategie per le scuole andando a lavorare on-line con piattaforme estremamente professionali, abbiamo garantito degli sconti importanti a chi studiava, anche per non abbandonarli a loro stessi. Perché, insomma, molti ragazzi sono stati molto depressi durante questo periodo storico. Siamo contentissimi del risultato finale e io non mi lamento di questo, assolutamente. Anzi, abbiamo aperto la seconda sede proprio sotto pandemia! Anche l’etichetta è andata avanti, perché comunque molti gruppi avevano paura di far uscire i loro prodotti. Naturalmente, non conoscendo una data di fine della pandemia, hanno continuato a lavorare e di conseguenza abbiamo potuto fare delle uscite tra cui, ad esempio, gli Embrace of Soul con Giacomo Voli e i Numeror con Hansi Kürsch e altri. Elevate si sta riempiendo di grandi nomi e ancora oggi stiamo facendo uscire tanti importanti progetti, nonostante siamo appunto ancora in fase pandemica».

Il settore dei concerti e della musica in generale è stato snobbato da chi invece avrebbe dovuto proteggerlo, diciamocelo. Ma proviamo a rasserenare gli animi, perché fortunatamente non c’è solo melma da calpestare. Quindi cosa bisogna fare e cosa state facendo per riprendere in mano la situazione?

«Cosa bisogna fare? Bisogna che tutti si aiutino in questo momento storico e che soprattutto ci sia lealtà e collaborazione tra promoter, agenzie, locali e band. In questo momento stiamo tirando fuori moltissime date e stiamo lavorando con tantissime agenzie per ritrovare quella sinergia e quella forza live che manca ormai da troppo tempo, ma già sono fuori un mare di belle novità!».

Caro Andrea, la nostra chiacchierata volge al termine, ma avremo modo di farne molte altre magari con una bella birra davanti a un palco. Noi di Rock My Life ti ringraziamo per il tempo che ci hai concesso. Vuoi fare un saluto ai nostri lettori?

«Grazie a voi per avermi intervistato. Grazie a tutti i lettori e tutti i follower di Rock My Life. Un abbraccio e ci vediamo sotto al palco per scapocciare tutti insieme come un tempo!».

Potete seguire Andrea Lanzillo e le sue attività sui canali Facebook:

www.facebook.com/SOUNDSROCKagency?locale=it_IT%2F

www.facebook.com/Lizard-Accademie-Musicali-Accademia-di-Roma-1146794792148045?locale=it_IT%2F

www.facebook.com/lizardcastelliromani?locale=it_IT%2F

www.facebook.com/AndreaLanzillofanpageItalia?locale=it_IT%2F

Francesca Cavalli, la Frà di Radio Freccia racconta la sua anima Rock sulle nostre pagine.

Francesca

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Francesca Cavalli, per tutti la Frà, ci tiene compagnia ogni mattina sulle frequenze di Radio Freccia. Speaker, autrice, imprenditrice ma soprattutto una vera rocker. Noi abbiamo rubato un pò del suo tempo e le abbiamo fatto qualche domanda.

Ciao Francesca, che bello averti sulle nostre pagine!! Speaker, scrittrice, rocker… sembra proprio che la musica sia la tua migliore amica, infatti tu cominci giovanissima ad avvicinarti a questo lavoro. Ricordi la tua prima volta dietro ad un microfono?

Ciao Graziella e a tutti voi di Rock My Life. Vero! La musica è da sempre la mia migliore amica, credo di non esserne mai stata un giorno senza. La mia passione per la radio nasce proprio perché, da ascoltatrice, trascorrevo ore e ore a girare la manopola “tuning” della mia radio a pile per cercare le mie canzoni preferite, rock e non.

Poi, intorno ai 16 anni ho fatto amicizia con un paio di ragazzi che lavoravano nelle radio della mia zona e grazie a loro ho scoperto cosa si nascondeva dall’altra parte della scatola. Un mondo magico fatto di musica e parole. Il 16 Novembre 1996, emozionata come non mai, ho pigiato per la prima volta il tasto “ON” del microfono, da allora sono trascorsi più di 25 anni.

Arrivi su Radio Freccia poco dopo la sua nascita, da quel giorno diventi per tutti la Frà con la tua leggendaria sveglia su Rock Morning. Ma quanto sono carini i bambini che mentre vanno a scuola lasciano il loro urlo “svegliaaaaaaaa”?

La sveglia dei miei, sempre più numerosi “nipotini” rock’n’roll è una botta di energia pazzesca. I bimbi sono quelli che di più hanno sofferto, negli ultimi due anni, l’isolamento imposto dalla pandemia. Quindi saperli felici di andare a scuola per interagire con i loro compagni è una gioia indescrivibile.

Oggi la radio si è spostata su più fronti, in tv, sui social, fino a qualche anno fa pensare di “vedere” la radio e dare un volto agli speaker era quasi fantascienza. Dietro al microfono e davanti alle telecamere, come hai vissuto questa evoluzione? Ti piace questa combo o sei più nostalgica e preferisci la radio tradizionale?

Non è stato facile per me, abituarmi alle telecamere. Avevo scelto la radio proprio perché non si vedeva, invece poi, anno dopo anno le cose sono cambiate, dapprima attraverso le prime campagne pubblicitarie su manifesti e giornali con le facce dei conduttori, poi il web, i social e infine la tv. Ora, dopo anni, mi sento finalmente a mio agio, ma fidatevi, è stata dura.

All’inizio di questa intervista abbiamo detto che sei anche una scrittrice. “Ho sposato una Rockstar” non è un libro qualunque. Racconta infatti eccessi, luci e ombre di dieci mogli rock (come scritto in copertina). Dal punto di vista emotivo cosa ti ha lasciato questa esperienza durante il processo di ricerca e scrittura?

Ho Sposato Una Rockstar mi ha dato la possibilità di raccontare la storia di dieci incredibili donne che dopo mille cadute, hanno sempre trovato la forza di rialzarsi e andare avanti. Hanno superato, violenze, dipendenze, lutti e malattie, per questo ognuna di loro mi ha insegnato tanto dal punto di vista umano.

Io dico sempre che le vere borchie sono quelle che hai dentro, non è solo una questione di chiodo, anfibi, fibbie e tatuaggi. Cosa significa per Francesca Cavalli essere rock?

Sono pienamente d’accordo con te. Il Rock è un’attitude, uno stile di vita, un modo di pensare e agire. Tutto quello che c’è “fuori” è solo un involucro.

Ho un’ultima domanda per te. Chi lavora nel mondo della musica dice sempre che non riesce mai a staccare del tutto, perché la musica alla fine non ti lascia mai. Spesso il lavoro si fonde con ciò che amiamo ed è difficile determinare un confine. E’ così anche per te? Hai mai avuto un burnout?

Certo che si. Dal 2006 mi occupo anche di produzioni audio. Dal 2007 al 2016, da imprenditrice, ho realizzato migliaia di pubblicità e decine di format per oltre 100 radio italiane, lavorando no stop anche per 14 ore al giorno, sette giorni su sette. Ora, come libera professionista, registro audio dal mio home studio per agenzie italiane e internazionali, le ore d’impegno quotidiano sono leggermente diminuite, ma solo leggermente.

Ti ringrazio tantissimo per aver dedicato un po’ del tuo tempo ai nostri lettori e ti faccio un enorme in bocca al lupo per tutti i tuoi progetti perché Rock My Life porta fortuna!

Grazie a voi e viva il lupo!

Potete seguire Francesca Cavalli attraverso gli spazi uffuciali:

IG: https://www.instagram.com/francykavalli/?hl=it

WEB: https://www.radiofreccia.it/

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