Irish Caravan, fuori oggi il nuovo lavoro dei Meneguinness, ve lo raccontiamo in questa recensione

Irish Caravan

Irish Caravan è il nuovo disco dei Meneguinness disponibile in streaming e in digital download da oggi 25 Novembre attraverso Maninalto! Il disco è fortemenre ispirato alla musica tradizionale irlandese, ne abbiamo avuto un’anticipazione recente con il singolo “Night Of The Banshee”.

Saliamo dunque a bordo della carovana gypsy con I Meneguinness. Zaino in spalla e sguardo verso il futuro. Ed è proprio con la title track che si apre la nostra esperienza di ascolto. Una classica ballad irlandese in cui possiamo sentire i profumi di una terra lontana eppure così vicina. La festa è dietro l’angolo insieme all’insana follia che porta con sè. Un pezzo strumentale che ci conduce nel vortice dell’intero disco.

I Meneguinness raccontano le loro storie con fisarmoniche, tastiere, violini, flauti e trombe. Perfetti per dipingere le atmosfere horror delle leggende piene di folklore. Ad esempio come in “Night Of The Banshee”.

Arriva poi la romantica e nostalgica “Ramelton”. Il suo giro di valzer avvolge l’ ascoltatore in un tempo passato attraverso il ricordo di qualcosa ormai lontano. Roba forte per noi irriducibili romantici! A bordo di questo carrozzone un pò zingaresco e molto variopinto, il finale di “October Sea” ci sorprende sulla coda di una rock ballad danzante con un retrogusto alla Bob Dylan.

“Runaway” invece vogliamo farvela scoprire da soli, una versione ricca di sperimentazioni sonore da parte dei Meneguinness. Ma non è l’unica cover presente in Irish Caravan. Infatti troviamo un altro meraviglioso esperimento contenuto nel disco. Con “Mo Ghile Mear” la band realizza il sogno di cantare in gaelico irlandese. Prende vita così la loro personale interpretazione di un celebre testo tradizionale.

Arriva dunque il momento di una rievocazione storica particolarissima. Ricordate l’eroica lotta della XV brigata contro l’esercito franchista? la band trasforma la lotta in una festa con un tripudio di violini, tromba, fisarmonica e ukulele.

Se avete ancora voglia di ballare basta scorrere fino alla traccia numero 8  “O’ Connor Gun”. Il brano ricorda un pò I vecchi dischi di Johnny Cash con quel colore in più dato dal banjo e dal violino. L’Irlanda è uno dei posti più cari alla band, tanto da portare alla luce non solo le antiche tradizioni e la storia di quelle terre, ma anche I brani legati ad esse. “Spancil Hill” è il testo più drammatico di Irish Caravan, a tratti disperato e pieno di malinconia.

Stessa drammaticità arriva con l’ultimo brano. Dopo aver ascoltato le sonorità più giocose di “Castle Kelly”, torniamo al racconto più crudo e pieno di Pathos con “Desaparecido”. La fisarmonica qui fa da padrona unendosi alla disperazione della tromba che ben descrive il tema del brano. Il nostro ascolto non può che finire con un velo di speranza che seppur lontana chiude il sipario su questa bellissima rappresentazione portata in scena dai Meneguinness.

Ecco la tracklist di “Irish Caravan”

Irish Caravan

Night Of The Banshee

Ramelton

October Sea

Runaway

Mo Ghile Mear

Viva La Quince Brigada

O’Connor Gun

Spancil Hill

Castle Kelly

Desaparecido.

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Leggi anche la nostra intervista QUI

One Shot Reunion, il live dello storico concerto del Perigeo a Firenze

One Shot Reunion

One Shot Reunion è il concerto che fa ritornare sulla scena il Perigeo, la band italiana nata negli anni Settanta. La formazione infatti si riunisce per un concerto il 23 Luglio 2019 in piazza sant’ Annunziata a Firenze portando on stage il meglio del progressive e del jazz blues rock della loro carriera.

Questo concerto chiamato One Shot Reunion tocca anche la psichedelia, come in “Abbiamo tutti un blues da piangere” , “Azimut” o nel “Beato Angelico” . Nella One Shot Reunion è comunque il progressive jazz che sovrasta come in “La valle dei templi” o in “Terra rossa”.  In ”pensieri” la band fluisce anche in un dubbioso Blues come ancora nella già citata traccia numero 4 dove la band arriva anche a un dark psichedelico tipico degli anni Settanta.

Anche nel pezzo il “Quartiere”, nel loro stile si sente la contaminazione dei Pink Floyd. La formazione avviene nel 1971 a Roma dove la band viene messa sotto contratto dalla RCA mentre i Pink Floyd sperimentavano Ummagumma. Allora il jazz rock del Perigeo si scontrava con i puristi del genere e finisce per fare concerti nel panorama del progressive italiano come a Roma a villa Pamphili ma anche all’estero soprattutto in Inghilterra e in Francia.

Nel primo album Azimut ancora il jazz è statico e ci sono dei veri e propri soli di strumenti con pochi accordi e delle esecuzioni di piano. Invece l’anno seguente nel album “Abbiamo un blues da piangere” si segna l’origine del jazz rock e del jazz progessive. Cosi ad oggi la “One shot reunion” dopo lo scioglimento della band nel 1977 e cinque album viene registrata per idea di un fan il missaggio del concerto live.

(Recensione a cura di Stefano Franco)

Title : One Shot Reunion – live in Florence

1. La Valle dei Templi Bruno Biriaco.
2. Azimut Giovanni Tommaso.
3. Sidney’s Call Anthony Sidney – Giovanni Tommaso.
4. Abbiamo Tutti un Blues da Piangere Giovanni Tommaso.
5. Il quartiere Giovanni Tommaso.
6. Polaris Bruno Biriaco.
7. Terra Rossa Claudio Fasoli.
8. Genealogia Giovanni Tommaso.
9. Pensieri Bruno Biriaco.
10. Via Beato Angelico Giovanni Tommaso.

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Rock in Roma. O meglio, Thrash in Roma con i Testament.

Testament Rock In Roma

Rock in Roma. O meglio, Thrash in Roma, come ha continuato a ripetere il cantante degli Exodus Steve Souza in uno dei suoi intermezzi tra una canzone e l’altra.

E con ovvia ragione, perché l’esibizione di martedì di quattro band che hanno fatto la storia del genere più in voga nella Bay Area californiana è di quelle “che ci volevano”.

C’è da dirlo: il Rock In Roma, rassegna della quale appunto faceva parte il concerto di Testament, Exodus, Death Angel e Heathen per la data del 19 luglio, non aveva prodotto moltissime giornate di vero rock, tra performer della scena rap e trap italiana.

Ci avevano pensato i Litfiba a scaldare la Capitale il giorno precedente, per arrivare poi alla serata spaccaossa con un genere come il thrash metal, con un sano ritorno al pogo di cui i romani – e non – avevano certamente bisogno.

E le attese non sono state tradite: abbiamo assistito a un’esibizione degna di tale nome, con tutte e quattro le band centrate e a fuoco sul palco dell’Ippodromo di Capannelle.

Anche se, vista la grande capienza dell’area, la percezione della gente presente non era esagerata, quello che invece è stato ripagato è stato il calore con cui il pubblico ha risposto a tutte le performance.

Heathen

Ad aprire le danze, puntuali come un orologio, sono stati alle 18 gli Heathen, come tradizione vuole provenienti da San Francisco. Ma in realtà anche da Cremona, dato che due giorni prima erano a infiammare il pubblico del Luppolo In Rock assieme ai colleghi Testament ed Exodus.

A sensazione, a livello di decibel quella della band capitanata dal chitarrista Lee Altus è stata forse quella con i volumi più alti del quartetto.

Ma gli Heathen hanno fatto vedere sul palco come siano un gruppo da tenere maggiormente in considerazione in tutta la scena, mettendo sul piatto una scaletta da pogo immediato nonostante la non moltissima gente iniziale, pescando in qua e là dai pochi album a repertorio.

Chiudendo poi con il botto con Hypnotized, il cui coro cantato dal pubblico lasciava già presagire che tipo di serata sarebbe stata anche con le band successive.

Death Angel

I Death Angel tengono alta la bandiera di San Francisco, bravi anche loro a coinvolgere il pubblico al suono degli iconici riff della band.

Esibizione sul palco un po’ più statica rispetto ai colleghi precedenti, come da tradizione del collettivo di Rob Cavestany.

Una delle band forse più “eleganti” del panorama thrash metal e, proprio per questo motivo, precisa e curata nei minimi dettagli.

E ovviamente il pit non ha fatto mancare il suo apporto.

Exodus

I giri del motore sono già abbondantemente a pieno regime quando sul palco salgono gli Exodus, acclamatissimi da tutto il pubblico che, ad un certo punto, sembrava fosse lì proprio per loro.

Gary Holt e compagni non tradiscono le attese, sfoderando un’esibizione spaccaossa fino all’ultimo colpo.

Attingono dal loro repertorio pezzi che hanno fatto la storia, come Blacklist e Bonded By Blood, alternando brani del nuovo disco Persona Non Grata, uscito lo scorso anno.

Nemmeno a dirlo, l’esibizione è stata una bomba. E non è mancato qualche momento patriottico verso il pubblico italiano quando il batterista, Tom Hunting, ha preso una bandiera italiana e l’ha delicatamente apposta sulla propria batteria prima di concludere la propria esibizione.

Spiritato anche il cantante Steve Souza, in forma con la sua riconoscibilissima voce acida, sempre a fuoco fino alla fine del set.

Testament

È il momento dei Testament, che salgono sul palco e lanciano subito un trittico con Rise Up, The New Order e Pale King che serve a innescare la miccia.

Il pubblico ancora non si infiamma del tutto, ma è questione di attimi. Non manca anche un siparietto con Chuck Billy che fatica a ricordare il pezzo successivo in scaletta.

Parte così Children of the Next Level, brano apripista dell’ultimo album The Titans of Creation, che fa anche bella mostra di sé sullo sfondo del palco. Prima di passare a un grande classico come Practice What You Preach, che mette definitivamente a ferro e fuoco lo stage e il sottopalco dell’Ippodromo.

Altro trittico devastante arriva con WWIII, True Believer e DNR, che non fa altro che scatenare ancora di più il moshpit, adesso diventato una vera bolgia nella polvere di Capannelle.

Altro gran pezzo tratto dal primo album è Night of the Witch, prima di passare a The Formation of Damnation.

Un bel solo di Steve DiGiorgio apre una spettacolare Souls of Black, nonché una seconda parte della scaletta farcita di classici che il pubblico apprezza oltremisura, passando poi a First Strike Is Deadly.

Over The Wall fa impazzire e cantare tutti, ma è su Into The Pit che l’essenza dei Testament esce fuori. Prima Chuck chiama il wall of death, poi il pubblico accende un fumogeno e si lancia in un circle pit da brividi, con al centro la fiamma rossa.

Il tutto vale certamente il prezzo del biglietto.

L’intramontabile Alone in the Dark chiude una scaletta forse un po’ corta ma tutto sommato giusta, visto il format con cui è stata studiata l’esibizione, con le quattro band californiane tutte di altissimo livello.

Conclusioni

Insomma, i Testament sono in forma e lo dimostrano da come suonano, da come si muovono sul palco e da come si divertono.

Il basso di Steve DiGiorgio esce fuori dal coro come solo lui sa fare, così come le chitarre di Alex Skolnick ed Eric Peterson, che si alternano nei soli e giocano spesso tra armonizzazioni e ammiccamenti vari.

Forse un po’ impastata nel mix – e nei suoni non proprio eccellenti – la voce del buon Chuck, comunque sempre precisa e potente nei suoi cambi, specialmente sui growl, dove esce fuori tutta la sua cassa toracica.

Poco protagonista, diversamente da come ci saremmo aspettati, la batteria di Dave Lombardo, comunque sempre in palla, precisa e potente.

E i Testament hanno davvero infiammato Roma, così come prima di loro hanno fatto Heathen, Death Angel ed Exodus.

In conclusione, è il caso di dire, viva Thrash in Roma.

Quaranta candeline per i Fuzztones con Encore

Quaranta candeline per i Fuzztones

Quaranta candeline per i Fuzztones, questo il traguardo che la band di Rudi Protrudi festeggia con il nuovo Encore. Ecco il terzo nato di una serie di uscite destinate a festeggiare la band. Il disco raccoglie una selezione di sette cover ed un inedito.

Il disco

“Barking Up The Wrong Tree” apre il lavoro. La composizione autografa è un’ entusiasmante riempi pista “tutto campanaccio” che ci regala un brano dal pedigree 100% Fuzztones. Subito l’apporto di Lana Loveland e Marco Rivagli, rispettivamente all’ organo e alla batteria, si rivela perfettamente amalgamato con lo stile inconfondibile di Rudi. Segue “Plastic People” dei Wildwood, prima “Nuggets” del lotto. La cover perde un filo della sua psichedelia e gravitas originale a favore dell’andamento gigione della band il che la rende sicuramente più ballabile. Successivamente troviamo “Marble Hall” della omonima band canadese e su queste coordinate 60s i Fuzztones vanno a nozze centrando un’ ottima riproposizione del brano.

Riprendendo “Eyes In The Back Of My Head” si cambia panorama, infatti si tratta di un pezzo di fine anni ottanta dei Bevis Frond. Il brano originale del gruppo di Londra viene caricato ulteriormente di un vibe garage rendendolo assolutamente irresistibile. Ora è il turno di “Land Of Nod” dei Rare Earth impreziosita dalla partecipazione al sax di Steve Mackay degli Stooges. Per il sottoscritto assolutamente il piatto forte dell’ EP. Per “Alexander” dei Pretty Things la band collabora con Wally Waller storico bassista autore del brano. Inoltre su questo pezzo ritroviamo Mad Mike batterista che negli anni ottantanta aveva lungamente militato nei Fuzztones.

Il disco si conclude con al classica “Let’s Live For Today” dei Grass Roots e “Santa Claus” pezzone natalizio dei Sonics. Entrambe reinterpretate fedelmente rendendo perfettamente giustizia a due brani che più classici non si può.

Conclusioni

Nell’ attesa di un nuovo disco vero e proprio è sempre un piacere ritrovare Rudi e soci, “In Fuzz We Trust”.

Fuzztones

Website: https://www.fuzztones.net
Facebook: https://www.facebook.com/The-Fuzztones-275731423470/
Spotify: https://open.spotify.com/artist/64CktFSdicLd9XQzV6gkMg

Be Unwelcome Or Die, gli Unwelcome sono i benvenuti.

Unwelcome cover

Be Unwelcome Or Die, ma qui gli Unwelcome sono i benvenuti.

Le influenze spesso determinano molto nel sound e nella composizione di una band. Quando queste influenze rasentano l’infinito, però, può nascere qualcosa di personale e riconoscibile.

È il caso degli Unwelcome, che dal lontano 1994, anno della creazione del gruppo, cercano di comporre cose nuove e originali. Il loro è un crossover che mischia tutte le esperienze dei singoli elementi, che convergono in un progetto che, dai primi ascolti, si percepisce come molto personale.

Be Unwelcome Or Die (Ammonia records) è l’ultimo album della band Unwelcome (leggi qui l’intervista alla band). Il lavoro, composto da undici tracce di heavy rock, rappresenta il ritorno sulla lunga distanza per una delle band cardine del movimento crossover italiano di fine anni ‘90.

Il gruppo piemontese, che durante il lockdown aveva pubblicato il singolo Colors of War a supporto della protesta Black Lives Matter, ha sfruttato questo periodo per completare le nuove canzoni. Anticipato dai singoli The Dobermann e Drive (cover dell’intramontabile capolavoro dei R.E.M.), l’album porta a compimento il percorso di crescita degli Unwelcome, iniziato con un crossover per poi trasformarsi in un suono moderno e completo.

Il disco è stato prodotto, registrato, mixato e masterizzato dal cantante Andrea al TheCave nell’estate del 2021.

La band è composta da Andrea: voci, chitarra, basso, tastiere. Livio: chitarre. Maxim: batteria. Casci: basso. Copertina e grafiche sono a cura di Valerio Berruti.

Ne esce quindi un lavoro ben fatto e, proprio per la grande varietà delle canzoni che non risulta fine a se stessa, è apprezzabile dagli amanti di vari generi musicali.

Proponiamo quindi un track by track delle 11 canzoni che compongono Be Unwelcome Or Die.

Thisisus

La traccia che apre il disco serve a sintonizzare l’ascoltatore, ma in realtà le frequenze all’interno dell’album saranno molte. Intanto l’approccio è di quelli belli potenti e allo stesso tempo acidi: dal basso che pulsa quasi a ritmo cardiaco rilassato – e che bisogna dire ha un bel sound – alla voce di Andrea che danza e si intreccia, fino alla tachicardia della potenza sonora che l’intera band è in grado di sprigionare nel suo insieme. Il tutto si sposa bene per quella può essere considerata quasi più una intro che una canzone vera e propria, ma che funziona e fa capire in che mondo siamo proiettati. Voto: 7,5.

Freejazzpunkblahblah

Forse il pezzo più pazzo, ma anche tra i più belli dell’album. Anche qua bisogna fare i complimenti alla sezione ritmica, sempre molto presente e centrata, mentre la chitarra porta in melodie arpeggiate e distorte sulla strofa, per poi ingigantirsi nelle parti più incisive. Qui il cantante Andrea mostra ancora un cantato acido e paranoico, salvo poi salire di giri e di potenza ai limiti del growl nel ritornello. L’intermezzo jazz con il sassofono spiazza, specialmente al primo ascolto. Ed è per questo che piace ed è apprezzato. Insomma, il pezzo incarna tutto l’estro e la fantasia degli Unwelcome e merita un bel voto: 8,5.

Sick&Destroy

Un pezzo che trasuda rabbia e voglia di ribellione. Due minuti e mezzo in cui gli Unwelcome pestano sugli strumenti lasciando trasparire la loro attitudine variegata, grazie agli intermezzi arpeggiati misti alle accelerazioni cassa-rullante quasi tipiche del punk. E con un cantato rabbioso che porta una certa dose di grinta anche a chi ascolta. Voto: 6,5.

Gap

Si entra nei ranghi dell’alternative rock con un pezzo dalle tinte molto “stars and stripes”. Anche qui si nota la grande varietà di stili che gli Unwelcome mettono in campo, pur mantenendo il loro sound apprezzato anche nelle tracce precedenti. Anche se, a dirla tutta, appare come la traccia forse meno ispirata del lotto. Voto: 6.

The Dobermann

Come suggerisce il titolo, qui ci accoglie il ruggito di un Dobermann, mentre il rullante apre ad un cantato ipnotico e quasi sussurrato, ammantato da strumenti effettati e un ritmo avvolgente. E l’inciso è di nuovo rabbioso e coinvolgente. Pezzo ben fatto e che si ascolta con piacere, tra i più riusciti di Be Unwelcome Or Die. Voto: 8,5.

Plan-B

La velocità diminuisce, ma non il patos. Qui è il riff di chitarra a farla da padrone, armonizzato alla perfezione. La voce rimane quasi in secondo piano, molto parlata, dando spazio all’emozione strumentale. Voto: 7.

Pressing Walter

Un arpeggio crunchato apre a un nuovo cantato acido, prima di tornare a spingere con il muro sonoro imposto dagli Unwelcome. Apprezzabile anche l’intermezzo bassistico che apre a un bridge molto ispirato e fa alzare il giudizio complessivo del pezzo, che si chiude poi con un nuovo arpeggio. Voto: 7,5.

Btn

Ancora una volta la sezione ritmica torna protagonista, con una batteria ritmata e un basso bello potente che cattura l’attenzione per tutto il pezzo. Il cambio di marcia arriva nel ritornello, bello potente e aggressivo come ormai gli Unwelcome hanno abituato in questo Be Unwelcome Or Die. Voto: 6,5.

Drive

Qui si parla di una cover di un gruppo intramontabile come i R.E.M. E anticipiamo che ci è piaciuta. Intro di basso di pochi secondi e poi via verso una traccia che si potrebbe ascoltare in macchina a 130 all’ora. Basta chiudere gli occhi per ritrovarsi sulla Route 66 o su un’altra di quelle iconiche strade americane. E infatti la canzone si chiama Drive non a caso. Pezzo riarrangiato sulle sonorità degli Unwelcome che fa il suo lavoro in pieno, tra i più riusciti di questo Be Unwelcome Or Die. Voto: 8,5.

Beautiful

Ritmi stoppati e un cantato arrabbiato: qui la grinta torna a farla da padrone, ma gli Unwelcome non disdegnano i loro cambi di ritmo a cui ormai ci hanno abituato. Ben realizzati in questa Beautiful, che merita un buon giudizio. Bello anche il solo centrale, uno dei pochi realizzati in Be Unwelcome Or Die, come i tempi moderni ormai (opinabilmente) richiedono. Voto: 7.

Judah Knows

Be Unwelcome Or Die si chiude con questa traccia riflessiva e introspettiva. Giusta la scelta di posizionare alla fine un pezzo come questo, che invita però a ragionare e trasporta verso altri lidi. Voto: 6,5.

Giudizio finale.

Be Unwelcome Or Die è un bel disco. Si lascia ascoltare e riascoltare senza annoiare e questo, per una band, è già di per sé un complimento. Pochi passaggi a vuoto e un sound molto ben riconoscibile, nel quale si possono ammirare le molte sfaccettature di una band che, nonostante le tantissime influenze tutte diverse tra loro, sa quello che vuole. Il risultato è un buon prodotto che può piacere molto agli amanti del genere e, in certe occasioni, anche a chi questo tipo di musica piace meno, come nel caso della cover di Drive e dell’inedita The Dobermann.

Voto finale: 73.

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I Reckless ci portano negli anni ottanta

I Reckless ci portano negli anni ottanta

I Reckless ci portano negli anni ottanta con il loro nuovo disco T.M.T.T. 80. Il combo vicentino rientra in studio dopo sette anni dal precedente “Too Glam To Die”. Questo nuovo disco, il cui titolo è acronimo di Take Me To The Eighties, mette in chiaro da subito la sua vocazione.

Tornano gli anni ottanta, tornano le acconciature cotonate, i colori sgargianti e le chitarre al massimo volume. La proposta della band è figlia di un’ epoca e di un sound preciso, ma non si limita ad un revival estemporaneo. Il gruppo recupera in maniera originale la lezione dei classici del genere, come Ratt e Crue, incorporando aspetti ed influenze di tante altre band del periodo.

Se le chitarre di Dany ed Alex ricordano spesso gli esordi della coppia Crosby, DeMartini chiamano in causa sicuramente anche Dokken, Britny Fox e Black’n’Blue. Le melodie proposte hanno sempre un piede ben saldo nel glam e l’altro nel metal. Assieme quindi ad un approccio più puramente glam, hair metal, a tratti quasi AOR, alcuni momenti riportano alla mente anche realtà più dure come Vinnie Vincent Invasion, Loudness o i Priest di Turbo e Ram It Down.

A.T. Rooster condisce tutto questo con la sua keytar creando intrecci inediti e sempre interessanti. Il registro vocale utilizzato spazia tra una delivery più baritonale e viziosa per poi esplodere in parti tenorili figlie di Tom Keifer e Dean Davidson. La sezione ritmica di Mikki e Jack è sempre curata e precisa, conduce i giochi, favorendo il flow dei brani, senza mai intralciarli.

Questo T.M.T.T. 80 suona come avremmo potuto immaginare il futuro ed il suo sound nel 1987. Il risultato é sicuramente elettrizzante e pone, senza ombra di dubbio, i vincentini sullo scacchiere internazionale. Auguriamo solo il meglio ai nostri “temponauti”, sicuri che questo lavoro sarà capace di raccogliere il plauso che la band merita.

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Perfectly Imperfect ecco Chip Z’Nuff

Perfectly Imperfect ecco Chip

Perfectly Imperfect ecco Chip Z’Nuff ce le canta di santa ragione. Rimasto ormai solo al timone degli Enuff Z’Nuff, Chip si divide tra la sua band madre, partecipazioni, ospitate ed una carriera solista.

Questo secondo capitolo firmato Frontiers arriva a sette anni dal debutto Strange Time. Chip non è assolutamente un novellino. Infatti nel disco lo vediamo ricoprire i ruoli di autore, arrangiatore, produttore, polistrumentista e ovviamente cantante. Il bassista presenta otto nuovi brani, un’ intro strumentale ed una cover. Allo stesso modo anche la lista degli ospiti é degna di nota: Steven Adler (Guns ‘N Roses etc.), Daxx Neilsen (Cheap Trick), Joel Hoekstra (Whitesnake etc.) e Daniel Hill (Enuff Z’Nuff).

Il disco

La ricetta non è assolutamente dissimile da quella a cui ci hanno abituati gli Enuff Z’Nuff. Beatles, Cheap Trick, Wings incontrano Big Star e Dwight Twilley Band. Difatti il bagaglio da cui il monello della Windy City attinge a piene mani rimane sostanzialmente lo stesso. A queste solide fondamenta viene aggiunto un velo di quella scena alternativa che predata l’avvento del grunge. Scelta già operata in passato anche dagli Enuff e sempre perfettamente in linea con la propria identità.

Quello che ne risulta é che, nonostante l’artista sia identificato con gli anni ottanta, si qualifica prima di tutto come ottimo autore che trascende ampiamente il decennio di provenienza. Ugualmente tutto ciò è sottolineato anche dai testi che spesso presentano profonde riflessioni sul nostro presente e successivamente appaiati con melodie leggere ed orecchiabili.

Irresistibili “Welcome To The Party” e “Heaven In A Bottle” entrambe a ragione scelte come singoli. Inoltre si distinguono anche “Roll On” e “3 Way”  che vi faranno battere il piedino senza nemmeno ve ne accorgiate. Interessante anche al rivisitazione di “Honaloochie Boogie” dei Mott The Hoople che perde il glitter e il glamour a favore di un vibe assolutamente in linea con il nostro presente.

Ottima prova per Chip. La domanda che rimane è quanto ancora questi pezzi avrebbero potuto guadagnare dalla presenza di Donnie Vie. Continuiamo ad incrociare le dita per una tempestiva reunion.

Chip Z’Nuff

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Gli Stinking Polecats tornano in grande stile

Gli Stinking Polecats tornano

Gli Stinking Polecats tornano in grande stile a diciassette anni dall’ ultimo “Broken”. Il nuovo attesissimo disco omonimo contiene dieci tracce fresche di studio.

Per chi non sapesse di chi sto parlando i Polecats nascono nel piacentino alla fine dello scorso millennio. I ragazzi si fanno le ossa in quella che oggi chiameremmo la scena Ramonescore italiana: Manges, Peawees, Retarded ecc. Punk rock con un fortissimo debito d’ ispirazione nei confronti del catalogo Lookout! Records, Queers e Screeching Weasel su tutti.

Tutte le band coinvolte in questa scena, dopo i primi passi mossi seguendo la rotta tracciata dai cugini d’oltreoceano, proseguiranno trovando la loro strada. In sintesi si evolveranno in qualcosa di assolutamente personale. Gli Stinking Polecats sfortunatamente dopo appena tre dischi, una manciata di split ed E.P. si scioglieranno nel rammarico dei loro estimatori. Chris e Mitch negli anni a venire si terranno attivi, assieme prima, da soli dopo, con Tough e Mitch & The Teekays continuando a produrre materiale di prima qualità.

Il disco

Il disco è stato preceduto da un ottimo extended contenente tre brani cantati rispettivamente da Chris, Mitch e Simone in piena tradizione Polecats. Infatti spartire i brani tra i componenti del gruppo e le stupende armonie vocali create assieme sono sempre stati tratti distintivi della band. Le “puzzole” inanellano dieci nuovi classici da cantare a squarciagola. “Attilio”, “Space Trip”, “Lost In Naples”, “Is This Real” non c’è un singolo filler nel disco, il livello di scrittura è sempre altissimo.

La band vive di un sound proprio ed irripetibile anche quando traspaiono riferimenti alla produzione di Dan Vapid, Huntingtongs indietro fino ai Descendents. Il piglio del gruppo ormai trascende i confini del Ramonescore duro e puro svelando una forte attitudine rock’n’roll. A volte sembra che all’ equazione sia stata sapientemente mescolata la “pacca” di Social Distortion, Supersuckers o addirittura di Wildhearts e derivati (chi ha detto Yo-Yo’s?!?)

I brani sono registrati e suonano in maniera eccellente. Mitch, per quanto mi riguarda, ha ancora una delle più belle voci uscite dallo stivale. Chris è sempre il duro della Curva Nord con il cuore di panna e assieme a Davide picchiano come fabbri. Intanto Simone ci fa ancora emozionare esattamente come ai tempi di “Song For Your Boyfriend”.

Conclusioni

Siamo alla vigilia del Punk Rock Raduno e i piacentini si riuniranno questo sabato per dividere il palco coi Chixdiggit! Fossi in voi non perderei assolutamente l’opportunità di godermeli dal vivo.

Stinking Polecats

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Il risultato é valso l’attesa, ecco i Sonic Boom

Il risultato é valso

Il risultato é valso l’attesa, ecco i Sonic Boom, frutto dell’ incontro tra Jo Dog (Dogs D’Amour etc.) e Paul Black (L.A. Guns etc.).

Attivi da quasi un decennio i due transfughi riescono finalmente ad editare questa collezione di canzoni che negli anni avevano fatto smaniare i fan. Tra anticipazioni e apparizioni live sporadiche era stato immediatamente chiaro il potenziale del duo. Affianco alle già note “Tree For Shades” e “Everybody Rains On My Parade” trovano posto altre otto preziose composizioni.

Il disco

Così come piccole gemme che brillano di luce propria, i brani filtrano la lezione dei grandissimi: Stones, Faces e Tom Petty in testa. Il tutto senza cadere mai nella squallida imitazione, ma applicando l’esperienza di una vita vissuta a ritmo di rock and roll. L’ hammond accarezza e cesella quasi ogni brano. I cori femminili vengono utilizzati spesso per sottolineare i momenti più suadenti delle melodie. Intanto un chitarrismo esperto ci accompagna attraverso i passaggi di un disco che non si sente tutti i giorni.

La voce di Paul, novello Rod Stewart, si fa interprete di ogni singola sfumatura e vibrazione presente nei brani. Jo si trova perfettamente a suo agio su ogni strumento a corda alternado slide, riff riverberati e momenti acustici con la massima naturalezza. Ugualmente è impossibile non citare il lavoro superlativo di Muddy Stardust, terzo Sonic Boom, impegnato al basso, alle tastiere e alla produzione. Infine Dennis Morehouse alla batteria, Tony Snow alle percussioni, Chris Joyner alle tastiere e Tony Babylon al basso completano l’organico.

Conclusioni

Country, delta blues, brit invasion, tex mex, bluegrass, reggae, soul, flamenco si intrecciano di continuo con l’anima rock della band. Un disco che renderebbe fieri Mick e Keef dei duo devoti al loro culto. Un appuntamento alle radici delle carriere di Dog e Black, un viaggio nel rock più sincero. Gli amanti dei classici ma anche di Black Crowes, Dogs D’Amour, Georgia Satellites, Izzy Stradlin e compagnia troveranno sicuramente pane per i loro denti.

Jo Dog & Paul Black’s Sonic Boom

Facebook: https://www.facebook.com/JoPaulSonicBoom
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Diamond Star Halos è il nuovo disco dei Def Leppard

Diamond Star Halos

Diamond Star Halos è il nuovo disco dei Def Leppard. La band di Sheffield è tornata con l’ undicesima prova in studio a sette anni dall’ ultimo lavoro.

Ritroviamo Joe Elliott e soci in perfetta forma. Infatti il tempo sembra non scalfire minimamente il combo inglese. Pubblicato a fine maggio di quest’anno Diamond Star Halos consta di ben quindici tracce. Il disco vive di una vena glam rock anni settanta molto più pronunciata del solito. Sarà stata l’influenza dei Down’n’Outz, side project di Joe Elliott e Quireboys votato al recupero dei classici di Mott The Hoople e Ian Hunter, ma i Def Leppard sembrano aver lavato i propri panni alla fonte del miglior glam rock inglese.

I brani

“Take What You Want” apre il disco incrociando reminiscenze beatlesiane con un bel riff energico marca Leppard. Il risultato è ottimo, echi di ELO si rincorrono con un retrogusto di Cheap Trick che setta subito il mood del disco. “Kick” non nasconde minimamente il suo amore per i T-Rex calando, contemporaneamente, il brano nel 2022. “Fire It Up” è la band che tributa sé stessa. Centrata come sempre la commistione tra sensibilità melodica e gusto per le chitarre “up to 11” che tanto li fa apprezzare negli Stati Uniti. Questo brano, scelto come singolo, non avrebbe assolutamente sfigurato su uno dei loro blockbuster del passato.

“This Guitar” è la prima ballad del lotto ed è cantata assieme ad Alisson Krauss. “SOS Emergency” mescola la ricetta del “leopardo” con una melodia che sembra presa in prestito direttamente da un disco di John Waite. “Liquid Dust” e “U Rok Mi” sono ugualmente attraversate da un gusto orientaleggiante che colora due brani perfettamente radiofonici di una sfumatura zeppeliniana. “Goodbye For Good This Time”è una ballad orchestrale che richiama in causa gli ELO assieme ad un pizzico di Eric Carmen ai tempi dei Raspberries.

“All We Need” si tuffa di testa negli anni ottanta e ne esce con le aperture più FM dell’ intero disco. Poi “Open Your Eyes” e “Gimme A Kiss That Rocks”, entrambe guidate dal basso di Savage, alzano l’asticella dell’ adrenalina regalandoci due brani totalmente rock. I Queen fanno capolino nella bellissima suite orchestrale “Angels (Can’t Help Me Now)”. In seguito ritroviamo la Krauss ed il suo violino, affermata artista country-bluegrass, per “Lifeless” che forse é il pezzo più gratuito dell’ intero lavoro. “Unbreakable”, introdotta da un arpeggio quasi NWOBHM, sfocia in un orecchiabilissimo mid tempo. Il disco si conclude con “From Here To Eternity” brano firmato Savage che pesca a piene mani dal catalogo di Lennon. Il pezzo dilatato e malinconico, nel quale Collen ci regala un emozionantissimo solo dal retro gusto blues, è la chiusura più “inglese” che si possa immaginare.

Conclusioni

Collen e Campbell sono sempre sul pezzo e si alternano con grande gusto in un lavoro chitarristico assolutamente di livello. Savage e Allen possiedono una classe, maturata in decenni di attività, che li porta a condurre il gioco con una naturalezza quasi imbarazzante. Infine un Elliott dosato e mai fuori dalle righe, autore assieme a Collen della stragrande maggioranza dei brani, è in pieno spolvero. Mentre parliamo i Def Leppard guidano il tour evento dell’ anno assieme a Joan Jett, Poison e Motley Crue, direi che ci siano tutti i presupposti per un altro grande successo.

Def Leppard

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L’addio degli UK Subs si intitola “Reverse Engineering”

l'addio degli UK Subs

L’addio degli UK Subs si intitola “Reverse Engineering”. Charlie Harper e soci, dopo quasi cinquant’anni, entrano in studio per l’ultima volta.

Attivi dal 1976 la band si congeda dal suo pubblico, ma decisamente non all’ insegna di uno stanco revival. Energetico, ruvido e senza compromessi la band, in questo lavoro, conserva le sue classiche peculiarità calandole perfettamente in un contesto musicale odierno.

Il disco vede Harper accompagnato da Alvin Gibbs al basso, Jamie Oliver alla batteria e Steve Straughan alla chitarra, una delle formazioni più longeve a cui i Subs ci hanno abituato.

Nel dettaglio

L’accelleratore sempre schiacciato a fine corsa non lascia respiro. Scorrono sul piatto alcune delle migliori composizioni ascoltate dai Subs negli ultimi anni. “Sensei” e “Political Alamo” sono un dittico d’apertura dirompente. “C60 Audio”, “Hoist The Sail” e “The Night Holds The Key” vivono di quel sound urbano che trasmette tutta l’ alienazione della vita moderna. Immaginario sonico che in ogni modo, da sempre, è un vero e proprio cavallo di battaglia del gruppo.

Naturalmente c’é spazio anche per il sarcasmo di “Kill Me” e le sue aperture melodiche, mentre gli intrecci di “Statements” tornano a farci galoppare alla massima velocità. “Bad Acid” è sicuramente il mio brano preferito, gli Stooges, passione di Gibbs, rivisti in salsa Subs, il tutto accompagnato da abbondante humor inglese.

Charlie cede il microfono ad Alvin per “Slavery” e “Vision And Sounds”. Dovuto riconoscimento a chi, nell’ immaginario collettivo, è sicuramente l’altra faccia dei Subs e parte fondamentale del sound del gruppo. Il risultato inaspettato assomiglia a un duetto tra Dave Vanian e i Subs. Il disco si conclude con “Godot”, l’attesa di un futuro idilliaco auspicato che, come suggerisce il titolo, non sembra essere mai giunto.

Assolutamente un’ uscita di scena ad altissimi livelli, un disco magistralmente composto, suonato ed inciso, Pat Collier al banco mixer. Un nuovo classico firmato UK Subs, l’ultimo.

UK SUBS

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Hellacopters collezione di cover per il nuovo EP

Hellacopters collezione di cover

Hellacopters collezione di cover per il nuovo EP “Through The Eyes Of The Hellacopters”. Un ritorno sulla breve distanza dopo il precedente full lenght di reunion “Eyes Of Oblivion” che ha letteralmente spaccato la fanbase della band.

Le tracce in questione, già comparse tra i bonus della versione giapponese del disco precedente, oggi trovano la loro strada come 10 pollici a 45 giri per Nuclear Blast.

Le cover

Secondo il mio modesto parere, in presenza di una scrittura ispirata, questa band sa ancora fare la differenza. Detto ciò gli svedesi prendono immediatamente il toro per le corna aprendo con “Eleanor Rigby”, capolavoro dei Beatles a firma McCartney.

La scelta per quanto possa sembrare azzardata si rivela vincente. La cover è totalmente a fuoco, rispettosa dell’ originale, ma allo stesso tempo arricchita dal tipico suono del combo scan rock. Gli intrecci di chitarra e la voce di Nicke da subito riescono a dare il proprio taglio a questo pezzo iconico.

Per continuare Anderson sceglie di riproporre Circus degli String Driven Thing. La band di Glasgow, attiva nei primi anni settanta, era in costante equilibrio tra folk, country rock e progressive. Il brano é caratterizzato da un groove ossessivo di chitarra, quasi un incrocio tra un pezzo di Roky Erickson ed un funk bianco. Inutile sottolineare che enfatizzando questi due aspetti il gruppo riesce a portare a casa senza problemi anche questa reinterpretazione.

Si prosegue con una scelta che sembrerebbe assolutamente fuori tema “I Am The Haunted” da “City Attacked By Rats” dei GBH. In realtà, anche questa volta, la scelta è assolutamente azzeccata e anche il sound hard core del combo di Birmingham, nelle mani degli svedesi, ci restituisce una versione che ricorda da vicino gli esordi degli “elicotteri”.

Per concludere si ritorna su un grande classico “Ain’t No Miracle Worker” dei Brogues. Ovviamente il sound garage dell’ originale, già vicinissimo alle inclinazioni del gruppo, viene amplificato e arricchito. Da qui una versione che é una e vera propria dichiarazione d’amore per un’ epoca ed un approccio da sempre caro al gruppo.

Coclusioni

Un lavoro di ricerca appassionata lungo un’ intera carriera. Un fuoco ben lungi dall’ essere estinto. Un riscatto coi fiocchi per chi continua a rappresentare la primissima linea dell’ intero movimento scan rock.

Hellacopters

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