EDIFICI, ecco la nostra intervista all’eclettico duo

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Edifici è il progetto musicale del duo artistico composto da Martina Prunotto (chitarrista e compositrice) e Nancy Luduena (batterista e compositrice). Dal 3 Novembre l’eclettico duo ha reso disponibile il nuovo singolo “La Route Rouge”, un originale brano in lingua francese che rende omaggio al noto paese Mentone, sulla Costa Azzurra. Noi di Rock My Life abbiamo raggiunto le ragazze con questa intervista per conoscere meglio il loro lavoro.

 Ciao Nancy, ciao Martina! Benvenute sulle nostre pagine. Il vostro ultimo singolo sta andando alla grande ed è davvero un piacere poterne parlare ai nostri lettori. Cominciamo subito con una curiosità, come mai avete deciso di esprimervi in francese in un mondo fatto di brani in inglese? Non temete di rivolgervi ad una nicchia troppo ristretta?

ciao a tutti! Qui c’è bisogno di una premessa, nel momento in cui io (Nancy) e Martina abbiamo deciso di collaborare e scrivere nuovi inediti insieme ci siamo imposte una sola regola: totale libertà di espressione. Questo significa che quello che ci spinge a scrivere non sono le leggi del mercato ma la voglia di parlare e dire la nostra. La Route Rouge è stata scritta in francese per rendere omaggio a un paese che abbiamo a cuore, Mentone, un luogo che abbiamo anche utilizzato come metafora d’ispirazione artistica, libertà e nostalgia in senso più stretto per quanto riguarda la nostra vita personale.

Nel brano si respira la Francia in ogni colore, sfumatura e sonorità. Notiamo persino l’utilizzo del violino tipico della “chanson” francese. Il titolo è una chiara citazione del dipinto di Monet “La route rouge près de Menton”. Da dove arriva questo amore per questa terra e nello specifico per questa città?

(Nancy) Ho molti ricordi d’infanzia che mi legano a questa terra, era da tanto che volevo dedicare un brano a una parte così genuina del mio passato. Inoltre il tema dell’abbandono del nido familiare, dovuto alle varie necessità che le persone possono avere, risuonava ancora nuovo e inesplorato. Per cui quando mi sono confrontata con Martina (anche lei amante della costa azzurra) tutto è stato così spontaneo che nel giro di un mese e mezzo abbiamo dato alla luce un nuovo inedito.

Il vostro progetto artistico prende il nome di Edifici, a noi viene in mente qualcosa di solido ma sempre in fase di costruzione. Arrivate comunque da un lungo percorso individuale di studio dello strumento cominciato fin dalla prima adolescenza. Come vi siete incontrate? Com’è nato questo connubio?

Il nostro incontro è stato casuale a dire il vero. Io (Nancy), una sera, mi sono imbattuta sul profilo Instagram di Martina che mi ha fin da subito colpito per il suo suono curato e il timing preciso. Un giorno ho preso coraggio e le ho chiesto se volesse collaborare con me. Siamo partite dalla cover di Layla di Eric Clapton e da quel video, insieme, ci siamo evolute alla velocità con cui si innalzano i grattacieli a New York, da qui nasce il nome del nostro progetto “Edifici”.

La Route Rouge è anche un video. In questo caso il palco è quello di un teatro. Si gioca molto con le luci, i colori, le ombre. Vi siete occupate personalmente anche della sceneggiatura?

Sì, abbiamo pensato anche alla sceneggiatura. Ci fa piacere abbiate notato la scelta del teatro come culla del video perchè non è per nulla una scelta casuale. il teatro rappresenta un luogo neutro pronto ad accogliere l’attenzione di un pubblico attento, le idee e lo spazio d’espressione che servono per dare un peso maggiore a ciò che si vuole trasmettere. Inoltre, essendo appunto neutrale, dà la possibilità a chi ascolta di identificarsi meglio e di dare una propria interpretazione a ciò che la musica gli/le trasmette.

C’è una frase ricorrente che leggiamo alla fine del testo della song, ma che ripetete anche all’inizio del video: “Les villes que nous aimons le plus sont les premières que nous avons abandonnées”. Possiamo dire che è un po’ il concept di tutto il brano?

Assolutamente sì, è una frase breve e semplice ma che secondo noi riesce a colpire in modo preciso una verità che appartiene a tutti: l’abbandono (ma in un senso più ampio del termine). Qui noi parliamo dell’abbandono di un paese ma ciò che segna più in profondità è lasciarsi alle spalle tutto quello che quel paese rappresenta e che ha visto di noi. Con tutto questo non vogliamo dire che sia giusto dimenticare o, al contrario, radicarsi nelle ombre del passato. Ma che accettare la rinascita personale regala la possibilità di osservare la nostra storia da una prospettiva esterna, dalla quale si può attingere per creare nuova arte che sia sana e utile per chi ancora non ha avuto la possibilità di rialzarsi.

In conclusione ci piacerebbe avere qualche anticipazione sulle prossime uscite di Edifici. E’ in previsione un album? I vostri prossimi lavori prevedono ancora l’utilizzo della lingua francese per rimanere in tema con il concept o avranno tutt’altra direzione? Grazie per il vostro tempo e in bocca al lupo per la vostra musica!

Ci sono altri singoli in cantiere, anzi, uno è già pronto per uscire e un altro paio sono da rifinire. Per ora la scelta della lingua francese rimane un’eccezione per La Route Rouge, però non escludiamo che possa capitare ancora di scrivere in questa modalità. Per noi la scelta della lingua ha il fine pratico di aiutare il messaggio di un brano a uscire al meglio. Per cui è il contenuto delle nostre idee che stabilisce quali strumenti (musicali e linguistici) utilizzare. Comunque siamo già curiose di vedere quali reazioni scateneranno il prossimo singolo, speriamo che vi piacerà, intanto vi ringraziamo per la bella opportunità, besos a tutti!

Guarda il video di La Route Rouge: https://youtu.be/54wuCPan67s

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Meneguinness, ecco la nostra intervista in attesa dell’uscita del nuovo album

Meneguinness

I Meneguinnes dal 25 novembre renderanno disponibile in digital download e in streaming “Irish Caravan” (Maninalto!). Si tratta del nuovo disco della formazione milanese fortemente ispirata alla musica tradizionale irlandese. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con la band per scoprire qualcosa in più.


Salve ragazzi, è un piacere incontrarvi sulle nostre pagine. Dal 25 Novembre sarà disponibile il vostro nuovo lavoro “Irish Caravan”. Potete anticiparci qualcosa a riguardo? Come sarà questo nuovo viaggio?

 

Il nostro terzo disco rappresenterà un po’ il nostro modo di fare musica, ovvero un folle miscuglio di generi e influenze basato sulla musica irlandese, che è un po’ la cifra stilistica che ci contraddistingue. Nei brani dell’album ogni pezzo rappresenterà una tappa del nostro viaggio – fisico e musicale – dall’Irlanda in giro per il mondo, dove ogni luogo aggiunge un tassello, una nuova esperienza che si aggiunge al nostro modo di suonare. Ci saranno quindi atmosfere orientaleggianti, latine e altro, omaggi a grandi film e culture e tanto tanto altro.

 

 

E’ evidente che la vostra musica affonda le radici nelle tradizioni irlandesi. Cosa avete in comune con quelle terre e soprattutto con la cultura di quel popolo?

 

Sin dall’inizio della nostra avventura la nostra idea di fondo era raccontare attraverso i nostri strumenti una cultura relativamente poco conosciuta in Italia, una cultura estremamente affascinante fatta di racconti, tradizioni, musica e paesaggi mozzafiato. Tutti noi abbiamo un legame speciale con l’Irlanda, che va ben oltre l’apprezzamento per un gusto musicale. Non appena possiamo, il biglietto aereo è già in tasca e siamo pronti a rivedere l’Isola di Smeraldo.

 

Meneguinness sono ormai celebri per le atmosfere festose e danzanti. Ascoltando i vostri brani ci sentiamo come se stessimo in un pub con un boccale di ottima birra artigianale tra le mani. Cosa rende speciali i vostri live?

 

Con i nostri spettacoli vogliamo portare sul palco la magia che si respira per le vie di Dublino, nelle insenature del Connemara o sui prati di Dingle. Fondendola con l’energia del punk e di altri generi che ci piacciono, ricreando quei ritmi ormai famosi in tutto il mondo. Non c’è nulla di più soddisfacente che vedere il pubblico improvvisare set di danze irlandesi sulle gighe rivisitate o semplicemente pogare sui pezzi più tirati.

 

Voi avete collezionato una lunga serie di concerti sia in Italia che all’estero. Spesso anche nella vostra amata Irlanda. Stessa band ma pubblico differente. Come ricordate l’esperienza dei Meneguinness in quelle terre a voi così care?

 

Dopo molti concerti in giro per il Bel Paese, abbiamo voluto sperimentare sulla nostra pelle la vita di un musicista irlandese andando a fare busking lì dove la musica che suoniamo è nata. Un’esperienza strepitosa, dove suonare era veramente solo una parte del divertimento. Tra session improvvisate in strada, nei pub – su tutti il Monroe’s di Galway – o addirittura nel salotto di una signora a cui evidentemente eravamo piaciuti molto, quello dei concerti itineranti in Irlanda è per noi uno dei ricordi più cari.

 

Non possiamo non farvi una domanda sul nome della band. Un connubio tra le vostre origini milanesi e ancora una volta il richiamo alla famosa birra scura irlandese. Come avete avuto l’idea? C’è una leggenda metropolitana a riguardo?

 

Tra noi abbiamo questo inside joke per cui ogni cosa che deve succedere, succede nel modo sbagliato. E qui non basterebbero cinquanta pagine per raccontare tutto. Anche il nostro nome è nato un po’ così: Lucio, il chitarrista ska-punk della nostra prima formazione, saltò fuori con questa idea quasi per caso. Una vera illuminazione, se così possiamo dire… Ci sembrò subito il modo migliore per etichettare la nostra follia, andando appunto a mescolare due simboli di Milano e dell’Irlanda.

 

In anticipazione a “Irish Caravan” abbiamo già potuto ascoltare il brano “Night Of The Banshee”. Possiamo dire che rappresenta in pieno il vero spirito dei Meneguinness?

 

Decisamente: è un brano che mescola diversi generi – dallo ska alla musica balcanica, dalle colonne sonore al punk – e che, soprattutto, ci permette di omaggiare le atmosfere inquietanti dei film horror di serie B, chiaramente i migliori. Oltre alla musica ci piace portare nelle nostra canzoni ciò che ci appassiona, così da rendere veramente personali le nostre creazioni. Anche il video del pezzo è un distillato di Meneguinness: tra citazioni cinematografiche e interpretazioni “impeccabili”, la follia regna sovrana. (Leggi l’articolo completo QUI )

 

Ci piace moltissimo anche il visual che avete scelto per presentare il lavoro. Atmosfere retrò. colori caldi e un outfit che richiama un’epoca passata. Quanto è importante per voi la parte grafica e l’immagine? Non si giudica un libro dalla copertina, ma un disco?

 

Il disco è nato proprio con l’idea di rappresentare il nostro viaggio musicale, perciò la grafica si è praticamente scritta da sola. Ben prima che Peaky Blinders rendesse famosissima la cultura dei travellers, i gipsy irlandesi, ne siamo sempre stati appassionati. Oalmeno da film come Into the West di Mike Newell e Snatch di Guy Ritchie. Abbiamo quindi avuto l’occasione perfetta per interpretare una parte della cultura che più ci piace, non solo con la musica.


Con quest’ultima domanda vi ringraziamo per il vostro tempo e per averci raccontato qualcosa in più sul vostro progetto.


Il nostro gruppo si è formato nel 2012 in Brianza, con la voglia di portare sul palco un genere ancora poco conosciuto in Italia, se non per i grandi nomi come Pogues, Dropkick Murphys e Flogging Molly. Dopo un primo album di brani tradizionali rivisitati à la Meneguinness nel 2014 abbiamo avuto il piacere di suonare al fianco di gruppi storici del genere e altri grandi nomi come Modena City Ramblers, The Moorings, Saor Patrol, Orthodox Celts, Marky Ramone e Vallanzaska. Nel 2016 abbiamo pubblicato il nostro primo disco di inediti, A chi non dorme, in cui abbiamo sperimentato molto a livello di generi e di scrittura: come sentirete, questo è successo ancora di più per Irish Caravan!

 

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Rivalsa, la nostra intervista a Theft, autore del disco

Rivalsa

Rivalsa, Ep dell’artista genovese Theft Giacomo Grasso, è un progetto molto intimo e personale. Esce attraverso l’etichetta: Terzo Millennio Records. L’album nasce dalla voglia di sperimentare più generi e stili, arrangiamenti e strumenti musicali. (maggiori info QUI).

L’elettronica ne fa da padrona, ma l’amore e la passione per gli strumenti suonati è pregnante in tutti i brani. Queste 5 tracce sono il riassunto di oltre 40 anni di musica che ho ascoltato, respirato, vissuto. È un po’ di tutto. C’è un po’ di tutti questi mondi”. Abbiamo rivolto qualche domanda all’artista in questa intervista.

 

Ciao Giacomo, grazie per aver accettato la nostra intervista.

Ciao e grazie a voi per avermi contattato.

 

Leggendo la tua biografia scopriamo che ti sei diplomato alla scuola d’arte Paul Klee di Genova.

Si, molti anni fa.

 

Quali sono stati i momenti caratterizzanti della tua formazione?

Dopo gli studi artistici ho deciso di mettere assieme le immagini con la musica, non riuscivo a vederle come cose separate. Quindi con il passare degli anni mi sono specializzato in nuove tecnologie e nell’uso del computer e dei software creativi. Oltre che ad arricchire la mia conoscenza di nuovi strumenti musicale ed in modo particolare quelli etnici.

 

Oltre che con la musica hai lavorato anche con aziende importanti quali Sony, Apple, Elea, Midiware, Steinberg e Roland. Hai tenuto anche lezioni presso il conservatorio di Genova. Come hai unito la passione per la musica con quella per le nuove tecnologie?

 

Come dicevo prima, non riesco a separare la musica dalle immagini e le immagini dalla musica, perchè le immagini mi ispirano a creare musica e i testi, la musica spesso mi aiuta a generare immagini. L’unico modo era unire queste due forme comunicative grazie a qualcosa che mi potesse permettere di farle comunicare.
Il computer grazie ai software era la soluzione.

 

Sei un artista a 360° perché suoni strumenti analogici anche particolari come il Bozuki greco e l’Ukulele, usi spesso tutti questi strumenti?

 

Si, molto. mi aiutano ad ampliare la mia tavolozza da pittore dei suoni.

 

Cosa hai utilizzato per “Rivalsa”?


Per la parte elettronica. Sequencer, rum machine, sintetizzatori semi modulari, sintetizzatori monofonici, filtri e manipolatori di suono real/time, stomp box che modificavano il timbro. Per la parte acustica. Chitarra acustica, chitarra elettrica, ukulele, basso, contrabbasso, tamburelli, Hand Drum e la mia voce.

 

In che modo le tue sperimentazioni sonore hanno influenzato le tue produzioni musicali e in particolar modo in Rivalsa?

Hanno permesso di dare un colore ai timbri esistenti, per dare più o meno aderenze e drammaturgia ai testi, al climax delle parti dei brani.

 

Tu hai una formazione come videomaker e grafico, nel video “Forme d’Onda” che ha anticipato l’uscita del nuovo EP hai partecipato anche alla regia?

Si, anche se è un’idea di Lisa Barsotti mia amica creativa, che dopo aver sentito il brano lo ha fatto sua e ha ispirato me e Fabrizio Repetto. Anche lui amico e musicista di lunga data che mi ha aiutato nelle riprese, io mi sono occupato del montaggio e della post produzione, il loro aiuto è stato fondamentale.

 

La tua musica sembra unire diverse influenze musicali elettroniche e non. Quali gruppi ti hanno ispirato maggiormente?

Ho iniziato ad amare la musica fine anni 70 inizi anni 80, mi porto dietro la cultura progressive rock anche se poi l’ho totalmente abbandonata per la new wave, dark wave, new romantic perché questi generi li sentivo più miei. Mi hanno segnato di sicuro i Joy Division, The Cure, Depche Mode, i primissimi U2, poi in modo più recente i Nine Inch Nails, Moderat, Apparat, Massive Attack, Rammstein, Olafur Arnalds, Max Richter, Nils Frahm, Sigur Ros.


Dopo aver suonato insieme a vari gruppi locali e come solista ora stai collaborando con un amico di lunga data ad alcuni progetti multimediali. Raccontaci questa esperienza.

Si, è un amico di lunga data un bravissimo clarinettista e si occupa di arti visive era il mio docente al liceo, non ci siamo mai persi solo allontanati ma poi sempre ritrovati.  Con lui faccio Spettacoli di musica e immagini dal vivo.

 

Grazie per il tuo tempo e in bocca al lupo per la tua musica.

Grazie a voi per avermi ascoltato.

 

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Mylane pubblicano il loro primo Full Lengt Album, ecco la nostra intervista

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Chasing Lines è il primo full length dei MYLANE, alternative metal band lombarda, disponibile da venerdì 14 ottobre per la label Bagana / B District, distribuito da Pirames International. La formazione presenterà dal vivo il nuovo lavoro sabato 29 ottobre al Rock n Roll di Rho (MI), la serata sarà ad ingresso gratuito. “Chasing Lines” è un debutto di 11 tracce, un intrigante mix tra nu metal e alternative metal di stampo moderno dei primi anni 2000, aggressivo ma allo stesso tempo melodico. Noi abbiamo raggiunto la band con qualche domanda. Ecco cosa ci raccontano:

 Ciao ragazzi, benvenuti sulle nostre pagine. In questo momento siete in piena fase promozionale del vostro primo full length album “Chasing Lines”. Quanto sudore avete messo in queste undici tracce?

È un album cominciato all’inizio del 2019 e concluso nella primavera del 2022. È stato un percorso lungo, pieno di imprevisti che abbiamo vissuto tutti, in primis il Covid e il fatto di non poter vederci di persona. Abbiamo scritto dei brani in sala prove, altri in casa, altri ancora in collegamento Skype.
Sono brani ai quali tutti noi abbiamo partecipato, provando ad inserire i nostri gusti musicali, le nostre idee, qualcosa che comunque rappresentasse tutti. “Chasing Lines” è stato il nostro cammino durante questo triennio, tra alti e bassi, in cui abbiamo cercato di metter dentro le nostre esperienze di vita.

Nella vostra biografia alla voce “genere musicale” leggiamo alternative metal. In questa definizione possiamo raccogliere una serie di elementi e sonorità diverse. Quali sono le caratteristiche principali del vostro sound?

Il nostro sound è abbastanza variegato anche perché tra di noi abbiamo influenze diverse. Ci sono brani più aggressivi, altri più melodici ed orchestrali, altri più elettronici, restando comunque nel genere che ci rappresenta, ovvero l’alternative metal. Alcune band di riferimento per noi possono essere Three Days Grace, Breaking Benjamin e Red.

Nel vostro quarto singolo “Real Lies” vi mettete in gioco in prima persona “mettendoci la faccia”. Siete voi stessi sul palco, senza filtri e senza maschere. Quanto è importante per voi avere un rapporto diretto con il vostro pubblico?

Assolutamente sì, cerchiamo di essere sempre genuini e cercare di sfruttare le nostre caratteristiche personali per dare un qualcosa di più in ogni sfumatura del progetto. Con il pubblico siamo sempre noi stessi perché sono amici, conoscenti, oppure volti nuovi che sono lì per la nostra Musica. Se sono venuti a sentirci, vuol dire che hanno investito il loro tempo per noi e questo per noi è più che gratificante e una responsabilità enorme, soprattutto di questi tempi. Uno show senza pubblico non sarebbe uno show e soprattutto gli artisti non sarebbero tali senza qualcuno che li segue e li ascolta.

Chasing Lines tocca una serie di argomenti che spaziano dalla sfera personale a quella sentimentale, per passare anche a temi più impegnati come in “Unbreakable”. Possiamo dire che questo lavoro è un po’ figlio dei tempi? Di quelli che sono stati e di quelli che stiamo vivendo adesso….

Certamente sì. “Unbreakable”, ad esempio, è stata ispirata dalla crisi climatica globale che stiamo vivendo e da tutto quello che sta accadendo sul nostro pianeta. Siamo ciechi di fronte ai segnali inequivocabili che vediamo ormai quotidianamente e sordi alle urla di sofferenza che la nostra madre terra ci sta lanciando e questo ci spinge sempre di più verso il baratro.
Altri testi raccontano esperienze più personali di alienazione e di isolamento, dettate dalle particolari esperienze vissute negli ultimi due anni di pandemia. Sicuramente è un qualcosa che, anche se per ognuno in maniera diversa, ha inevitabilmente segnato tutti noi.

Parliamo adesso di Milano. Sì perché è impossibile non notare l’assonanza con il nome della band e quello della vostra città. Inoltre se non sbaglio anche l’artwork richiama la mappa urbana, è la linea gialla della metro?

L’idea del nome è nata proprio dal nostro punto d’incontro, ovvero Milano. Abbiamo cercato di portare tutto il concetto anche nell’artwork del CD, inserendo tutte le zone di Milano all’interno delle pagine del Booklet.
In realtà le linee gialle non sono il percorso della metro ma le “strade” di noi quattro componenti che si sono incontrate (metaforicamente in centro città) e che hanno dato vita a questo progetto. Questo è il piccolo Easter Egg che si nasconde nella copertina e nel Booklet di Chasing Lines.

Come ultima domanda vogliamo toccare l’argomento live. Si avvicina anche ilrelease party del 29 ottobre al Rock ‘n’ Roll di Rho (MI). Il carico emotivo di un release è sempre più pesante rispetto a quello di un live tradizionale. Come vi sentite? Avete un rito scaramantico con cui vi preparate?

In realtà non abbiamo veri e propri riti scaramantici: cerchiamo sempre di dare il nostro meglio ogni volta che saliamo sul palco. Siamo dell’idea che la performance debba essere sempre al massimo, a prescindere dall’evento, che sia un release party, una data in un locale grande o in un locale piccolo. Cerchiamo di migliorarci sempre, a partire dal lavoro a casa singolarmente per metterci a disposizione di tutti in sala prove. L’impegno e la costanza sono, secondo noi, sempre la chiave per riuscire a dare sempre il meglio. È chiaro che il Release Party ha un peso emotivo diverso perché finalmente possiamo scoprire il velo per la prima volta sui brani che abbiamo tenuto nascosti in questi mesi. Un saluto ai lettori e un ringraziamento speciale a RockMyLife! Non vediamo l’ora di vedervi tutti lì con noi il prossimo Sabato 29 Ottobre al Rock N’ Roll di Rho!

Vi ringrazio per il vostro tempo, Rock My Life vi augura buona musica!!!

Tracklist Chasing Lines

Intro.
In This Hell.
Unbreakable.
One Last Chance.
On The Sand Grains.
Real Lies.
Blue Drop.
Memories.
Last Breath.
The Way To You.
Save Yourself.

Mylane sono:

Pietro Canette (Voce)
Andrea Curti (Chitarra, Cori, Programmazione)
Luca Maddonini (Basso)
Fulvio Santarpia (Batteria, Programmazione).

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Altro su Mylane: QUI

Toro, il nuovo singolo di Francesco Setta, ce ne parla in questa intervista.

Toro

Toro è il nuovo singolo di Francesco Setta, per noi un graditissimo ritorno sulle nostre pagine. Abbiamo fatto qualche domanda all’artista per scoprire qualcosa in più sul suo lavoro e sui suoi progetti. Ecco cosa ci ha raccontato.

Bentrovato Francesco!! E’ bello averti ancora sulle nostre pagine per parlare del tuo nuovo singolo uscito lo scorso 29 Settembre. Come sta andando? Sei soddisfatto di questa tua nuova creatura?

Anch’io sono contento di tornare a confrontarmi con il vostro format, anzi colgo l’occasione per ringraziarvi dello spazio che mi state dedicando, apprezzo molto quello che fate! Toro sta andando molto bene, sicuramente rispetto al passato è sempre più difficile imporsi tra le centinaia di singoli che escono ogni giorno.

Fino ad ora ho ricevuto parecchio apprezzamento da tanti addetti ai lavori, che forse è la gratificazione per eccellenza che puoi ricevere, il pubblico viene poi da se. Per quanto riguarda la soddisfazione, sono carichissimo perché come avete ascoltato in questo brano e vi anticipo sentirete nei prossimi lavori che usciranno, sta prendendo sempre più forma la mia dimensione artistica.

Ho lavorato tanto, sperimentato e abbandonato qualsiasi schema imposto per abbracciare questo sound, che devo dire mi calza a pennello, come un capo di alta sartoria cucito a mano!

Anche per Toro hai portato avanti il sodalizio artistico con Max Zanotti. Del resto si dice che squadra che vince non si cambia. Parlaci di questa collaborazione.

Con Max ormai siamo un tutt’uno in studio, abbiamo la giusta affinità che serve ad un progetto per essere sempre in costante crescita. Inoltre se parliamo nel dettaglio di Max e delle sue doti di produzione, si può affermare tranquillamente che sia uno dei produttori di maggior prestigio attualmente in attività in Italia.

Sono sicuro di essere sulla strada giusta da percorrere, sicuramente non abbiamo scelto quella più veloce e più comoda, ma quella che più mi fa sentire felice e mi completa!

Tu sei un artista che riusciamo difficilmente ad incasellare in un genere musicale ben preciso. Possiamo dire che la tua musica attraversa trasversalmente più stili. Attraverso i tuoi lavori possiamo ascoltare il pop, il rock, c’è del punk e anche del rap. Da dove arrivano queste contaminazioni?

Ammetto che sono felice di non essere facilmente classificato, etichettato e appoggiato sopra ad uno scaffale (l’esempio calza a pennello con quello che accade oggigiorno). Anzi è un orgoglio per me sapere di creare un sound e mood totalmente personale, incentrato su quello che sono e quello che penso.

Le mie contaminazioni sono varie , tante quante le arti d cui mi nutro costantemente. Sono un grande appassionato di cinema e romanzi, e negli ultimi anni ho iniziato ad apprezzare parecchio anche la scultura e la pittura, ovviamente vivere in Italia semplifica a tutti noi la ricerca i queste meraviglie.

Per quanto riguarda la musica ho sempre ascoltato tutto quello che mi dava emozioni, senza mai denigrare nessun genere. Ho a casa cassette e dischi dei Nirvana, Litfiba, Toto, Lucio Battisti, Vasco Rossi, Frank Sinatra, Depeche Mode, Bruce Springsteen, Tupac, Notorius Big, Eminem, Bob Dylan, Metallica, Iron Maiden, Club Dogo, Marracash ecc.

Non hanno nessuna connessione tra loro, ma quando un prodotto musicale è fatto con stile, vena artistica e professionalità deve essere preso in considerazione, ascoltato e riascoltato per coglierne ogni aspetto.

La chiave di lettura del nuovo singolo è senza dubbio l’ironia. L’accento cade sempre sulla dittatura mediatica dei social network, delle radio, delle tv. Oggi se non appari mai, se non ostenti non sei nessuno. Tu quanto sei social?

Purtroppo sono costretto a essere social più di quello che mi viene spontaneo, la promozione di un singolo o di un disco ora hanno delle fondamenta ben piantate nel mondo digitale.

Ignorare la tecnologia e il tessuto sociale che si evolve con essa vorrebbe dire tagliarsi fuori da qualsiasi tipo di riscontro con il pubblico. Ammetto che a volte sono ancora un po’ goffo, forse ingenuo con i social network, però vi prometto che imparerò ad utilizzarli in futuro!;)

Il mio pensiero va a chi li usa senza condizione di termine, inghiottiti dalla marea di trash e pubblicità spalmata ormai ovunque. Ci vorrebbe un po’ di “pulizia intellettuale”. In un intervista Umberto Eco riguardo ai social disse:
“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel”. Più chiaro di così…..

Parliamo adesso di Francesco Setta on stage. Non è un segreto che ad ogni artista piace stare sul palco con il suo strumento davanti ad un pubblico che applaude. In questa società in cui tutto cambia così rapidamente, è più gratificante avere tanti ascolti in streaming e sapere che la tua musica gira tanto online o avere un pubblico nutrito ai tuoi concerti?

Penso che per noi artisti a cavallo tra la vecchia scuola del cantautorato e la digitalizzazione musicale, questi due aspetti abbiano importanza equivalente. Strizziamo l’occhio agli streaming, ci gongoliamo del “like” e della “condivisione” ma allo stesso tempo muoriamo per il palco, l’applauso, l’emozione della musica dal vivo. Ovviamente se avessi la bacchetta magica mi organizzerei 365 concerti l’anno! Infondo i dischi si fanno per cantarli poi dal vivo, sbaglio?

Siamo arrivati alla fine di questa intervista, vogliamo concluderla immaginandoti chiuso in una stanza a comporre i tuoi brani. Da dove arriva l’ispirazione? Qual è lo stato d’animo o la situazione che fa scattare la molla e fa muovere le dita sulla chitarra?

Spesso la rabbia, a volte l’infelicità, la nostalgia o l’insoddisfazione, e anche quando c’è dell’ironia nei testi e sempre accompagnata da uno di questi sentimenti scatenanti. Quando sono felice vado al bar a bere una birra con i miei amici.

Grazie mille per il tuo tempo e in bocca al lupo per “Toro”.

Continua a seguire Francesco Setta e ad ascoltare Toro attraverso i link:

Leggi altro di Rock My Life su Francesco Setta: Uomo per Meta’, Il nuovo EP di Francesco Setta

Rockers, Diario sulle strade del Rock ‘n’ Roll – Intervista a Fausto Donato

Rockers

Il Libro Rockers, diario sulle strade del Rock ‘n’ Roll è disponibile in tutte le librerie attraverso la casa editrice Officina di Hank. L’autore, Fausto Donato è l’ A&R Manager e direttore artistico che ha lavorato per più di trent’anni nelle più prestigiose case discografiche italiane.

Dopo una sola settimana dalla sua uscita, il libro ha raggiunto il primo posto tra le novità più interessanti di Amazon nella sua categoria. Noi abbiamo rivolto qualche domanda all’autore per farci raccontare la sua esperienza.

Ciao Fausto, grazie per aver accettato di rispondere alle nostre domande e benvenuto su Rock My Life. Probabilmente sei nel posto giusto per raccontare la tua storia. Nelle tue vene scorre musica, Rolling Stones, chitarre distorte e riff frenetici che ti accompagnano fin dall’infanzia. Ricordi il primo concerto rock che hai visto?

Il primo concerto a cui ho assistito nella mia vita fu il concerto dalla band di mio fratello franco. Si chiamavano “I Volanti”. Suonavano un repertorio di cover rhythm and blues, soul, rock and roll. Era una band che faceva feste di piazza, nulla di che. Io avevo 9 anni e rimasi fulminato dalla batteria, dal suono che produceva e già quel giorno decisi che avrei voluto fare quella “cosa”, ovvero salire su un palco e suonare davanti a un pubblico.

Poi in realtà il primo concerto a pagamento che vidi fu quello della PFM al Palasport di Roma. Avevo 14 anni e all’epoca c’erano pochissimi concerti in Italia per via dei disordini e contestazioni politiche che si scatenavano sistematicamente all’esterno dei palasport. Non era esattamente un concerto rock, ma quasi.

Da spettatore diventi ben presto protagonista. Infatti, tra le altre cose il tuo libro racconta di un tour negli USA in cui la tua band ha aperto concerti al fianco di Iron Maiden, Ramones, Exodus ecc… Eravate consapevoli di ciò che vi stava accadendo e di ciò che sarebbe poi stata la vostra carriera?

Aprimmo per le band che citi nella domanda non negli States ma in Italia. Nel 1980 i Ramones a Roma Castel Sant’Angelo e nel 1981 gli Iron Maiden a Padova e Milano. In America aprimmo solo per i Dead Kennedy’s e fu altra storia. Non fummo mai consapevoli di ciò che ci stava accadendo perché eravamo estremamente concentrati a goderci quei momenti, quelle ore straordinarie. Mai pensammo che da lì poi qualcosa sarebbe potuta accadere. Non siamo mai stati calcolatori e acuti imprenditori di noi stessi. Lì ci sarebbe servito un buon manager…

Parliamo di una collaborazione importante. Hai affidato la prefazione di Rockers, diario sulle strade del Rock ‘n’ Roll a Caparezza. Oltre al rapporto professionale so che vi lega anche una profonda amicizia. Perché hai scelto proprio lui per questo libro?

23 anni di rapporto praticamente quotidiano, questi siamo io e Michele. Tante ore passate sulla musica, la sua musica ovviamente, e tante ore passate a parlare di vita, fare viaggi, cazzeggiare, tirare fuori idee assurde che parecchie volte poi sono diventare realtà. Come questo libro.

Raccontandogli aneddoti e parecchie delle storie contenute in queste pagine, lui spesso mi spronava a scrivere, a mettere tutto su carta. Insomma un giorno finalmente mi sono deciso e lui subito mi rispose si quando gli chiesi se aveva voglia di scrivere due righe di prefazione.

Fra tutti i ricordi racchiusi in questo diario di viaggio ci sono “decine di aneddoti che trasudano Rock ‘n’ Roll”. Noi di Rock My Life siamo più che convinti che oltre ad essere un genere musicale sia soprattutto uno stile di vita. Diciamo sempre che le vere borchie sono quelle che abbiamo dentro. Sei d’accordo?

Sono molto d’accordo. Il titolo del libro non è un caso. Oltre ad essere il titolo di una delle mie canzoni preferite della band, i Raff, secondo me racchiude ciò in cui in tanti si possono rivedere. Rocker non è solo girare con i jeans stracciati e il giubbotto di pelle, o con la maglietta degli Iron Maiden e farsi le foto con la lingua di fuori mentre fai le corna con le mani.

Rockers può essere, e credo sia, chiunque abbia scelto di fare la vita che vuole fare, il lavoro che vuole fare, felice della scelta che ha fatto. Dall’ avvocato al postino, dal fabbro all’astronauta, dall’ostetrica allo chefLa libertà di animo e di spirito, secondo me marchia il rocker a vita.

Tu Fausto hai vissuto in pieno tutta l’epoca dell’analogico, del vinile, della musica suonata con strumenti veri. Con l’avvento del digitale sicuramente molte cose sono diventate più semplici, ma ultimamente sembra ci sia una riscoperta di ciò che ci ha preceduto. Anche se quell’epoca non tornerà più possiamo dire che forse è tutt’altro che morta e sepolta. Cosa ne pensi?

Sembrava morta e sepolta, ma per fortuna non lo è e credo non lo sarà mai. È la qualità’ che vince sempre e nessuna tecnologia potrà mai prendere posto del fattore emotivo che crea un rito come quello dell’ascolto di un vinile o il suono di uno strumento vero. Il mercato del vinile, da zero che era qualche anno fa, adesso è in continua crescita. Certo, i numeri dello streaming sono e restano ancora molto alti a confronto del fisico, però è bello e fa pensare vedere tantissimi ragazzi sotto i 25 anni che comprano vinile e lo preferiscono alle cuffiette del cellulare. Stesso dicasi per gli strumenti veri.

Hai lavorato anche come giornalista per delle testate di riferimento nel panorama della musica italiana e non solo. Qual è l’aspetto che più amavi e che più ami della scrittura “about music”?

Nel periodo in cui ho lavorato come giornalista e redattore per testate musicali avevo come direttori e colleghi delle firme davvero importanti del giornalismo musicale. Avevo solo e sempre da imparare. Non era facile stargli dietro, ma è stata un’incredibile scuola di giornalismo. Ciò che amavo di più era la preparazione ad un intervista, l’approccio all’artista. Dovevi conoscere tutto e di più. Mai andare impreparato e improvvisare, ti avrebbero distrutto.

Mi interessava molto il confronto con gli altri colleghi, le chiacchiere fino a notte fonda sull’esito dell’intervista e sul personaggio che avevo appena incontrato. Aspettare di vedere la tua intervista, recensione, pubblicata, leggerla e fare dove c’era bisogno autocritica su ciò che poteva essere scritto meglio o diversamente. Scrivere era un atto di grossa responsabilità. Almeno io lo vivevo così.

Vogliamo salutarti chiedendoti un’opinione e anche un consiglio, per tutti coloro che si avvicinano al mestiere del giornalista nel settore musica. Ne vale ancora la pena? Grazie per essere stato con noi!!!

Fare il giornalista musicale ? Ne vale sempre la pena. Solo però se davvero si vuole fare con un giusto criterio di analisi e critica, che va al di la dei propri gusti. Altrimenti meglio non farlo. Serve conoscere molto bene il passato della musica per poter analizzare bene e “giudicare” il presente. Bisogna ricordarsi sempre che non è bella soltanto la musica che gira nel proprio iPhone.

Potete trovare Rockers, diario sulle strade del rock ‘n’roll qui:

https://www.mondadoristore.it/Rockers-Diario-sulle-strade-Fausto-Donato/eai979128013384/

Be Unwelcome Or Die, gli Unwelcome sono i benvenuti.

Unwelcome cover

Be Unwelcome Or Die, ma qui gli Unwelcome sono i benvenuti.

Le influenze spesso determinano molto nel sound e nella composizione di una band. Quando queste influenze rasentano l’infinito, però, può nascere qualcosa di personale e riconoscibile.

È il caso degli Unwelcome, che dal lontano 1994, anno della creazione del gruppo, cercano di comporre cose nuove e originali. Il loro è un crossover che mischia tutte le esperienze dei singoli elementi, che convergono in un progetto che, dai primi ascolti, si percepisce come molto personale.

Be Unwelcome Or Die (Ammonia records) è l’ultimo album della band Unwelcome (leggi qui l’intervista alla band). Il lavoro, composto da undici tracce di heavy rock, rappresenta il ritorno sulla lunga distanza per una delle band cardine del movimento crossover italiano di fine anni ‘90.

Il gruppo piemontese, che durante il lockdown aveva pubblicato il singolo Colors of War a supporto della protesta Black Lives Matter, ha sfruttato questo periodo per completare le nuove canzoni. Anticipato dai singoli The Dobermann e Drive (cover dell’intramontabile capolavoro dei R.E.M.), l’album porta a compimento il percorso di crescita degli Unwelcome, iniziato con un crossover per poi trasformarsi in un suono moderno e completo.

Il disco è stato prodotto, registrato, mixato e masterizzato dal cantante Andrea al TheCave nell’estate del 2021.

La band è composta da Andrea: voci, chitarra, basso, tastiere. Livio: chitarre. Maxim: batteria. Casci: basso. Copertina e grafiche sono a cura di Valerio Berruti.

Ne esce quindi un lavoro ben fatto e, proprio per la grande varietà delle canzoni che non risulta fine a se stessa, è apprezzabile dagli amanti di vari generi musicali.

Proponiamo quindi un track by track delle 11 canzoni che compongono Be Unwelcome Or Die.

Thisisus

La traccia che apre il disco serve a sintonizzare l’ascoltatore, ma in realtà le frequenze all’interno dell’album saranno molte. Intanto l’approccio è di quelli belli potenti e allo stesso tempo acidi: dal basso che pulsa quasi a ritmo cardiaco rilassato – e che bisogna dire ha un bel sound – alla voce di Andrea che danza e si intreccia, fino alla tachicardia della potenza sonora che l’intera band è in grado di sprigionare nel suo insieme. Il tutto si sposa bene per quella può essere considerata quasi più una intro che una canzone vera e propria, ma che funziona e fa capire in che mondo siamo proiettati. Voto: 7,5.

Freejazzpunkblahblah

Forse il pezzo più pazzo, ma anche tra i più belli dell’album. Anche qua bisogna fare i complimenti alla sezione ritmica, sempre molto presente e centrata, mentre la chitarra porta in melodie arpeggiate e distorte sulla strofa, per poi ingigantirsi nelle parti più incisive. Qui il cantante Andrea mostra ancora un cantato acido e paranoico, salvo poi salire di giri e di potenza ai limiti del growl nel ritornello. L’intermezzo jazz con il sassofono spiazza, specialmente al primo ascolto. Ed è per questo che piace ed è apprezzato. Insomma, il pezzo incarna tutto l’estro e la fantasia degli Unwelcome e merita un bel voto: 8,5.

Sick&Destroy

Un pezzo che trasuda rabbia e voglia di ribellione. Due minuti e mezzo in cui gli Unwelcome pestano sugli strumenti lasciando trasparire la loro attitudine variegata, grazie agli intermezzi arpeggiati misti alle accelerazioni cassa-rullante quasi tipiche del punk. E con un cantato rabbioso che porta una certa dose di grinta anche a chi ascolta. Voto: 6,5.

Gap

Si entra nei ranghi dell’alternative rock con un pezzo dalle tinte molto “stars and stripes”. Anche qui si nota la grande varietà di stili che gli Unwelcome mettono in campo, pur mantenendo il loro sound apprezzato anche nelle tracce precedenti. Anche se, a dirla tutta, appare come la traccia forse meno ispirata del lotto. Voto: 6.

The Dobermann

Come suggerisce il titolo, qui ci accoglie il ruggito di un Dobermann, mentre il rullante apre ad un cantato ipnotico e quasi sussurrato, ammantato da strumenti effettati e un ritmo avvolgente. E l’inciso è di nuovo rabbioso e coinvolgente. Pezzo ben fatto e che si ascolta con piacere, tra i più riusciti di Be Unwelcome Or Die. Voto: 8,5.

Plan-B

La velocità diminuisce, ma non il patos. Qui è il riff di chitarra a farla da padrone, armonizzato alla perfezione. La voce rimane quasi in secondo piano, molto parlata, dando spazio all’emozione strumentale. Voto: 7.

Pressing Walter

Un arpeggio crunchato apre a un nuovo cantato acido, prima di tornare a spingere con il muro sonoro imposto dagli Unwelcome. Apprezzabile anche l’intermezzo bassistico che apre a un bridge molto ispirato e fa alzare il giudizio complessivo del pezzo, che si chiude poi con un nuovo arpeggio. Voto: 7,5.

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Ancora una volta la sezione ritmica torna protagonista, con una batteria ritmata e un basso bello potente che cattura l’attenzione per tutto il pezzo. Il cambio di marcia arriva nel ritornello, bello potente e aggressivo come ormai gli Unwelcome hanno abituato in questo Be Unwelcome Or Die. Voto: 6,5.

Drive

Qui si parla di una cover di un gruppo intramontabile come i R.E.M. E anticipiamo che ci è piaciuta. Intro di basso di pochi secondi e poi via verso una traccia che si potrebbe ascoltare in macchina a 130 all’ora. Basta chiudere gli occhi per ritrovarsi sulla Route 66 o su un’altra di quelle iconiche strade americane. E infatti la canzone si chiama Drive non a caso. Pezzo riarrangiato sulle sonorità degli Unwelcome che fa il suo lavoro in pieno, tra i più riusciti di questo Be Unwelcome Or Die. Voto: 8,5.

Beautiful

Ritmi stoppati e un cantato arrabbiato: qui la grinta torna a farla da padrone, ma gli Unwelcome non disdegnano i loro cambi di ritmo a cui ormai ci hanno abituato. Ben realizzati in questa Beautiful, che merita un buon giudizio. Bello anche il solo centrale, uno dei pochi realizzati in Be Unwelcome Or Die, come i tempi moderni ormai (opinabilmente) richiedono. Voto: 7.

Judah Knows

Be Unwelcome Or Die si chiude con questa traccia riflessiva e introspettiva. Giusta la scelta di posizionare alla fine un pezzo come questo, che invita però a ragionare e trasporta verso altri lidi. Voto: 6,5.

Giudizio finale.

Be Unwelcome Or Die è un bel disco. Si lascia ascoltare e riascoltare senza annoiare e questo, per una band, è già di per sé un complimento. Pochi passaggi a vuoto e un sound molto ben riconoscibile, nel quale si possono ammirare le molte sfaccettature di una band che, nonostante le tantissime influenze tutte diverse tra loro, sa quello che vuole. Il risultato è un buon prodotto che può piacere molto agli amanti del genere e, in certe occasioni, anche a chi questo tipo di musica piace meno, come nel caso della cover di Drive e dell’inedita The Dobermann.

Voto finale: 73.

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Nabat e Klasse Kriminale, la nostra intervista

Nabat e Klasse Kriminale

Dal 16 giugno è disponibile in cinquecento copie numerate a mano “TNT”, sette pollici fuori su Ammonia Records e Tufo Rock Records, collaborazione tra due pilastri dell’ Oi! italiano quali Nabat e Klasse Kriminale.

Sul lato a i Nabat incidono “Lunatici Romantici” dei Klasse Kriminale, mentre i Klasse Kriminale rendono il favore scegliendo “Nabat” dei Nabat. Sul lato b le band duettano riproponendo “Rock’n’Roll Preacher” degli Slade in un infuocato adattamento italiano che ne mantiene il ritornello in lingua originale.

Il comunicato stampa introduce questa uscita raccontando di come il progetto sia nato a seguito della serata suonata assieme il 19 gennaio 2019 al Vecchio Son di Bologna. Mi è capitato recentemente di vedere queste due band condividere il palco, la magia è sempre palpabile, la risposta del pubblico assolutamente calorosa ed entusiasta.

Diventa totalmente comprensibile e doverosa un’ uscita che sancisca questa stupenda amicizia e completa sinergia. Siamo andati a fare una chiacchierata con le due band alla scoperta della loro storia e di questa nuova release.

Ciao ragazzi, grazie mille di aver accettato di dedicarci un po’ del vostro tempo. Vorrei cominciare chiedendovi se potete raccontarci come nasce la vostra amicizia? Dove vi siete conosciuti? Quali sono state le reciproche impressioni?

Marco: ho conosciuto Steno tramite Tiziano Ansaldi, nostro amico in comune, al primo raduno Oi!
nel 1982. In seguito andammo a casa di Steno, dove notai la custodia di un basso, un baracchino
CB e la fascia NAZI PUNKS FUCK OFF regalata con il singolo dei Dead Kennedys, il nostro viaggio era
iniziato.

Nonostante proveniate da due realtà molto diverse come Bologna e Savona, malgrado abbiate cominciato i rispettivi discorsi in due momenti storici vicini ma completamente differenti, come pensate sia possibile che le vostre sensibilità siano così in sintonia?

Steno: in realtà siamo entrambi figli dello stesso periodo, abbiamo in comune la stessa radice.
Come ha detto prima Marco, Tiziano Ansaldi era un grande amico di entrambi, un grande
appassionato di musica ed era poco più grande di noi: i suoi “insegnamenti” hanno formato
entrambi.

Qual’è stato il processo nella scelta dei rispettivi brani da coverizzare? Com’è stato calarsi nei panni musicali l’uno dell’altro? Avete trovato qualche differenza sostanziale rispetto ad incidere una cover di qualcuno con cui non c’è un legame del tipo che vi unisce?

Marco: “NABAT” è un brano a cui sono molto legato e viene da UN ALTRO GIORNO DI GLORIA, che
è il disco che ha definito lo street punk in Italia. Abbiamo testato la cover dal vivo in una data in cui
suonavamo insieme e abbiamo chiamato Steno sul palco a cantare con noi, la cosa ha funzionato e
quindi abbiamo deciso di registrarla. I Nabat sono una band dal suono incredibilmente solido e
“quadrato” e noi abbiamo fatto la nostra versione.

Steno: “LUNATICI ROMANTICI” ci è stata suggerita da Felice, nostro amico in comune. Il brano è
atipico se pensiamo alla musica dei Klasse Kriminale, ci esaltava il ritornello e la struttura del
brano. Il fatto che fosse un pezzo che già conoscevamo bene ha reso tutto più semplice.

Potete spiegare, ai meno avvezzi all’ambiente skinhead, la ragione di duettare il brano di una band come gli Slade che nell’ immaginario collettivo spesso resta legata ad un contesto esclusivamente glam rock?

Steno: gli Slade sono uno dei gruppi che noi consideriamo “proto-Oi!”. Anche loro agli inizi erano
skinhead e hanno sempre avuto un seguito molto importante tra i ragazzi per questo ci è
sembrato normale fare un tributo a questa band che noi stimiamo molto.

Entrambe le band affondano le proprie radici in un sound totalizzante che, spessissimo, non si limita a determinare un mero sottofondo musicale alla propria quotidianità, ma si impone dettando lo stile di vita di chi abbraccia la scelta di suonare Oi! Cosa ha significato per voi questa scelta? Come avete incontrato questa musica?

Steno: proprio con gruppi come gli Slade, Sweet, Angelic Upstarts e Sham 69 abbiamo capito ciò
che volevamo fare. Personalmente sono molto legato agli Sham e al loro brano IF THE KIDS ARE
UNITED che ha tracciato il solco per molti di noi.

Marco: Si! gli Sham 69 sono l’essenza di tutto questo. Noi eravamo li quando questa musica stava
passando, ci ha come investito, ci ha dato energia, ha incanalato la nostra rabbia, ci ha fatto
crescere, ci ha dato speranza, ci ha dato una via, ci ha fatto incontrare.

Rispetto a quando avete cominciato i vostri percorsi, cosa pensate sia cambiato e cosa sia rimasto uguale nei giovani che si avvicinano al mondo skin?

Steno e Marco: come allora, anche adesso chi si avvicina a questo mondo lo fa per un senso di
appartenenza, o semplicemente perché non si ritrova nella musica mainstream di oggi.
Generalmente sono ragazzi molto bene informati che conoscono la storia di questa sottocultura.
Sicuramente noi non avevamo la disponibilità di informazioni dei ragazzi di oggi e quindi era un
tutto un po’ più misterioso e quindi affascinante.

Entrambi siete sempre stati attivissimi non solo musicalmente, ma anche come promotori dei più svariati progetti: fanzine, etichette, associazioni, spazi di aggregazione, recupero e riscoperta di “voci” spesso ignorate dalla maggior parte delle persone. Ad oggi qual’è il vostro punto di vista nei confronti della partecipazione verso questo tipo di discorso? Riscontrate ancora un forte entusiasmo nei confronti di certi temi? Trovate che ci sia un ricambio generazionale?

Steno: da tanti anni gestisco un centro musicale underground, il Vecchio Son, che ha al suo interno
diverse attività fra cui la scuola di musica dedicata al nostro caro amico Angelo Conti, il chitarrista
della Banda Bassotti che è venuto a mancare di recente. La scuola di musica, in cui insegnano
anche Marco chitarrista dei Nabat e JJ batterista dei Klasse Kriminale, raccoglie allievi di tutte le
età: è già da qualche anno che siamo testimoni di un ricambio generazionale importante.

Marco: anche se il Punk e certe cose hanno perso il suo valore dirompente qualcosa mantiene
sempre i ragazzi in movimento, sono stato molto colpito a Genova dall’Adescite Fest! e
dall’iniziativa “Oi! Fatti Un Ambulanza”.

Vi lascio con un ringraziamento personale per tutti questi anni di impegno costante al fine di mantenere vivi spazi e realtà di cui tutti possiamo ancora usufruire, supporti sui quali possiamo documentarci, uno spirito e una coscienza che apre gli occhi ancora a tanti ogni giorno. Vi chiedo se avete voglia di concludere condividendo con noi un ricordo, chi era per voi Tiziano Ansaldi e perché tenerne viva la memoria è tanto importante per chi ha scelto la musica come mezzo d’espressione nel nostro paese?

Steno: con Tiziano Ansaldi sono stati anni fantastici e sono tanti i ricordi legati a lui… Non potrò
mai dimenticare la sua espressione soddisfatta dopo il concerto dei Black Flag a Milano nel 1983.

Grazie mille ragazzi ci vediamo sotto al palco, nel frattempo continuate a seguire Klasse Kriminale e Nabat qui:

Klasse Kriminale
Spotify: https://open.spotify.com/artist/4vHvTif4JA3AQLVEQCuuDa
Instagram: https://www.instagram.com/klassekriminale/?hl=it
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Nabat
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Website: https://nabat.it

Unwelcome in rampa di lancio. L’intervista.

Unwelcome

Unwelcome in rampa di lancio con un nuovo album carico di adrenalina.

Già disponibile in digital download, in streaming e in cddigipackBe Unwelcome Or Die” (Ammonia records), il nuovo disco della heavy rock band piemontese Unwelcome. Il lavoro, composto da undici tracce di heavy rock, rappresenta il ritorno sulla lunga distanza per una delle band cardine del movimento crossover italiano di fine anni ‘90.

La band, che durante il lockdown aveva pubblicato il singolo “Colors of War” a supporto della protesta Black Lives Matter, ha sfruttato questo periodo per completare le nuove canzoni. Anticipato dai singoli “The Dobermann” e “Drive”, quest’ultimo cover dell’intramontabile capolavoro dei R.E.M., l’album porta a compimento il percorso di crescita degli Unwelcome, iniziato con un crossover per poi trasformarsi in suono moderno e completo.

Noi di Rock My Life abbiamo intercettato Andrea, voce e chitarra del gruppo, per farci raccontare il lavoro che c’è dietro alla loro ultima fatica discografica.

Ciao ragazzi, intanto complimenti per l’ottimo lavoro, rimanete collegati su queste pagine per la recensione che uscirà nei prossimi giorni. La prima cosa che emerge ascoltando il vostro disco “Be Unwelcome or Die” è proprio la grande varietà di generi musicali che si colgono all’interno delle canzoni. A un certo punto spunta anche del jazz. Insomma, l’impressione è quella di un crossover che non guarda in faccia gli stereotipi e punta dritto verso i vostri gusti musicali, senza se e senza ma. Siete d’accordo?

Grazie per i complimenti, mi fa molto piacere sapere che il disco è stato apprezzato e sono curioso di leggere la recensione. Sono assolutamente d’accordo, abbiamo sempre considerato la nostra musica come crossover. Ci piace molto ibridare, cogliere un po’ ovunque influenze e contaminazioni e farle nostre. Cerchiamo da sempre di essere non banali, di sorprendere e spiazzare chi ci ascolta, non ci interessa ripetere all’infinito una formula oppure un suono. Ci annoiamo facilmente e per questo ci piace cambiare, evolvere, fare sempre cose diverse e – almeno per noi – stimolanti. Ben venga quindi il jazz, ma anche l’elettronica, il grunge, la newwave. Noi abbiamo coniato una definizione per la nostra musica che pensiamo calzi a pennello, ovvero “Space-Core”.

Però da qualche parte bisognerà pur partire. E quindi viene spontaneo chiedervi da chi avete tratto le maggiori influenze, almeno nella fase embrionale del vostro variegato progetto. Avete delle band che vi hanno ispirato più di altre?

Sinceramente non ci è mai interessato somigliare a questo o quell’artista, abbiamo sempre cercato il più possibile di essere originali e non derivativi, e poi ognuno di noi ascolta cose diverse e penso sia la chiave del nostro suono. Personalmente ascolto veramente di tutto, sono un amante della new-wave, del punk, mi piace la musica elettronica, mi piace il jazz, mi piace il rap. Forse, se dovessi indicare un nome, direi che i Faith No More sono stati una grande influenza a livello di attitudine: liberi di sperimentare e di fare tutto quello che ci pare.

La vostra ecletticità si riscontra non solo nel songwriting, ma anche negli strumenti che utilizzate. Quanto è importante per voi sperimentare per cercare di scoprire sempre nuove sonorità?

Importantissimo! Questa volta, tra l’altro, mi sono occupato in prima persona della produzione, delle registrazioni e dei mixaggi e volevo sperimentare il più possibile. Avevo in mente un suono moderno, ma lontano dalle mode e soprattutto che non fosse facilmente catalogabile. Così ogni canzone ha sonorità differenti, anche perché ognuna è differente. Inoltre ho giocato un po’ con le distorsioni: ci sono synth e tastiere qua e là, ci sono feedback e dissonanze e ho pure inserito un assolo di sax. Penso sia molto importante cercare nuove strade ed esplorare nuovi territori, e sono davvero molto soddisfatto del risultato.

Parlando invece un po’ del vostro progetto, la band è attiva sin dal 1994 e ha pubblicato moltissimo materiale dalla sua nascita. La curiosità nasce però anche sul nome: da dove deriva e come è stato scelto?

Volevamo un nome corto. Abbiamo sempre creduto nei nomi corti. E volevamo che fosse facile da ricordare e difficilmente catalogabile (voglio dire: una band che si chiama Metallica che musica potrà mai fare?). Unwelcome ci è piaciuto da subito, non abbiamo mai avuto altre opzioni. E poi significa “sgradito” che è un po’ il nostro modo di essere, poco accomodanti.

Veniamo sicuramente da un periodo molto difficile come quello della pandemia. Vista la pubblicazione del nuovo album immaginiamo vi siate spesi per la composizione e la registrazione. Ma come ha affrontato questo periodo una band come la vostra?

In verità la pandemia è stata la scintilla che ha riacceso tutto quanto. A un certo punto mi ha contattato Kappa (il boss di Ammonia Records) che è un amico di lunga data (e come me tifosissimo del Toro) chiedendomi se avessimo materiale inedito da far uscire insieme a una ristampa di Independent Worm Songs. La mia risposta è stata: “beh, in effetti abbiamo praticamente due dischi mai usciti ahahahahah”. Ed è così che abbiamo pubblicato prima “The Swedish Files” ovvero la versione svedese (cioè prodotta da Eskil Lovstroem, produttore dei Refused) di I.W.S., e poi “Rifles”, che è una raccolta di tutto il materiale cha avevamo registrato dal 2002 in avanti. Ed è così che abbiamo ricominciato a ragionare sulla possibilità di fare qualcosa di nuovo. Poi l’anno scorso abbiamo fatto uscire il singolo “Colors of War” e ci siamo messi al lavoro sul nuovo disco. In realtà ci eravamo presi una lunga pausa, durante la quale alcuni di noi hanno continuato a fare musica con altri progetti (Kessler, Gr3ta, TheBuckle) ma abbiamo sempre saputo che gli Unwelcome venivano prima di tutto.

E dal punto di vista dei live, avete date in programma nelle quali poter ascoltare la vostra musica?

Certamente! Stiamo lavorando per preparare i concerti, ci vuole un po’ di tempo perché questo è un periodo un po’ particolare, dopo due anni di chiusure e di divieti, ma vogliamo senz’altro riuscire a fare qualche data in estate e poi fare un tour vero e proprio nei club in autunno.

Qual è invece l’aspetto che preferite nella vita di una band? Vi sentite più a vostro agio in studio di registrazione o sul palco?

Sono due situazioni molto differenti. Sicuramente suonare dal vivo è più divertente, è la cosa migliore dell’essere in una band: visitare posti differenti, conoscere persone nuove e stringere amicizia con altre band. E poi è l’unico modo per promuovere sul serio una band underground come la nostra. Allo stesso tempo mi piace molto – da sempre – la parte di produzione e registrazione, mi diverte molto e penso sia molto stimolante.

Parliamo anche del rapporto che avete con i nuovi metodi di proporre musica al giorno d’oggi. Si vendono ancora i dischi o a fare la differenza sono gli streaming?

Noi siamo cresciuti in un periodo in cui i dischi si compravano e si ascoltavano fino allo sfinimento, siamo tutt’ora legati al formato fisico tant’è che “BeUnwelcomeOrDie” è uscito in cd-digipack in due differenti versioni, con la grafica curata da Valerio Berruti, che è un artista di fama internazionale nonché un carissimo amico. Però lo streaming è il progresso e bisogna prendere atto del fatto che oggi la musica è percepita e fruita in modo differente e bisogna essere presenti sulle piattaforme di streaming e sui social. Ovviamente le vendite di dischi si sono praticamente azzerate negli ultimi anni e gli streaming non hanno sostituito a livello economico quelle entrate, però ci permettono di essere ascoltati ovunque nel mondo e di raggiungere persone che non ci avrebbero magari mai ascoltato. Tant’è che solo su Spotify abbiamo raggiunto quasi 150.000 ascolti, che sono moltissimi per una band come la nostra.

A questo punto vi ringraziamo della bella chiacchierata. Anzi, se volete aggiungere qualcosa sentitevi pure liberi. E, se volete, cogliete anche l’occasione per salutare i nostri lettori e i vostri seguaci! Un grosso in bocca al lupo per tutto e rock on!

Voglio ringraziare per lo spazio concessomi, e invito tutti i vostri lettori ad ascoltare “BeUnwelcomeOrDie” sulle piattaforme di streaming e, soprattutto, ad acquistare il cd-digipack sul sito di Ammonia Rec. a questo link: https://ammoniarecords.it/shop-online/
Grazie e be UNWELCOME or die!!!

Gli Unwelcome si possono trovare ai seguenti link:

Facebook: www.facebook.com/beunwelcomeordie

Instagram: www.instagram.com/beunwelcomeordie

Bandcamp: beunwelcome.bandcamp.com

Mortado, confermati all’Anteprima del Luppolo in Rock – Edizione 2022

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I Mortado suoneranno da headliner mercoledì 13 luglio 2022 per l’anteprima del Luppolo in rock, in una full immersion all’insegna del “dio metallo” e del thrash.

Il progetto Mortado prende vita nella prima metà del 2018, dall’idea di GL Perotti insieme a Manuel Togni. Batterista che ha lavorato con artisti internazionali come Uli Jon Roth, Blaze Bayley, Kee Marcello, Doogie White. GL decide così di iniziare una nuova avventura, appena allontanatosi dagli Extrema per ragioni personali e dopo un sodalizio artistico di 30 anni.

La mole della dimensione live degli Extrema è costellata di esperienze ad altissimo livello. Tra gli show di supporto ci sono quelli con Vasco Rossi, il leggendario concerto al Delle Alpi di Torino (1993) insieme ai Metallica. I Megadeth e i Suicidal Tendencies, così come il festival “SONORIA 1995”.  Qui hanno condiviso il palco con i Faith No More, Paul Weller, la Rollins Band, i Paradise Lost e i Biohazard.

L’escalation della band continua, perché prende parte all’edizione 2006 dello Sweden Rock Festival a Sölvesborg, con Alice Cooper, Deep Purple, Def Leppard, Anvil, Arch Enemy, Cathedral, Celtic Frost.

Rupert The King

“Rupert The King” nasce grazie ad una campagna di crowdfunding su Musicraiser supportata dai fans. Le registrazioni avvengono presso gli A.D.S.R. Studios di Milano da Carlo Meroni. Il 26 aprile 2019 il disco esce attraverso Blasphemous Records.

La filosofia che si cela dietro musica e testi è un intreccio che punta il dito contro molti aspetti negativi della società moderna. Ogni canzone è una pistola puntata che risveglia gli ascoltatori da un sistema fatto di pseudo-politicanti corrotti che tiene tutti sotto ipnosi nel “Truman Show” della vita.

Non essere un’unica forma, adattala e costruiscila su te stesso e lasciala crescere: sii come l’acqua. Libera la tua mente, sii informe, senza limiti come l’acqua. Se metti l’acqua in una tazza, lei diventa una tazza. In una bottiglia, lei diventa una bottiglia. Infine, in una teiera, lei diventa la teiera. L’acqua può fluire, o può distruggere. Sii acqua, amico mio – Cit. Bruce Lee

Mortado Line Up:

Gianluca GL Perotti – Voce.

Luca Ballabio – Chitarre.

Simone Franzè – Basso.

Manuel Togni – Batteria.

Anteprima Luppolo in Rock – Edizione 2022.

Parco delle Colonie Padane.

Via del Sale 60 – 26100 Cremona

INGRESSO GRATUITO

Mercoledì 13 luglio 2022

Mortado – Headliner

Ad aprire:

Gunjack

Chrysarmonya

Forevermore (Whitesnake Tribute)

Mortado Social pages:

FB: https://www.facebook.com/magomortado

IG: https://www.instagram.com/mortadoofficial/

Per i dettagli dell’evento e come arrivare:

Link: https://www.luppoloinrock.com/anteprima

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Madyon :: LIVE 3022, la nostra intervista alla band rock pop piemontese

Madyon

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Madyon :: LIVE 3022 è il nuovo live album e live movie dei Madyon, formazione pop rock piemontese dal respiro internazionale. Capace negli anni di debuttare nella top 10 di iTunes Italia e di calcare palchi importanti come quello del Collisioni Festival. Oggi incontriamo la band per farci raccontare qualcosa in più.

Salve ragazzi, è passato circa un mese dall’uscita del vostro ultimo lavoro. Come state vivendo i primi vagiti di questa nuova creatura? Cosa sta portando di nuovo nella vostra vita da musicisti?

Ciao ragazzi! Sono Cristian, il frontman della band. Grazie per lo spazio che ci state dedicando, apprezziamo molto. Diciamo che “Madyon :: Live 3022” inverte la tendenza di uscita dei dischi. Solitamente si parte con la pubblicazione di un album registrato in studio. Lo si promuove con un tour e se ci sono le risorse eventualmente si pubblica un disco live. “Madyon :: Live 3022” invece è un disco live che anticipa le sonorità, la presenza scenica e l’immagine che caratterizzerà il nostro futuro album in studio, la cui uscita è prevista a cavallo tra il 2022 e il 2023.

Possiamo definirlo un trailer per cominciare ad accompagnare chi ci segue verso ciò che sarà il nuovo album. E’ concepito come la colonna sonora di una storia ambientata in uno scenario in stile CyberPunk. Un futuro dove è possibile qualcosa in più rispetto al presente che viviamo.

Di nuovo sicuramente c’è un concept che viene curato in ogni dettaglio, dall’immagine coordinata della band, dal linguaggio della comunicazione, agli abiti di scena, al format dello show. Forse l’unica cosa che rimane invariata è proprio la musica, che per noi ha valore solo quando può essere definita “senza tempo”. Che strizzi l’occhio alla tecnologia ma che sia capace di non invecchiare.

Questo live album è un lavoro molto particolare e sicuramente molto sentito. Non possiamo non parlare del brano acustico/strumentale “Nadìr”. Lo proponete in una versione inedita suonata da Paolo Papini, chitarrista della band scomparso nel 2016. Com’è stato per voi rivivere questo ricordo?

La nostra idea era proprio quella di rivivere insieme Paolo… ma non da soli, con un vero pubblico. Per questo “Madyon :: Live 3022” non è solo un live album ma anche un live movie. L’emozione più grande l’abbiamo provata alla première, avvenuta nei cinema multisala della città di Cuneo, insieme alle persone che più sono vicine al nostro progetto.

Per ragioni più grandi di noi non possiamo più essere tutti insieme a suonare fisicamente sullo stesso palco, così abbiamo pensato di metterci tutti in un video per poter condividere lo stesso ambiente. E qual è il palco dei video? Il cinema. Ed è così che ci siamo seduti insieme ad altre 150 persone. Tutti insieme abbiamo vissuto come spettatori un concerto in cui era presente anche Paolo. Non cambierei quest’a esperienza con nessun concerto o festival di grandi dimensioni. È stata un’esperienza potentissima.

Trattandosi di un live Album avete infatti pensato di renderlo noto anche attraverso delle proiezioni cinematografiche per alcune multisala di Cuneo. L’intero concept del disco si sviluppa all’interno di un oscuro laboratorio in cui ad un certo punto avvengono delle interferenze. Com’è nata questa idea?

Per risponderti devo per forza parlarti del nuovo disco (previsto per il 2023), un album concepito come la colonna sonora di una storia ambientata in uno scenario in stile CyberPunk. Un futuro dove è possibile qualcosa in più rispetto al presente che viviamo. La scena iniziale del live movie si rifà proprio alle ambientazioni di quel genere letterario, di cui film come Blade Runner sono portabandiera.

Abbiamo sempre lavorato alla nostra musica sulla base di concept ma non li abbiamao dichiarati come in questo caso. Tutta l’immagine è caratterizzata da quel taglio estetico e narrativo. Tutto tranne la musica, come ti dicevo.

All’interno del disco le sonorità infatti si rifaranno a quelle della canzone senza tempo. La tecnologia e l’elettronica saranno a servizio di strutture musicali e arrangiamenti classici, composti da chitarre, piano, basso e batteria. Canzoni che avranno una veste potente e colorata nell’arrangiamento proposto all’interno dell’album. Ma allo stesso tempo potranno esprimersi in versione acustica, essenziali, nude come quando sono state scritte sul tappeto di casa. (Leggi il nostro articolo QUI).

Leggendo la vostra storia e sbirciando sui vostri social ho trovato qualcosa di molto interessante. Parlo di una comunicazione misteriosa apparsa sulla cartellonistica di Cuneo con cui avete suscitato la curiosità dei vostri fan. Avete coinvolto in questo modo una stretta cerchia di persone che sono riuscite a decifrare il messaggio in codice. Raccontateci cosa è successo!

Che bello! Questa intervista si fa molto interessante, non è scontato che qualcuno si informi su cosa facciamo e come lo facciamo, grazie! Per realizzare “Madyon :: Live 3022” abbiamo organizzato un concerto “segreto” nell’estate 2021, in un teatro di Alba, in provincia di Cuneo.

Volevamo coinvolgere esclusivamente i fans più vicini al progetto e per farlo abbiamo optato per una comunicazione non convenzionale, tramite cartellonistica nelle zone della nostra provincia. Il messaggio era criptato, non conteneva in alcun modo il nome della band. Ma solo simboli e riferimenti che potevano veicolare nel posto giusto, al momento giusto, solo chi ci segue molto attentamente e sa riconoscere il nostro linguaggio.

Volevamo valorizzare le persone che da anni fanno lo stesso con noi e la nostra musica e renderli fisicamente partecipi di ciò che non sapevamo si sarebbe trasformato in un live album e soprattutto un live movie.

Parliamo del vostro debutto dal vivo nel 2013 quando, i Madyon sono stati scelti per esibirsi direttamente sul Main Stage di Collisioni Festival. Come ricordate quell’esperienza?

Ricordo ogni secondo di quell’esperienza. È stato il nostro primo live di sempre, a tratti stupendo, a tratti terrificante. Perché partire suonando per la prima volta in assoluto su un main stage di quelle dimensioni, prima di artisti come Fabri Fibra, Perturbazione, Tre Allegri Ragazzi Morti e Marta Sui Tubi non è proprio cosa consigliabile a chi non è mai stato su un palco.

Intendo a livello di benessere fisico e mentale. Sapevamo di dover dare il massimo per essere all’altezza di chi stava sul palco insieme a noi ma soprattutto nei confronti di chi era venuto a sentirci.

Soltanto un anno prima avevamo aperto timidamente un canale YouTube sul quale caricavamo cover di brani famosi rivisitate con il nostro stile, non avevamo nemmeno un brano originale. E fu così che per la prima volta sul main stage di un festival così importante, salì sul palco una band con una tracklist di sole cover. Anche se ampiamente rivisitate nel nostro stile. Su YouTube sono presenti alcuni video di quell’esibizione. Da lì sono cambiate molte, molte cose nella vita dei Madyon e si sono fatti milioni di passi avanti, sotto tutti i punti di vista.

Nella vostra musica tutto è progettato prestando maniacale attenzione ad ogni dettaglio, come grafiche, scenografie e costumi. In una società in cui l’attenzione media di un utente è più bassa di quella di un pesce rosso, quanto conta per voi la cura del dettaglio? Con quest’ultima domanda vi salutiamo e vi auguriamo di portare la vostra musica sempre più lontano.

Un’altra bellissima domanda, molto realista. Siamo molto consapevoli di quanto sia il livello dell’attenzione dell’utente medio… Ma anche la nostra attenzione nei suoi confronti è paragonabile a quella di un triceratopo. Tutti i dettagli, tutti quei puntini sulle “i”, quei messaggi nascosti, non sono fatti per l’utente medio.

Sono fatti innanzitutto per noi, siamo noi a voler vestire la nostra musica, una cosa che amiamo così tanto, con il massimo del rispetto e dell’attenzione di cui disponiamo. Niente di ciò che facciamo oggi ha come obiettivo finale l’ascolto dell’utente medio.

Pensa che oggi molte produzioni, prima di essere pubblicate, vengono ascoltate sugli smartphone per verificare che suonino bene tramite gli speaker di quei dispositivi dato che sono i più diffusi. Noi facciamo l’esatto opposto e applichiamo una politica non inclusiva. Ci sono dettagli audio che, curati nel nostro studio o in posti come gli Abbey Road Studios di Londra, non possono nemmeno essere riprodotti dall’impianto di un producer medio. Figuriamoci dagli speaker di uno smartphone.

Siamo i primi haters di noi stessi, i primi a dire “questa roba non va bene” quando sarebbe un prodotto ampiamente al di sopra degli standard medi. Le uniche persone a cui dobbiamo rendere conto siamo noi stessi e siamo gli stessi che vogliamo superare, che vogliamo battere a livello di qualità.

In studio non ci capita mai di pensare a cosa ne penserà la gente fuori, piuttosto ci chiediamo cosa penserebbero i nostri idoli musicali dell’infanzia se ascoltassero cosa stiamo facendo. Sarebbero orgogliosi o delusi? Sarebbe interessante fare questa domanda agli esponenti della scena mainstream. Quelli che spesso si sono presentati alle audizioni di un talent suonando un brano di Damien Rice ed oggi si trovano a fare il tormentone reggaeton dell’estete per provare a pagarsi vagamente un mutuo.

È stata davvero una piacevole intervista, ricca di spunti di riflessione e assolutamente non banale. Grazie ancora per lo spazio che ci avete dedicato e un saluto a tutti gli amici di Rock My Life!

Ringraziamo di cuore i Madyon per averci raccontato la loro musica, continuate a seguirli attraverso i link:

Spotify: https://open.spotify.com/artist/3k42OHWWO3XSiYSRwBXxTh?si=_e7eNdNySU-KOrergD3skg
Instagram: https://www.instagram.com/MadyonOfficial/
Facebook: https://www.facebook.com/MadyonOfficial
YouTube: https://www.youtube.com/MadyonOfficial
www.madyon.com

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Maurizio Solieri, la nostra video intervista con il grande rocker italiano

Maurizio Solieri

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Maurizio Solieri, chitarrista, rocker e grande musicista, rappresenta a tutti gli effetti la storia della musica italiana. Dal 27 maggio 2022 è disponibile sulle piattaforme digitali e in rotazione radiofonica “Rock’n’roll Heaven”, il suo nuovo singolo che anticipa l’album “Resurrection” in uscita a fine Giugno. Guarda il video QUI

“Rock’n’roll Heaven” è un brano scritto ed ispirato dopo la morte di Eddie Van Halen. Nelle strofe c’è un piccolo riassunto della prima parte della vita musicale di Maurizio Solieri:

Sono nato in un piccolo paese, con tanti amici, mentre andavo a scuola sognavo una chitarra elettrica.

Negli incisi si racconta di un ipotetico Paradiso di fantasia dove molti musicisti scomparsi (Van Halen, David Bowie, Chuck Berry, Amy Winehouse….) parlano, ridono , bevono, suonano e si inseguono scherzosamente. Solieri ci ha raccontato questo lavoro in modo più approfondito, una bella chiacchierata sulla sua carriera, sugli esordi, sulla musica dei nostri giorni e tanto tanto altro….

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Maurizio Solieri nasce il 28 aprile 1953 a Concordia sulla Secchia (Modena). All’età di dieci anni folgorato dall’ascolto del primo disco dei Beatles comincia a suonare da autodidatta la chitarra acustica. Ha una grande passione per i gruppi in attività tra gli anni ’60 – ’70, The Yardbirds, Cream, Eric Clapton, Jimi Hendrix, Jeff Beck, John Mayall.

Segue con passione l’evolversi della musica rock che via via si tingerà di psichedelia, di sonorità più hard, di progressive, di folk e di jazz.
Nel 1976 Solieri parte per compiere il servizio militare obbligatorio, lasciando l’università. Nel 1977 tramite il suo migliore amico Sergio Silvestri, conosce Vasco Rossi, in una delle prime radio libere dell’epoca, “Punto Radio”.

Nell’estate di quell’anno terminati gli obblighi di leva, arriva a Zocca e inizia come speaker nel programma “Jazz Time”. L’anno successivo tutto lo staff della radio si trasferisce a Bologna e, negli studi della primissima Fonoprint, inizia la collaborazione musicale con Vasco e Gaetano Curreri.

Cominciano i primi successi, dalle discoteche dell’Emilia-Romagna ai festival estivi; i dischi si succedono e l’audience aumenta, fino al successo nazionale con “Vita spericolata”.  A metà degli anni ’80 comincia a comporre musiche per Vasco Rossi, la prima è “Canzone”, poi quelle che diventeranno “Dormi, dormi”, “C’è chi dice no”, “Lo show”, “Ridere di te” e altre ancora.

Nel giugno di quell’anno fondano la Steve Rogers Band, che da backing-band di Vasco inizia ad avere vita propria e a raggiungere nel 1988 un grande successo con “Alzati la gonna”. Dopo qualche anno, rientra in tournée con Vasco Rossi ma alla fine degli anni ’90 si separa nuovamente.

Nel 1997 forma un duo con Fernando Proce, pubblicando l’album “Proce & Solieri”, preceduto dal singolo “Radio Show”.
Nello stesso periodo fonda una band rock chiamata Class, con alcuni membri della Steve Rogers e il cantante anglo- bolognese Vic Johnson.

Suona nel trio Chitarre d’Italia con Franco Mussida (PFM) e Dodi Battaglia (Pooh). Poi nel 1999 il ritorno con Vasco Rossi, con cui rimane fino al 2013. Si susseguono altre collaborazioni soprattutto femminili, come Skin (durante un concerto di Natale a Montecarlo), Dolcenera (Festival di Sanremo del 2006) e Bianca Atzei.

Il 12 marzo 2010 esce l’album da solista “Volume One”, che contiene brani cantati e strumentali. Il brano “Please, believe me” vede come ospite alla voce Michele Luppi. Dopo “Tommy”, venerdì 27 maggio 2022 esce “Rock’n’roll Heaven”, il nuovo singolo di Maurizio Solieri che anticipa l’album “Resurrection”. Il videoclip di Rock’n’roll Heaven girato e montato da Cristian Tipaldi sarà disponibile su YouTube da venerdì 27 maggio.

Segui Maurizio Solieri attraverso gli spazi ufficiali:

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